Il Cinema dei Telefoni bianchi

Il cinema dei telefoni bianchi è un sottogenere della commedia cinematografica italiana in voga tra il 1936 ed il 1943. Una versione più leggera della commedia dei primi anni trenta, ripulita da pretese intellettuali e priva di intenzioni di critica sociale.

Il nome deriva dalla presenza di telefoni di colore bianco nelle scene di parecchi dei film prodotti in questo periodo. Il telefono bianco era all’epoca uno status symbol che si differenziava dai telefoni “popolari” più economici e più diffusi che invece erano di colore nero.

Assia Noris con un telefono bianco
Assia Noris con un telefono bianco in La casa del peccato (1938)

Altra definizione data a questi film è Cinema Déco per la presenza di oggetti che richiamano lo stile Art Déco, un fenomeno del gusto che riguardò le arti decorative, le arti visive, l’architettura e la moda. Oggetti che vogliono sottolineare la ricchezza di alcuni dei protagonisti dei film del sottogenere in questione.

Qualche critico lo definisce anche Commedia all’ungherese in quanto numerosi copioni sono tratti da opere teatrali ungheresi che erano molto in voga in Italia, nel teatro, già negli anni 20 e questa tendenza si accentuò dopo il 1935 per via delle sanzioni decretate dalla Società delle Nazioni dopo l’occupazione dell’Etiopia alle quali il regime reagì anche con l’embargo nei confronti delle opere letterarie, musicali, teatrali e cinematgrafiche dei paesi che aderirono alle sanzioni.

Anche se non si tratta di cinema apertamente propagandistico, pure il regime non è estraneo alle scelte dei cineasti. Nel corso degli anni ’30 il governo era diventato l’unico finanziatore possibile dell’industria cinematografica e questa realtà era stata rafforzata con l’apertura del Centro Sperimentale di Cinematografia  nel 1934 e con la costruzione di Cinecittà nel 1937. Inoltre nel 1932 era nata la Mostra del cinema di Venezia e nel 1934 la Direzione Generale della Cinematografia di cui Luigi Freddi venne nominato direttore generale. I compiti della Direzione variavano dalla revisione delle sceneggiature alla censura, all’assegnazione di riconoscimenti per i più buoni. Nel 1935 nacque l’Ente Nazionale Industrie Cinematografiche (E.N.I.C.), una casa di produzione e distribuzione cinematografica che aveva anche il compito di selezionare i film stranieri che potevano essere importati in Italia.

Fino al momento della sua caduta, il regime sosterrà un cinema che faccia sua l’idea di società che vuole promuovere: una società pacificata, priva di conflitti interni che ruberebbero spazio a quelli esterni, e impermeabile a qualunque problematica sociale; capace di sforzi produttivi e di progresso tecnologico ma non contaminata dai mali che la modernità porta con sé e dalle mode straniere (specialmente dopo le sanzioni).

Tra gli argomenti ricorrenti nei film di questo periodo vi sono il divorzio, al tempo non consentito nel nostro Paese, e l’adulterio, considerato grave reato contro la morale. In genere quando sono presenti questi temi l’ambientazione si sposta in qualche paese straniero, preferibilmente dell’Europa dell’Est o in un luogo indefinito. Alcuni registi preferiscono indagare invece il tema, assolutamente nazionale, della scalata sociale per meglio caratterizzare le varie classi ed evidenziare le loro differenze e incompatibilità con un occhio benevolo verso la piccola borghesia. Su queste tematiche si costruiscono mielosi cliché come i ruoli della segretaria spensierata, della romantica commessa, della temibile donna fatale, del giovane rampante, del ricco egoista o al contrario generoso, del nobile irresponsabile incapace di comprendere la vita della brava gente comune.

