Ulisse tra Scilla e Cariddi

La zattera sulla quale naviga Ulisse, dato che il dio del mare Poseidone gli è nemico per l’offesa arrecata a Polifemo suo figlio, fa naufragio, ma lui prosegue a nuoto toccando alla fine terra a Scheria sulla cui riva cade addormentato. Il mattino dopo, svegliatosi, vede la giovane Nausicaa che era andata sulla spiaggia ispirata da Atena, che voleva farle salvare Ulisse. Ulisse le chiede aiuto ed ella lo invita chiedere ospitalità ai suoi genitori Arete e Alcinoo, re dei Feaci. Questi lo accolgono amichevolmente senza chiedergli chi sia. Nella casa di Alcìnoo Ulisse ascolta il cieco cantore Demodoco esibirsi nella narrazione di un episodio della guerra di Troia: “La lite tra Ulisse ed Achille”. Alla fine Ulisse chiede a Demodoco di continuare a raccontare della guerra di Troia, e questi racconta lo stratagemma del Cavallo di Troia, episodio del quale proprio Ulisse era stato protagonista. Incapace di dominare le emozioni suscitate dall’aver rivissuto quei momenti, Ulisse rivela la sua identità, ed inizia a narrare la storia del suo viaggio che ad un certo punto lo portò nell’isola Eèa dove viveva Circe, diva terribile, dal crespo Crine e dal dolce canto.

Francesco Hayez Ulisse nella casa di Alcinoo
Francesco Hayez Ulisse nella casa di Alcinoo

Circe, invaghita di Ulisse, trasformò il resto della truppa in maiali. Ulisse riuscì a sottrarsi all’incantesimo grazie ad un’erba magica donatagli da Ermes (Mercurio) e fece liberare anche i suoi compagni.

Circe restituisce la forma umana ai compagni di Ulisse
Circe restituisce la forma umana ai compagni di Ulisse. Giovanni Battista Trotti 1610

Dopo un soggiorno di quasi un anno presso Circe quest’ultima lo inviò nel paese dei Cimmeri, da dove potè scendere nell’Ade. Qui incontrò la madre Anticlea e molti eroi greci, tra cui Agamennone, Achille, Aiace Telamonio. Incontrò Leda moglie di Tindaro e madre di Castore e Polluce, Epicasta madre di Edipo, Arianna figlia di Minosse, e altri eroi della mitologia greca come lo stesso Minosse, Orione, Sisifo, Ercole. Lindovino Tiresia gli predisse la lotta contro i Proci e lo ammonì a rispettare le vacche del dio Sole Iperione quando sarebbe arrivato nella Trinacria.

Nell’Ade Ulisse incontrò anche l’anima errante del suo compagno Elpenore che era morto cadendo dal tetto dell’abitazione di Circe e il cui corpo non aveva ancora avuto adeguata sepoltura.

Tornati di nuovo da Circe, dopo il viaggio nell’Ade, Ulisse e i compagni danno sepoltura a Elpenore. Circe istruisce l’eroe su come dovrà affrontare i rischi che lo attendono ancora nel suo viaggio.

Circe predice a Ulisse che giungerà presso le Sirene, che affascinano tutti gli uomini che a loro si avvicinano. Ma chi ascolti la voce delle Sirene non rivedrà più la moglie, né i figli, nè la sua casa. Ulisse dunque deve passare oltre, e deve otturare con della cera le orecchie dei compagni, affinché non odano la voce delle Sirene. Lui potrà udirla se lo desidera ma dovrà farsi legare mani e piedi all’albero della nave e dovrà dare ordine ai suoi uomini che non lo sleghino neanche se dovesse scongiurarli di farlo, anzi in tal caso dovranno stringere maggiormente le funi.

Alle Sirene giungerai da prima,

Che affascinan chiunque i lidi loro

Con la sua prora veleggiando tocca.

