L’Etiopia post coloniale

In Etiopia i vecchi leader del paese e la chiesa assumevano che la vittoria sugli italiani significava sostanzialmente il ripristino dei loro privilegi tradizionali mentre una generazione più giovane e piena di aspettative si scontrava con le forze votate al mantenimento del sistema tradizionale.

Nel marzo 1942, l’imperatore Hailè Selassie al fine di aumentare il gettito per finanziare le necessarie riforme decretò un nuovo sistema fiscale basato sulla proprietà della terra e sulla sua fertilità.

Hailè Selassie
Hailè Selassie

I nobili di Gojam, Tigrai e Begemder (Gondar) si rifiutarono di accettare qualsiasi modifica del regime dei suoli e ostacolarono in tutti i modi la riforma. L’imperatore dovette arrendersi escludendo quelle province dalla tassa. Quando anche altrove i proprietari protestarono la tassa, l’imperatore esentò anche loro, accontentandosi di una decima del 10 per cento. Alla fine furono i contadini coltivatori che, come nei secoli passati, continuarono a sostenere l’intero onere fiscale.

Nel perseguimento della politica di riforme, Haile Selassie cercò di ridurre potere politico e privilegi della recalcitrante nobiltà provinciale, dei grandi proprietari terrieri e della gerarchia ecclesiastica. In generale, i cambiamenti politici che riuscì ad introdurre furono però pochi. Negli anni ’50, nonostante i suoi molti anni da imperatore e il personale prestigio internazionale, non c’era quasi alcuna parte significativa della popolazione etiopica su cui Haile Selassie potesse contare per essere sostenuto nei suoi sforzi.

L’imperatore cercò di ottenere un maggior controllo sui poteri locali spostando funzioni verso l’amministrazione centrale ad Addis Abeba. Ridisegnò le divisioni amministrative e mise le provincie ognuna sotto un governatore generale nominato direttamente dall’imperatore. Sebbene la struttura fosse degna di un moderno apparato statale, il suo funzionamento fu compromesso dal fatto che i nobili a livello più alto continuarono a controllare tutti gli uffici importanti. I funzionari più giovani e meglio istruiti erano poco più che aiutanti dei governatori generali, e i loro consigli spesso non venivano apprezzati dai superiori.

L’imperatore cercò di rafforzare il governo nazionale anche facendo spazio ad nuova generazione di etiopi istruiti nei nuovi ministeri allargati, i cui poteri furono rafforzati. Infine, nel 1955 proclamò una nuova costituzione cercando di fornire una base formale ai suoi sforzi di centralizzazione.

Negli anni seguenti cominciò ad emergere una nuova elite formata in gran parte dalla generazione post-guerra che si era formata nelle scuole secondarie operanti con personale straniero. La maggioranza degli allievi continuava a provenire da famiglie della nobiltà, ma questi erano profondamente influenzati dal contatto con studenti provenienti da ambienti meno ricchi e dai loro insegnanti occidentali, più orientati alla democrazia.

Alcune riforme furono effettuate anche all’interno della Chiesa Ortodossa etiopica. La Chiese copta ed etiope raggiunsero un accordo il 13 luglio 1948, che portava alla autocefalia della Chiesa etiopica. Gli anni del dopoguerra videro anche un cambiamento nelle relazioni chiesa-stato; le immense proprietà della chiesa furono soggette alla legislazione fiscale e il clero perse il diritto di giudicare i funzionari della chiesa per i reati civili nel proprio tribunale. Nel 1959, il Papa copto di Alessandria, Cirillo VI, incoronò l’Abuna Basilios come primo Patriarca d’Etiopia. Così, per la prima volta in sedici secoli di cristianità etiopica, un etiopico piuttosto che un egiziano divenne capo della chiesa nazionale. Inoltre Haile Selassie riordinò le basi nelle finanze della Chiesa al fine di creare un fondo centrale per le sue attività, e stabilì nuovi requisiti per la nomina del clero che erano stati abbastanza classisti fino ad allora.