I personaggi si muovono all’interno di un ambiente ricco, moderno e spesso negativamente influenzato dalle mode straniere. In molti casi è raccontato l’incontro tra un giovane e una giovane di ceti sociali diversi, con un lieto fine che sancisce la pacifica scalata sociale (di uno dei due) benedetta dall’amore sincero. Altre volte le differenti condizioni sociali sono solo apparenti e basate su false identità, per scelta o per errore, che danno luogo a situazioni da classica commedia degli equivoci. In questo caso il lieto fine consiste nel coronamento di un sogno d’amore attraverso il chiarimento degli equivoci e il rientro di ciascuno nel proprio mondo.

L’ambientazione borghese si rifà esteticamente alle commedie cinematografiche statunitensi, in particolar modo a quelle di Frank Capra.

Il successo popolare di questi film era legato a tre elementi fondamentali: gli interpreti, la trama e la presenza in molti di essi di almeno una canzone di successo. Per la prima volta emerge l’importanza delle canzonette, lanciate e rese celebri dal cinema e poi trasmesse dalla radio e incise su dischi o lanciate dalla radio e utilizzate dal cinema.

Al cinema si sorrideva, si cantava, si fantasticava e ci si immergeva in un’Italia che nella realtà esisteva solo per pochi o più probabilmente non esisteva. Esisteva invece un Paese ancora sostanzialmente povero, in buona parte arretrato e con un elevato tasso di analfabetismo e che da lì a poco sarebbe entrato in guerra. E anche dopo l’entrata in guerra il genere continuò ad essere frequentato ma in questo caso serviva a infondere fiducia e ottimismo e a distrarre dal pensiero dalla stessa.

Un film precursore del genere è Gli uomini, che mascalzoni, del 1932, dove Mario Camerini in una Milano dinamica e produttiva con la moda, i mezzi di trasporto, la Fiera campionaria e molti altri oggetti simboli della modernizzazione e del progresso, ambienta la storia a lieto fine di due giovani della piccola borghesia. Una storia fatta di equivoci legati ad un iniziale errore di identità con escursioni vere o immaginate ma sempre deludenti nella classe sociale di livello più alto. Il lieto fine senza sconfinamenti sociali vuole che il tassista alla fine sposi la figlia di un tassista. Fu anche il film che lanciò nel cinema Vittorio De Sica e nell’universo musicale la canzone Parlami d’amore Mariù.

Gli uomini che mascalzoni
Gli uomini che mascalzoni

Il signor Max
Il signor Max

Centomila dollari
Centomila dollari

Darò un milione
Darò un milione

E lo stesso Vittorio De Sica è protagonista con Assia Noris nel 1937 del perfetto esempio di cinema dei telefoni bianchi: Il signor Max sempre di Mario Camerini. Il protagonista, Gianni, è un giovane che ha interrotto gli studi per dedicarsi alla gestione di una edicola ereditata dal padre. Guadagna abbastanza soldi dalla sua attività per permettersi una vacanza in un resort alla moda. Preso com’è dal fascino del mondo aristocratico, approfitta del biglietto di prima classe su di un piroscafo che un suo compagno di scuola gli procura gratuitamente. A bordo fa la conoscenza di alcuni rappresentanti del bel mondo che lo scambiano per un nobile come loro, tale Max Varaldo, e lui accetta di buon grado la situazione senza rivelare la sua reale identità. L’equivoco gli permette di intrecciare diverse relazioni, tra le quali una di carattere sentimentale con la sofisticata donna Paola.

La dama bianca
La dama bianca

Teresa Venerdì
Teresa Venerdì

I Grandi Magazzini
I Grandi Magazzini

Re di denari
Re di denari

Lauretta, dama di compagnia della signora e istitutrice della sorella minore, si innamora del giovane giornalaio presunto aristocratico. Alcune incongruenze nelle vicende raccontate dal sedicente Max insospettiscono un po’, ma Gianni, con vari trucchi e giravolte riesce a fugare ogni dubbio. Terminati i soldi, Gianni deve abbandonare quella breve parentesi di vita dorata e ritornare all’edicola. Un giorno viene riconosciuto dalla cameriera della dama e così scopre che Donna Paola è in città. Per mettersi in contatto con lei, finge di corteggiare Lauretta e inizia una doppia vita: da una parte il giornalaio che corteggia la cameriera, e dall’altra il giovane mondano che spasima per la signora. A poco a poco scopre però che il gran mondo non è adatto ai suoi gusti e per contro si accorge dell’affetto sincero che per il giornalaio nutre la cameriera. Allora fa scomparire il giovane mondano per ritornare il buon ragazzo lavoratore che sposa la graziosa e virtuosa cameriera.