Chiunque i lidi incautamente afferra

Delle Sirene, e n’ode il canto, a lui

Nè la sposa fedel, nè i cari figli

Verranno incontro su le soglie in festa.

Le Sirene, sedendo in un bel prato,

Mandano un canto dalle argute labbra,

Che alletta il passeggier: ma non lontano

D’ossa d’umani putrefatti corpi,

E di pelli marcite, un monte s’alza.

Tu veloce oltrepassa, e con mollita

Cera de’ tuoi così l’orecchio tura,

Che non vi possa penetrar la voce.

Odila tu, se vuoi; sol che diritto

Te della nave all’albero i compagni

Leghino, e i piedi stringanti, e le mani:

Perchè il diletto di sentir la voce

Delle Sirene tu non perda. E dove

Pregassi, o comandassi a’ tuoi di sciorti,

Le ritorte raddoppino, ed i lacci.

Proseguendo il viaggio si troverà di fronte a due possibili vie. Da una parte troverà altissime rocce, contro cui vanno a frangersi con gran fragore le onde del mare che gli dei chiamano Rupi Erranti. Di là neppure gli uccelli passano, neppure le colombe che portano ambrosia al padre Zeus. Di là una sola passò, delle navi che solcano il mare, Argo, la nave che portò Giasone e gli Argonauti alla conquista del vello d’oro. Ma era scortata da Giunone alla quale era caro Giasone.

Vedrai da un lato discoscese rupi

Sovra l’onde pendenti, a cui rimbomba

Dell’azzurra Anfitrite il salso fiotto.

Gl’Iddj beati nella lor favella

Chiamanle Erranti. Non che ogni altro augello,

Trasvolarle non sanno impunemente

Nè le colombe pur, che al padre Giove

Recan l’ambrosia: la polita pietra

Sempre alcuna ne fura, e della spenta

Surroga in vece altra colomba il padre.

Nave non iscampò dal periglioso

Varco sin qui: chè de’ navigli tutti

Le tavole del pari, e i naviganti

Sen porta il vincitor flutto, e la pregna

Di mortifero foco atra procella.

Sola quell’Argo, che solcava il mare,

Degli uomini pensiero, e degli Dei,
Trapassar valse, navigando a Colco:95
E se non che Giunon, cui molto a cuore
Giasone stava, di sua man la spinse,
Quella non meno avrian contra le vaste
Rupi cacciata i tempestosi flutti.

Nell’altra via Ulisse troverebbe due scogli. Uno dei due tocca il cielo con la sua cima ; esso è ricoperto perennemente da una nera nuvola. In mezzo allo scoglio si apre una oscura spelonca dove abita Scilla, un orribile mostro con dodici piedi, sei lunghissimi colli, sopra ciascuno dei quali si trova una spaventosa testa con tre file di denti spessi e fitti. Metà del suo corpo è immerso nella spelonca, tenendo fuori le teste dal baratro orribile. Di lì perlustrando intorno allo sco­glio cattura le sue prede e se ne ciba. Mai nessun nocchiero si vantò des­serne scampato illeso con la nave; che con le sue sei teste, altrettanti uomini addenta, strappandoli dalla nave.

Scilla ivi alberga, che moleste grida

Di mandar non ristà. La costei voce

Altro non par, che un guajolar perenne

Di lattante cagnuol: ma Scilla è atroce

Mostro, e sino ad un Dio, che a lei si fesse,

Non mirerebbe in lei senza ribrezzo.

Dodici ha piedi, anterïori tutti,

Sei lunghissimi colli, e su ciascuno
Spaventosa una testa, e nelle bocche
Di spessi denti un triplicato giro,
E la morte più amara in ogni dente.
Con la metà di sè nell’incavato
Speco profondo ella s’attuffa, e fuori
Sporge le teste, riguardando intorno,
Se delfini pescar, lupi, o alcun puote
Di que’ mostri maggior, che a mille a mille
Chiude Anfitrite ne’ suoi gorghi, e nutre.
Nè mai nocchieri oltrepassaro illesi:
Poichè quante apre disoneste bocche,
Tanti dal cavo legno uomini invola.