Consapevole della sua immagine internazionale, Haile Selassie era attivo anche sul fronte diplomatico. L’Etiopia era un membro fondatore delle Nazioni Unite (ONU) e dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OAU). L’imperatore nel 1953 chiese agli Stati Uniti l’assistenza militare e il sostegno economico che ottenne con generosità. Tuttavia Haile Selassie diversificò le fonti della sua assistenza internazionale, che comprendeva nazioni così diverse come l’Italia, la Cina, la Repubblica federale di Germania, Taiwan, Jugoslavia, Svezia e l’Unione Sovietica. L’imperatore si rivolse anche ad Israele ma i rapporti tra i due stati si raffreddarono quando Haile Selassie sostenne la causa dei Paesi Arabi nella guerra arabo-israeliana del 1973.

Il parlamento etiopico bicamerale non partecipò all’elaborazione della costituzione del 1955, che, lungi dal limitare il controllo dell’imperatore, sottolineò le origini religiose del potere imperiale ed estese il processo di centralizzazione. Il Senato era nominato, ma la Camera dei Deputati era, almeno nominalmente, eletta. Tuttavia, l’assenza di un censimento, l’analfabetismo quasi totale della popolazione e il dominio nella campagna da parte della nobiltà significava che la maggioranza dei candidati al Parlamento erano effettivamente scelti dall’elite. Le disposizioni della Costituzione che garantivano le libertà personali, le libertà civili e la giustizia erano piuttosto lontane dalla realtà della vita etiopica.

Gli sforzi di Haile Selassie di ottenere un significativo cambiamento senza compromettere il proprio potere stimolavano aspettative in aumento, alcune delle quali egli non era disposto a soddisfare. Insoddisfatti del tasso o della forma del cambiamento sociale e politico, diversi gruppi di cospiratori lanciarono un colpo di stato il 13 dicembre 1960 mentre l’imperatore era all’estero per uno dei suoi frequenti viaggi. I leader della rivolta erano il comandante della guardia del corpo imperiale, Mengistu Neway, alcuni ufficiali della sicurezza e una manciata di intellettuali radicali tra i quali Girmame Neway, fratello di Mengistu.

I leader del colpo di stato non riuscirono ad avere un supporto popolare anche se gli studenti universitari dimostrarono a loro favore. L’esercito e le forze aeree rimanevano fedeli all’imperatore, così come il Patriarca della chiesa che condannò i ribelli come traditori antireligiosi. L’imperatore tornò nella capitale il 17 dicembre 1960.

Dopo la repressione del tentativo di colpo di stato del 1960, l’imperatore cercò di riconquistare la lealtà dei simpatizzanti dei golpisti attraverso l’intensificazione delle riforme. Gran parte di questo sforzo prese però la forma di sovvenzioni ad agenti militari e di polizia.

Nel 1966 nacque un nuovo piano per l’attuazione di un sistema fiscale moderno ma anche questo fu assai ridimensionato a causa dell’opposizione dei nobili, dei proprietari e di rivolte popolari in alcune province come il Gojam.

L’imperatore si trovava stretto tra le forze che si opponevano al cambiamento, e altre forze che esercitavano una pressione diretta o indiretta a favore delle riforme. A partire dal 1965, le dimostrazioni studentesche si concentravano sulla necessità di attuare la riforma e affrontare la corruzione e l’aumento dei prezzi. Di fronte a una tale molteplicità di problemi, l’imperatore invecchiato lasciava sempre più le questioni interne nella cura del suo primo ministro, Aklilu Habte Wold, e rivolgeva la sua attenzione agli affari esteri.

Il fallimento del governo nelle riforme, combinato con l’aumento dell’inflazione, la corruzione e una carestia che colpì diverse province, fecero crescere il malcontento fino al punto di rottura. L’inizio della rivoluzione del 1974 fu opera dei militari che agivano sostanzialmente per i loro interessi ma i disordini che iniziarono nel gennaio di quell’anno si diffusero nella popolazione civile.