Presentato alla V Mostra del Cinema di Venezia vinse la Coppa del Ministero per la Cultura Popolare.

La pellicola avrà due remake: Il conte Max con Alberto Sordi e l’omonimo film con Christian De Sica nel ruolo che fu di suo padre.

Nel 1935 Camerini, De Sica e Assia Noris avevano dato vita a Darò un milione da un racconto di Cesare Zavattini. Un milionario annoiato si traveste da povero e decide di offrire un milione a chi compirà un atto di bontà verso di lui. Si commuove solo una ragazza, con la quale fiorisce un idillio.

In Amazzoni bianche di Gennaro Righelli del 1936 la commedia degli equivoci si sviluppa in ambiente sportivo, in un circolo di sciatori. Ad una gara per sole signorine una donna sposata concorre spacciandosi per la sorella nubile ma provoca le ire del marito. L’uomo è corteggiato da un’altra delle concorrenti, ignara che sia già sposato. Ciò provoca scenate di gelosia da parte della moglie che, quando viene a sapere che se n’è andato, abbandona la gara che sta per vincere per raggiungerlo, dimostrandogli il suo amore. La gara la vince l’altra ragazza. Con Paola Barbara, Sandro Ruffini, Enrico Viarisio, Luisa Ferida, Doris Duranti.

In Re di denari di Enrico Guazzoni del 1936, un ricco possidente terriero, Don Paolo, è costretto a lasciare la Sicilia per correre a Roma e togliere dai guai in cui si è cacciato il nipote. Usa i suoi denari per far felici il nipote, la sua amata, il nobile romano oberato dai debiti padre della ragazza amata dal nipote e chiunque gli capiti a tiro. Messe le cose a posto Don Paolo può tornare in Sicilia alle sue amate terre e al suo onesto lavoro. Don Paolo non poteva che essere interpretato da Angelo Musco. Con lui Rosina Anselmi, Mario Ferrari, Vanna Vanni, María Denis, Ermanno Roveri. La sceneggiatura è di Sandro De Feo e di Guglielmo Giannini che nel dopoguerra fonderà il partito politico dell’Uomo qualunque.

Altro regista specializzato in questo genere è stato Mario Mattoli. La dama bianca è un suo film del 1938. La moglie di un giovane avvocato costringe il marito a trascorrere le vacanze estive in un albergo di Cervinia, in montagna, invece che a Viareggio, per evitare le scappatelle che egli è solito concedersi nelle stazioni balneari. Ma nell’albergo c’è un mistero: una donna, la Dama Bianca, ogni notte si reca nelle stanze degli uomini avvolta in un velo bianco e regala loro un bacio. Anche l’avvocato riceve la visita della sconosciuta ma capisce che si tratta di sua moglie. Quando però sente che un altro villeggiante è stato baciato nella stessa notte dalla Dama Bianca, si ingelosisce e si irrita. E proprio questo era l’obiettivo della moglie che così pensava di riconquistare l’affetto del marito. Dopo alcune movimentate scene tutto si chiarisce: le dame bianche in azione sono due e tutto era nato da uno stratagemma ideato dal proprietario dell’albergo per farsi pubblicità. Nel cast: Elsa Merlini, Enrico Besozzi, Enrico Viarisio, Paolo Stoppa, Ada Cristina Almirante. Le musiche sono di Tito Petralia, direttore d’orchestra dell’EIAR e poi della RAI.

La casa del peccato è un film del 1938, diretto da Max Neufeld. Una giovane sposa si inventa la presenza di uno spasimanre per ingelosire il marito. Il marito che ha capito il gioco mette in atto una contromossa, fingendo di avere un incontro con un’altra donna. Dopo vari equivoci e sorprendenti avvenimenti i due coniugi si riconciliano. Gli interpreti de flilm sono Amedeo Nazzari, Assia Noris, Umberto Melnati, Alida Valli.