L’altro sco­glio, più basso e non lontano dal primo, è abitato dalla diva Cariddi. Questa tre volte al giorno inghiotte lacqua del mare e tre volte al giorno la rigetta. E con l’acqua potrebbe inghiottire la nave per cui Circe consiglia ad Ulisse di passare velocemente dalla parte di Scilla perchè è preferibile perdere sei uomini che perire tutti insieme.

Men l’altro s’alza contrapposto scoglio,

E il dardo tuo ne colpiria la cima.

Grande verdeggia in questo, e d’ampie foglie

Selvaggio fico; e alle sue falde assorbe

La temuta Cariddi il negro mare.

Tre fïate il rigetta, e tre nel giorno

L’assorbe orribilmente. Or tu a Cariddi

Non t’accostar, mentre il mar negro inghiotte:

Chè mal sapria dalla ruina estrema

Nettuno stesso di livrarti. A Scilla

Tienti vicino, e rapido trascorri.

Perder sei de’ compagni entro la nave

Torna più assai, che perir tutti a un tempo.

Superate quelle prove Ulisse arriverà in vista dell‘ isola Trinacria, dove pascolano le molte vacche e le grasse pecore del dio Sole (Elio) Iperione custodite dalle ninfe Faetusa e Lampezia figlie del Sole e della ninfa Neera. Come già aveva fatto Tiresia, Circe ammonisce Ulisse a stare ben attento a non toccare quelle bestie pena lo sterminio dei suoi uomini e la distruzione della nave.

Allora incontro ti verran le belle

Spiagge della Trinacria isola, dove

Pasce il gregge del Sol, pasce l’armento.

Sette branchi di buoi, d’agnelle tanti,

E di teste cinquanta i branchi tutti.

Non cresce, o scema, per natale, o morte,
Branco; e le Dive sono i lor pastori,
Faetusa, e Lampezie il crin ricciute,
Che partorì d’Iperïone al figlio,
Ninfe leggiadre, la immortal Neera.
Come l’augusta madre ambo le Ninfe
Dopo il felice parto ebbe nodrite,
A soggiornar lungi da sè mandolle
Nella Trinacria; e le paterne vacche
Dalla fronte lunata, ed i paterni
Monton lucenti a custodir lor diede.
Pascoleranno intatti, e a voi soltanto
Calerà del ritorno? il suol nativo,
Non però senza guai, fiavi concesso.
Ma se giovenca molestaste, od agna,
Sterminio a te predico, e al legno, e a’ tuoi.
E pognam, che tu salvo ancor ne andassi,
Riederai tardi, e a gran fatica, e solo.
Disse; e sul trono d’òr l’Aurora apparve.

Finito il colloquio con Circe Ulisse salì a bordo della nave e ordinò la partenza. La nave prese il largo con un vento propizio mandato dalla stessa Circe. Ulisse informò tutti i suoi uomini dell’oracolo di Circe riguardo alle Sirene.

Giunta la nave in prossimità dell’isola delle Sirene cessò il vento e le onde si calmarono. I marinai ripiegarono le vele della nave e le riposero nel suo fondo; poi si disposero ai remi per proseguire la navigazione. Ulisse tagliò in pezzi un grande disco di cera e ne ricavò tappi per le orecchie dei compagni. I compagni a loro volta lo legarono mani e piedi con delle corde all’albero. Presto Ulisse udì la voce suadente delle Sirene che lo chiamavano a loro. Ulisse fu preso da una voglia irresistibile di cedere alle loro lusinghe e implorò i compagni di slegarlo. Ma questi obbedienti al comando ricevuto lo legarono più fortemente e continuarono a remare. Quando furono abbastanza lontani dall’isola i marinai si tolsero i tappi dalle orecchie e liberarono Ulisse.