Gli insegnanti, gli studenti, i lavoratori che chiedevano paghe più elevate e condizioni migliori del lavoro e dell’istruzione, sostenevano anche altre cause come la riforma agraria e sollievo dalla carestia. I giovani studenti si sentivano frustrati dalla tradizione e dalla burocrazia. Infine, i gruppi più politicizzati chiedevano la formazione di un «governo popolare provvisorio». La divisione militare di stanza in Eritrea occupava Asmara. Altre città passavano sotto il controllo dei ribelli. I disordini nella capitale e gli ammutinamenti tra i militari portarono il Primo ministro Aklilu a rassegnare le dimissioni. Fu sostituito il 28 febbraio 1974 da Endalkatchew Mekonnen. Intanto nuove divisioni di militari si univano ai rivoltosi. I militari chiedevano l’arresto dei ministri del precedente governo e bloccavano l’aeroporto per impedirgli di fuggire.

Il 5 marzo il governo annunciò una revisione della Costituzione del 1955 che doveva dare al popolo maggiori poteri limitando quelli del monarca. Il 7 marzo i sindacati proclamavano uno sciopero generale che si concludeva il 9. E intanto il Fronte di Liberazione Eritreo continuava la sua offensiva.

Alla fine di giugno 1974, un gruppo di circa 120 militari annunciarono ufficialmente la creazione del Consiglio di Coordinazione delle Forze Armate, della Polizia e delle Forze Territoriali.  Questo corpo fu presto chiamato Derg (“comitato” o “consiglio” in Amarico) e sarebbe rimasto all’avanguardia nel campo politico, sociale e militare in Etiopia per i prossimi tredici anni.

Derg; Mengistu Haile Mariam, Aman Andom e Atnafu Abate.
Derg; Mengistu Haile Mariam, Aman Andom e Atnafu Abate.

Nel mese di luglio il Derg ottenne cinque concessioni dall’imperatore: la liberazione di tutti i prigionieri politici, garanzia del ritorno sicuro degli esuli, la promulgazione e la rapida attuazione della nuova Costituzione, garanzia che il parlamento fosse tenuto in sessione permanente per completare il compito di cui sopra, e la certezza che al Derg sarebbe consentito di coordinare a stretto contatto con il governo. Le richieste fatte all’imperatore erano solo l’inizio di una serie di azioni che costituivano un “colpo di stato strisciante” con il quale il sistema imperiale del governo veniva lentamente smantellato. In gennaio, il Derg  depose il Primo Ministro Endalkatchew e lo sostituì con Mikael Imru, un aristocratico con una reputazione da liberale. Successivamente, il Derg cominciò a lavorare per minare l’autorità e la legittimità dell’imperatore, una politica che aveva molto il sostegno pubblico. Il Derg arrestò il comandante della guardia imperiale e nazionalizzò la residenza imperiale e le terre e le Holdings dell’imperatore. Entro la fine di agosto l’imperatore fu accusato di aver nascosto la carestia di Welo e Tigray che presumibilmente aveva ucciso da 100.000 a 200.000 persone.

Il 15 settembre il comitato fu rinominato come Consiglio amministrativo militare provvisorio (PMAC) e assunse il controllo del governo ma continuò ad essere formato dagli stessi uomini del Derg. Il Derg scelse il tenente generale Aman Andom, un popolare leader militare eroe di una guerra contro la Somalia negli anni ’60, come suo presidente e capo-di stato provvisorio in attesa del ritorno del principe ereditario Asfaw Wossen da un trattamento medico in Europa, che avrebbe assunto il trono come monarca costituzionale.

Il generale Aman entrò quasi immediatamente in contrasto con la maggioranza dei membri del Derg su tre questioni principali: la dimensione del Derg e il suo ruolo, l’insurrezione eritrea, e il destino dei prigionieri politici. Aman affermava che con 120 membri il Derg era troppo grande e troppo ingombrante per funzionare in modo efficiente come un governo; come eritreo, esortava alla riconciliazione con gli insorti e si opponeva alla pena di morte per l’ex governo e funzionari militari che erano stati arrestati dalla rivoluzione. Il Derg gli tolse il potere e lo giustiziò il 23 novembre 1974, insieme ad alcuni sostenitori e 60 funzionari del precedente governo imperiale. Tra di essi Aklilu ed Endalkatchew, e ufficiali militari come il colonnello Alem Zewd e il generale Abiye Abebe due membri del Derg che avevano sostenuto Aman.