Mille lire al mese di Max Neufeld del 1939 è un film di ambientazione ungherese con scambi di identità, progresso tecnologico (la televisione), lieto fine e con l’omonima canzone di Carlo Innocenzi e Alessandro Sopranzi che diventerà più popolare dello stesso film.

I grandi magazzini (o Grandi magazzini) è un film del 1939 diretto Mario Camerini, presentato in concorso alla 7ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Ai Grandi Magazzini avvengono alcuni furti. Il capo del personale accusa una commessa (Assia Noris) e la ricatta chiedendole favori sessuali per non denunciarla. Ma la ragazza, fidanzata con un giovane autista (Vittorio De Sica), è innocente. Alla fine si scopre che il ladro è proprio l’uomo che la ricatta, a capo di una banda di piccoli criminali. Le musiche sono di Alessandro Cicognini, Giovanni D’Anzi, Cesare A. Bixio.

In questo film Camerini si distacca un poco dal clichè del Cinema dei telefoni bianchi per condurre gli spettatori in un mondo più reale di impiegati, direttori e commesse di negozio. Rimane la rappresentazione della modernità con le architetture e l’organizzazione dei grandi magazzini.

Lo vedi come sei… lo vedi come sei? è un film del 1939 diretto da Mario Mattoli. Due cugini scapoli e avari, ereditano da uno zio d’America una cassaforte in cui dovrebbero essere custoditi circa cento milioni di dollari. Una clausola del testamento dice però che per entrare in possesso della cassaforte dovranno spendere entro quindici giorni tutto il loro patrimonio. I due si danno da fare per adempiere alla richiesta, e faticosamente riescono a ridursi in miseria. Aperto finalmente il forziere, nel quale non trovano altro che una bobina contenente un breve film in cui il defunto zio li prende in giro per la loro tirchieria, informandoli che lui invece ha speso tutti i soldi in divertimenti prima di morire. I due cugini si trovano così senza un soldo, e per di più la loro nipotina Rosetta è scappata a Milano in cerca di fortuna come cantante. Decidono quindi di andare anche loro in città per cercare la ragazza. Dopo alcune disavventure rintracciano Rosetta, che ha trovato lavoro al Teatro La Scala, ma solo come maschera. Ma la ruota della fortuna gira: Rosetta riesce a debuttare come cantante, e i due cugini riavranno con gli interessi i milioni che avevano dato ad un archeologo. Interprete principale Erminio Macario con Franca Gioeta e Amleto Filippi.

Il 10 giugno 1940, fu annunciata da Mussolini l’entrata in guerra dell’Italia dal balcone di Palazzo Venezia. Ma lo spettacolo deve continuare.

Mario Mattoli ripropone Erminio Macario con Wanda Osiris in Non me lo dire! Il film è sceneggiato da Vittorio Metz, Marcello Marchesi e Steno (Stefano Vanzina). La colonna sonora è di Cesare Andrea Bixio. Castellano spiantato, deve guardarsi dai piani omicidi di una banda di malviventi con l’aiuto di una ragazza. Scoprirà che non è poi così povero come credeva.

Nel 1940 Vittorio De Sica diventa regista sviluppando il modello di commedia romantica di Camerini con la collaborazione dello sceneggiatore Cesare Zavattini.

Il soggetto del film Maddalena… zero in condotta è tratto da una commedia ungherese di Laszlo Kadar, una tipica commedia degli equivoci. In un istituto commerciale di Roma la studentessa Maddalena trova tra le carte della professoressa Malgari una lettera d’amore indirizzata ad un immaginario destinatario, presente nel testo di esercizi di corrispondenza. Nella lettera, indirizzata a Alfredo Hartman, tra l’altro è scritto il suo desiderio di conoscere il fantomatico destinatario, che in realtà esiste. La studentessa privatista Eva, impadronitasi della lettera, la spedisce per errore all’indirizzo riportato nell’intestazione ed essa viene effettivamente recapitata al Sig. Alfredo Hartman, un ricco industriale di Vienna.