Ulisse e le sirene (ceramica attica, 480–470 a.C., Museo Britannico)
Ulisse e le sirene (ceramica attica, 480–470 a.C., Museo Britannico)

E non lontana omai vista la nave,

Un dolce canto cominciaro a sciorre:

O molto illustre Ulisse, o degli Achéi

Somma gloria immortal, su via, qua vieni,

Ferma la nave, e il nostro canto ascolta.

Nessun passò di qua su negro legno,
Che non udisse pria questa, che noi
Dalle labbra mandiam, voce soave:
Voce, che innonda di diletto il core,
E di molto saver la mente abbella.
Chè non pur ciò, che sopportaro a Troja
Per celeste voler Teucri, ed Argivi,
Noi conosciam, ma non avvien su tutta
La delle vite serbatrice terra
Nulla, che ignoto, o scuro a noi rimanga.
Così cantaro. Ed io, porger volendo
Più da vicino il dilettato orecchio,
Cenno ai compagni fea, che ogni legame
Fossemi rotto; e quei più ancor sul remo
Incurvavano il dorso, e Perimede
Sorgea ratto, ed Euriloco, e di nuovi
Nodi cingeanmi, e mi premean più ancora.
Come trascorsa fu tanto la nave,
Che non potea la perigliosa voce
Delle Sirene aggiungerci, coloro
A sè la cera dall’orecchie tosto,
E dalle membra a me tolsero i lacci.

WATERHOUSE - Ulisse e le Sirene (National Gallery of Victoria, Melbourne, 1891
WATERHOUSE – Ulisse e le Sirene (National Gallery of Victoria, Melbourne, 1891

Arrivata la nave in prossimità di Scilla e Cariddi, Ulisse, senza rivelare ai compagni la natura del pericolo cui andavano incontro perché non smettessero di remare, fece seguire la rotta più vicina a Scilla. Mentre Ulisse e i suoi compagni erano intenti ad osservare il gorgo creato da Cariddi, Scilla ghermì sei marinai e li portò alle sue bocche. Ulisse poteva solo ascoltare impotente le disperate invocazioni d’aiuto dei suoi compagni.

Mentre in Cariddi tenevam le ciglia,

Una morte temendone vicina,

Sei de’ compagni, i più di man gagliardi,

Scilla rapimmi dal naviglio. Io gli occhi

Torsi, e li vidi, che levati in alto

Braccia, e piedi agitavano, ed Ulisse

Chiamavan, lassi! per l’estrema volta.

Qual pescator, che su pendente rupe

Tuffa di bue silvestre in mare il corno

Con lunghissima canna, un’infedele

Esca ai minuti abitatori offrendo,

E fuor li trae dall’onda, e palpitanti

Scagliali sul terren: non altrimenti

Scilla i compagni dal naviglio alzava,

E innanzi divoravali allo speco,

Che dolenti mettean grida, e le mani

Nel gran disastro mi stendeano indarno.

Fra i molti acerbi casi, ond’io sostenni,

Solcando il mar, la vista, oggetto mai

Di cotanta pietà non mi s’offerse.

Superato con il minimo danno possibile l’ostacolo di Scilla e Cariddi arrivarono in vista dell’isola del dio Sole.

La nave di Ulisse tra Scilla e Cariddi
La nave di Ulisse tra Scilla e Cariddi – Alessandro Allori 1575

Stando ancora sulla nave, udirono il muggito delle vacche e i belati delle pecore. Allora Ulisse si ricordò delle parole di Tiresia e di Circe. Amareggiato quindi nel cuore, chiamò a raccolta i compagni e li informò dei loro vaticini e li esortò a spingere la nave lontano dall’isola. Ma tra i suoi compagni, provati dalla fatica e dal sonno, prevalse il desiderio di prendere terra. A Ulisse non rimane altro che farsi giurare che non avrebbero toccato vacche e pecore e che si sarebbero accontentati di amministrare le provviste che loro aveva fornito Circe alla partenza.