Il generale brigadiere Tafari Benti divenne il nuovo presidente del Derg e capo dello stato, con Mengistu Haile Mariam e Atnafu Abate come vice presidenti.

Furono fatti preparativi per una nuova offensiva in Eritrea e fu  affrontata la riforma sociale ed economica.

Nel marzo del 1975 tutti i titoli reali vennero revocati e la proposta monarchia costituzionale fu abbandonata. La monarchia fu abolita formalmente nel maggio del 1975, e il marxismo-leninismo fu proclamato ideologia dello stato. Haile Selassie fu imprigionato e  morì il 22 agosto 1975, mentre il suo medico personale era assente.

Uno degli ultimi legami con il passato fu rotto nel febbraio 1976, quando il patriarca ortodosso Abuna Tewoflos fu deposto.

 

Nell’aprile del 1976, il Derg  esponeva i suoi obiettivi con maggiore dettaglio nel Programma per la Rivoluzione Democratica Nazionale (PNDR). Come annunciato da Mengistu, questi obiettivi comprendevano progressi verso il socialismo sotto la guida di lavoratori, contadini, borghesia e tutte le forze antifeudali e anti-imperialiste.

Per accompagnare i suoi obiettivi, il Derg istituì un organo intermedio chiamato Ufficio provvisorio per gli affari di organizzazione di massa (POMOA). Dopo la fine del dominio imperiale, il governo guidato dall’ideologia marxista si dedicò a smantellare la preesistente struttura socioeconomica del paese, in parte ancora feudale, attraverso una serie di riforme mirate e di instaurare un sistema economico di stampo comunista. Furono presi provvedimenti rivoluzionari: proclamazione del socialismo, abolizione del feudalesimo, nazionalizzazione delle banche, delle assicurazioni e delle imprese straniere.

Il latifondismo fu espressamente vietato e, con esso, la proprietà privata della terra che ne era stata la causa principale. La riforma previde l’assegnazione della terra alle famiglie contadine con un limite massimo di circa 10 ettari di superficie per famiglia e la gestione dei diritti fondiari, in capo al Ministero della Riforma Terriera, venne delegata in ambito periferico alla Associazioni degli Agricoltori.  Le Associazioni di Agricoltori, erano una sorta di unità amministrativa periferica generalmente costituita da uno o più villaggi, per provvedere alla redistribuzione delle terre secondo precisi criteri quali le dimensioni delle famiglie ed il grado di povertà delle stesse. Le Associazioni degli Agricoltori assunsero un’ampia gamma di responsabilità oltre a quelle della mera distribuzione dei fondi terrieri: la composizione delle dispute sulla terra assegnata; il supporto e la gestione dei programmi per un migliore uso delle acque; la riscossione di tributi; la costruzione di scuole, ospedali etc.

Dichiarando l’educazione una delle sue priorità, il PMAC ampliò il sistema educativo a livello primario soprattutto nelle piccole città e nelle aree rurali che non avevano mai avuto scuole moderne durante l’epoca imperiale. Il controllo e il funzionamento delle scuole primarie e secondarie fu spostato al livello subregionale e furono riorientati i curricula per enfatizzare l’agricoltura, l’artigianato, la formazione commerciale e altri temi pratici. Il regime intraprese anche una campagna nazionale per l’alfabetizzazione.

Alla fine del 1976 esistevano insorgenze in tutte le quattordici regioni amministrative. In aggiunta ai separatisti eritrei, i ribelli erano molto attivi in Tigray, dove operava il Fronte della Liberazione del Tigray (TPLF), formato nel 1975. Nelle regioni meridionali di Bale, Sidamo e Arsi, l’Oromo Front Liberation (OLF) e il Front Somalio Abo Liberation (SALF), avevano acquisito il controllo di alcune parti della regione e il Western Somali Liberation Front  (WSLF) era attivo nell’Ogaden. Il Fronte di liberazione Afar (ALF) iniziava le operazioni armate nel marzo del 1975 e nel 1976 coordinava alcune azioni  con l’EPLF e il TPLF.

 

Nonostante un afflusso di aiuti militari dell’Unione Sovietica e dai suo alleati dopo il 1977, lo sforzo di controinsorgenza del governo in Eritrea non faceva progressi. I ribelli eritrei e tigreani cominciarono a cooperare tra loro.