Alfredo si incuriosisce a tal punto da voler conoscere la ragazza che l’ha scritta; parte dunque per Roma, dove incontra suo cugino, che lo aiuta nelle ricerche presso l’istituto frequentato da Maddalena. Comincia così una commedia degli equivoci che avrà come epilogo un doppio matrimonio.

Centomila dollari è un film del 1940 diretto da Mario Camerini. Interpreti principali Assia Noris e Amedeo Nazzari. In un albergo ungherese John Woods, un milionario americano incontrando una giovane centralinista che lavora lì se ne innamora. Lily è però ufficialmente fidanzata con Paolo, ma l’americano offre al futuro sposo un premio di centomila dollari se la sua fidanzata acconsente a cenare una sera con lui. Paolo offeso rifiuta ma quando la famiglia viene a sapere l’importo offerto dal milionario spinge la ragazza ad accettare. La cena ha luogo, ma Lily, temendo di essere mal considerata dall’americano, strappa l’assegno. Durante le nozze dei due fidanzati arriva il colpo di scena: il milionario americano irrompe in municipio e, tra la sorpresa e lo sgomento dei parenti e del promesso sposo, fugge con la ragazza.

Teresa Venerdì è un film del 1941 diretto da Vittorio De Sica tratto dal romanzo dello scrittore ungherese Rudolf Török, interpretato da Adriana Benetti, Irasema Dilian, Giuditta Rissone (prima moglie di Vittorio De Sica) ed Anna Magnani.

Una classica commedia degli equivoci nella quale il pediatra con pochi clienti dott. Pietro Vignali (Vittorio de Sica) è profondamente indebitato a causa dei capricci della sua fidanzata, Loletta Prima (Anna Magnani). Per far fronte alle richieste dei creditori accetta un lavoro come ispettore sanitario di un orfanotrofio e finisce per fidanzarsi con Lilli Passalacqua, figlia viziata di un ricco industriale della quale è però segretamente innamorato il suo collega ed amico Pasquale. A questo punto entra in scena l’orfana Teresa Venerdí, che dopo aver sventato un tentativo di metterla in cattiva luce ordito dalla sua compagna Alice, fa in modo di allontanare dalla vita di Pietro sia Loletta sia Lilli. Pasquale, accorso per curare Lilli, trova finalmente il coraggio per dichiararsi e i due si scoprono innamorati. Però la signora Passalacqua invia suo marito da Teresa per convincerla a farsi da parte in cambio di una quantità di denaro. Teresa accetta la grossa somma con cui Pietro può finalmente pagare i suoi numerosi creditori.

Alla fine Pietro accetta una proposta di lavoro come medico condotto a Teramo, abbandonando la dispendiosa vita della Roma bene. E naturalmente sposa Teresa che oltre ad essere una buona moglie è anche una preziosa collaboratrice come infermiera.

Voglio vivere così è un film del 1942 diretto da Mario Mattoli. Un giovane contadino, con una magnifica voce, riceve un invito a presentarsi in un grande teatro per essere scritturato. In realtà, l’invito è uno scherzo fattogli dal cugino; quando lo scherzo viene a galla egli si vergogna di tornare al paese ed accetta di lavorare nel teatro come macchinista. Ma una sera, sostituisce un tenore in difficoltà ed ha un successo enorme. In seguito, torna al paese per visitare un suo nipotino ammalato e fa la pace con la sua famiglia. La colonna sonora contiene l’omonima canzone di Giovanni D’Anzi e Tito Manlio, portata al successo da Ferruccio Tagliavini. Il film è interpretato da Ferruccio Tagliavini con Silvana Jachino, Carlo Campanini, Luigi Almirante.

Con l’avvicinarsi della fine della seconda guerra mondiale, il cinema lascia gli studios e si trasferisce in strada. Protagonisti diventano le persone comuni, i cittadini, i lavoratori, i disoccupati con la loro vita reale. Nasce il Neorealismo.