Finché ebbero da mangiare e da bere, i compagni si astennero dalle vacche, desiderosi della vita, ma quando tutte le provviste della nave furono consumate, cominciarono ad andare a caccia di pesci e di uccelli.

Ulisse si allontanò dagli altri inoltrandosi nellisola per pregare gli dei. Durante la sua assenza però Euriloco riuscì a convincere i compagni a rubare e mangiare le vacche del Sole. Così fecero, ma furono visti da Lampezia che ne informò subito il padre. Questi si rivolse a Zeus chiedendogli di punirli. Dopo alcuni giorni, con il vento che sembrava propizio ripresero il mare, ma ben presto una buia nuvola apparve sopra la nave. Il mare si oscurò e una burrasca ventosa spezzò entrambi i canapi dell’albero che cadde all‘indietro e andò a colpire il capo del timoniere, uccidendolo. Zeus tuonò e scagliò i suoi fulmini sulla nave, che si capovolse gettando in acqua i marinai. Ulisse si salvò sedendosi sopra un pezzo della nave che veniva spinto nuovamente verso Scilla e Cariddi. Ulisse si aggrappò ad un fico che sbucava dal mare mentre Cariddi inghiottiva con l’acqua del mare il legno che lo aveva trasportato. Rimase così aggrappato fino a quando la sua imbarcazione di fortuna fu da Cariddi rivomitata.

Tra la grotta di Scilla, e la corrente

Mi ritrovai della fatal vorago,

Che in quel punto inghiottia le salse spume.

Io, slanciandomi in alto, a quel selvaggio

M’aggrappai fico eccelso, e mi v’attenni,

Qual vipistrello: chè nè dove i piedi

Fermar, nè come ascendere, io sapea,

Tanto eran lungi le radici, e tanto

Remoti dalla mano i lunghi, immensi565

Rami, che d’ombra ricoprian Cariddi.

Là dunque io m’attenea, bramando sempre,

Che rigettati dall’orrendo abisso

Fosser gli avanzi della nave. Al fine
Dopo un lungo desio vennero a galla.
Nella stagion, che il giudicante, sciolte
Varie di caldi giovani contese,
Sorge dal foro, e per cenar s’avvia,
Dell’onde usciro i sospirati avanzi.
Le braccia apersi allora, e mi lasciai
Giù piombar con gran tonfo all’onde in mezzo,
Non lunge da que’ legni; a cui m’assisi
Di sopra, e delle man remi io mi feci.

Con quelle tavole, remando con le mani, rimase in balia delle onde per nove giorni finché la decima notte arrivò nell’isola di Ogigia, l’isola abitata dalla dea Calipso la quale lo accolse benevolmente. Ulisse fu costretto a rimanere nell’isola per lungo tempo poiché Calipso si era innamorata di lui e non voleva lasciarlo partire. Alla fine le sue lacrime vennero accolte da Atena, la quale chiese a Zeus di intervenire. Il dio allora mandò Ermes (Mercurio) per convincere Calipso a lasciarlo partire e lei a malincuore acconsentì. Gli diede legname per costruirsi una zattera, e provviste per il viaggio. Gli indicò anche su quali astri regolare la navigazione per giungere nella terra dei Feaci.

Ermes ordina a Calipso di lasciar partire Ulisse - Gerard de Lairesse, c. 1670
Ermes ordina a Calipso di lasciar partire Ulisse – Gerard de Lairesse, c. 1670
Messina Fontana del Nettuno con Scilla e Cariddi -Giovanni Angelo Montorsoli (1507 – 1563)
Messina – Fontana del Nettuno con Scilla e Cariddi – Giovanni Angelo Montorsoli ( 1507 – 1563)

Ulisse contro Polifemo

Miniatura Polifemo

Ulisse ed Eolo

Fonti

Omero, Odissea, Traduzione di Ippolito Pindemonte