Il potere di Mengistu vedeva anche la crescente opposizione interna di Tafari e Atnafu. Il 3 febbraio 1977, nel corso della riunione del comitato permanente, 58 ufficiali Derg vennero uccisi in una sparatoria durata un’ora, tra di essi lo stesso Tafari e quasi tutti i principali esponenti della corrente avversa a Menghistu. L’unico leader in grado di contrastarlo, il tenente colonnello Atnafu, venne giustiziato il 13 novembre dello stesso anno accusato di attività contro-rivoluzionarie.

Tra il 1977 e il 1978 Menghistu scatenò nel paese una violenta persecuzione contro i suoi avversari: funzionari del vecchio governo imperiale, nobili, membri della Chiesa etiopica e sostenitori dell’EPRP (unico movimento di opposizione al Derg) furono scovati e trucidati mediante esecuzioni senza processo; questo periodo, chiamato Terrore rosso, continuò impegnando sempre maggiori risorse nel tentare di reprimere la lotta di liberazione degli eritrei che, anche nella povertà di mezzi, riuscirono a creare seri problemi all’esercito di Addis Abeba. Sempre durante questo periodo l’Etiopia riuscì a respingere l’invasione della Somalia dalla regione dell’Ogaden con una coalizione comprendente URSS, Cuba, Yemen del Sud, Germania Orientale e Corea del Nord.

Tra il 1982 e il 1985 l’EPLF e il Derg tennero una serie di colloqui per risolvere il conflitto, ma senza alcun risultato. Alla fine del 1987 le organizzazioni dissidenti in Eritrea e Tigray controllavano almeno il 90 per cento di entrambi i territori.

Monumento al Comunismo
Monumento al Comunismo

Tra il 1983 e il 1985 L’Etiopia fu colpita da una gravissima carestia che causò la morte di almeno 400 000 persone. Ad esacerbare il problema nel 1986 fu l’invasione di locuste e cavallette. La risposta  del governo alla siccità e alla carestia fu la decisione di sradicare un gran numero di contadini che vivevano nelle aree colpite del nord e di ricollocarli nella parte meridionale del paese. Nel 1985 e nel 1986 furono spostate circa 600.000 persone, molte forzatamente. Molti contadini fuggivano piuttosto che farsi deportare. Diverse organizzazioni per i diritti umani hanno sostenuto che decine di migliaia di contadini sono morti a causa del reinsediamento forzato.

Dal 1984 il Partito dei Lavoratori d’Etiopia (WPE) era l’unico partito politico legale. Era un Partito Comunista d’ispirazione Marxista-Leninista e filo-sovietico.

Il 10 settembre 1987, dopo tredici anni di governo militare, nasceva ufficialmente la Repubblica Democratica Popolare di Etiopia (PDRE) con una nuova costituzione che prevedeva un governo di civili. Nel giugno dello stesso anno gli etiopi avevano eletto il National Shengo (Assemblea Nazionale). Nonostante questi cambiamenti i membri del Derg continuavano a controllare il governo a vario titolo. Il National Shengo elesse Mengistu Presidente del Paese; Fikre-Selassie Wogderes, divenne il Primo Ministro e Fisseha Desta, vice segretario generale del WPE, divenne vice presidente del Paese.

Stemma della Repubblica Popolare Democratica d’Etiopia
Stemma della Repubblica Popolare Democratica d’Etiopia

Nel 1987 nel Paese, soprattutto nel Tigrè e in Eritrea, si diffusero le insurrezioni contro la dittatura comunista civile; nel 1989 venne formata una coalizione conosciuta come Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRDF), nata dalla fusione del Fronte di Liberazione del Tigrè (TPLF) di Meles Zenawi con altri movimenti di opposizione.

Meles Zenawi
Meles Zenawi

 

Nel marzo 1988, l’EPLF eritreo avviò una delle sue più riuscite campagne militari colpendo le posizioni dell’esercito etiopico sulla Nakfa e nella città di Afabet, dove il Derg aveva stabilito una base per un nuovo attacco contro gli insorti. In due giorni di combattimenti, i ribelli eritrei hanno annientato tre divisioni etiopiche uccidendo o catturando almeno 18.000 uomini e sequestrato grandi quantità di armi e attrezzature.

 Il Paese subì una forte riduzione degli aiuti da parte dell’URSS durante il segretariato di Mikhail Gorbachev, che aumentò le difficoltà economiche del regime. Con la definitiva fine del comunismo in Europa orientale nel 1990 si interruppero completamente gli aiuti sovietici all’Etiopia. Per contro l’EPRDF guidato da Meles Zenawi otteneva l’appoggio degli USA. La strategia militare e politica di Mengistu subì un colpo fatale. Nel maggio 1991 le forze dell’EPRDF avanzarono su Addis Abeba. Mengistu fuggì dal paese con 50 membri della famiglia e membri del Derg. Ottenne asilo nello Zimbabwe come ospite ufficiale del presidente Robert Mugabe. Contemporaneamente l’Eritrea si proclamava indipendente.

Le prime elezioni multipartitiche d’Etiopia, diventata nel frattempo Repubblica Federale Democratica d’Etiopia, si tennero nel 1995. Tra il 1998 ed il 2000 l’Etiopia fu impegnata in un conflitto militare con l’Eritrea, terminato con l’Accordo di Algeri.

Meles Zenawi è stato Presidente dal 1991 al 1995 e Primo ministro dal 1995 al 2012. Era considerato un valido alleato da parte dell’Occidente nonostante le violazioni dei diritti umani durante il suo mandato.

I risultati delle elezioni del 2005 non furono accettati da tutte le parti. I disaccordi portarono ad una crisi prolungata e a disordini pubblici con la  morte di 193 etiopi, tra cui civili e agenti di polizia. L’opposizione, ha denunciato  diffuse frodi e intimidazioni.

Morto Meles Zenawi il 20 agosto 2012, attualmente l’Etiopia è una Repubblica federale semipresidenziale. Il Presidente è Mulatu Teshome e il Primo Ministro Abiy Ahmed Ali



Nel 1998 Eritrea ed Etiopia entrarono in guerra  per questioni legate alla definizione dei confini (definiti dall’Italia durante il periodo coloniale) e per il possesso della città di Badmè (o Yirga).  Il conflitto, che ha causato decine di migliaia di morti, grossi danni economici e 200 mila profughi tra eritrei cacciati dall’Etiopia ed etiopi cacciati dall’Eritrea, ha avuto fine nel 2000. Con  l’accordo di Algeri, siglato dal Presidente eritreo Isayas Afeworki e dal primo ministro etiope Meles Zenawi il 12 dicembre 2000 fu affidato ad una commissione indipendente delle Nazioni Unite il compito di definire i confini tra le due nazioni. L’EEBC (Eritrea-Ethiopia Boundary Commission) ha concluso i suoi lavori nel 2002, stabilendo che la città di Badmè debba appartenere all’Eritrea. Tuttavia il governo etiope non ha a tutt’oggi ritirato il suo esercito dalla città, per cui permane una situazione di tensione tra i due Paesi.

L’8 luglio 2018 si è avuto un segnale di distensione nei rapporti tra Eritrea ed Etiopia. Il primo ministro etiope Abiy Ahmed   ha incontrato ad Asmara Isaias Afewerki. I due hanno tenuto  un incontro per discutere della complicata relazione tra i due paesi.

È stata concordata la riapertura dei collegamenti aerei tra le capitali dei due paesi, del commercio bilaterale e delle rispettive ambasciate. È stata annunciata inoltre la ripresa delle linee telefoniche dirette tra i due stati.

 

 

 

 

 

Fonti

Federal Research Division Library of Congress, Ethiopia a country study,  Edited by Thomas P. Ofcansky e La Verle Berry, Luglio 1991

Paolo Guidone, Diritti umani e proprietà fondiaria in Etiopia, Centro di Ricerche Economiche e Giuridiche Università Tor Vergata, Roma 2010

Archivio storico del Corriere della sera

Archivio storico del quotidiano La Stampa

Wikipedia

https://it.wikipedia.org/wiki/Etiopia