Ulisse contro Polifemo

Alla corte di Alcinoo re dei Feaci Ulisse racconta che, una volta terminata la guerra di Troia, egli salpò con le sue navi per tornare in patria; si diresse anzitutto verso Ismara, capitale del regno dei Ciconi, per cercare le provviste necessarie per il viaggio. Lui e i suoi uomini saccheggiarono e distrussero la città uccidendo molti guerrieri Ciconi e facendo prigioniere le loro donne. Ulisse fece irruzione nella casa di un vecchio di nome Marone, ma dopo essersi reso conto che si trattava di un sacerdote si astenne dal fargli del male. Marone per sdebitarsi gli regalò oggetti preziosi e dodici anfore di vino. Ulisse avrebbe voluto partire subito, ma invece i suoi uomini si fermarono a consumare le carni e il vino di cui avevano fatto bottino. Furono quindi sorpresi da un esercito cicone, che nel frattempo si era radunato. Le donne dei Ciconi poterono così mettersi in salvo mentre Ulisse fu costretto a salpare dopo aver perso sei uomini per ognuna delle sue dodici navi.

Una tempesta spinge le navi di Ulisse nella terra dei Lotofagi, mangiatori di Loto, un frutto che procura l’oblìo. I compagni di Ulisse mangiano il loto e dimenticano la loro patria perdendo così il desiderio di tornarvi. L’eroe, però, con la forza, li costringe a salire sulle navi.

Giunsero quindi alla terra dei Ciclopi, giganteschi energumeni che praticavano la pastorizia e non disdegnavamo di cibarsi anche di esseri umani. Costoro non conoscevano né governo né leggi. Vivevano dentro spelonche sopra altissimi dirupi. Ciascuno regnava sui figliuoli suoi e sulle mogli, senza curarsi degli altri. Affidandosi solo agli dei immortali non piantavano alberi e non aravano la terra. Pure nella loro terra, senza essere da alcuno coltivati, crescevano il frumento, l’orzo e le viti.

Odysseus in the Cave of Polyphemus
Odysseus in the Cave of Polyphemus – Jakob Jordaens

Non vicina nè lontana dalla terra dei Ciclopi, si stendeva una verde isola, abitata soltanto da capre silvestri. Sulla riva di questa approdarono nottetempo le navi di Ulisse. Scesi dalle navi gli uomini si addormentarono sulla riva. Il mattino dopo svegliatosi cominciarono a passeggiare per l’isola. Lo ninfe, figlie di Zeus, inviarono verso di loro le capre affinché se ne cibassero. Ulisse e i suoi presero le armi e si diedero alla loro caccia. Dopo la caccia per tutto il giorno banchettarono con carne e vino fino al tramonto del sole. All’ap­parire dell’aurora del giorno dopo, Ulisse, radunata l’assemblea, comunicò la sua intenzione di andare con la sua nave e i suoi uomini a spiare che razza d’uomini fossero i Ciclopi, cioè se prepotenti, selvaggi, non giusti ovvero se ospitali e timorati degli dei. Così salparono portando con loro il vino che avevano avuto in dono da Marone. Giunti a terra, scorsero un grande antro ombreggiato da allori che era la dimora di un uomo gigantesco, il quale solitario pascolava lontano dagli altri il proprio gregge. Era una portentosa maraviglia somigliante, più che ad un uomo, alla selvosa cresta di un altissimo monte. Allora Ulisse scelse dodici dei suoi migliori uomini per recarsi nell’antro del Ciclope e comandò agli altri di rimanere a custodire la nave. Ulisse portò con se anche un otre del vino di Marone.

Giunti all‘ antro, non trovarono il Ciclope, poiché stava pascolando il suo gregge. Entrati contemplavano ogni cosa. I graticci erano pieni di formaggi e le stalle stivate di agnelli e di capretti. I compagni avrebbero voluto fare bottino di formaggi e agnelli e rapidamente raggiungere la nave e fuggire, ma Ulisse volle aspettarlo per vederlo da vicino e ricevere, se glieli avesse dati, i doni di ospitalità.

Co acceso il fuoco, presero dei for­maggi e ne mangiarono, e seduti lo aspettarono, finché ritornò dal pascolo. Portava egli un grande carico di legna per preparare la cena, e gettandolo a terra fuori dell’antro suscitò un gran fracasso, al punto che Ulisse e i suoi, timorosi si ritrassero nel fondo dell’antro. Poi il Ciclope fece entrare il gregge; lasciò alla porta i maschi e sollevata una grande e pesantissima pietra, sbarrò l’ingresso. Seduto munse le pecore e le capre, il tutto con ordine, ed a ciascuna sottopose il proprio lattante. Quindi coagulò la metà del latte e la mise, comprimendola, in canestri intrecciati; l’altra mela versò nei vasi, affinché mangiando gli servisse da bevanda.

Venne, pascendo la sua greggia, e in collo

Pondo non lieve di risecca selva
Che la cena cocessegli, portando.
Davanti all’antro gittò il carco, e tale
Levòssene un romor, che sbigottiti
Nel più interno di quel ci ritraemmo.
Ei dentro mise le feconde madri,
E gl’irchi a cielo aperto, ed i montoni
Nella corte lasciò. Poscia una vasta
Sollevò in alto ponderosa pietra,
Che ventidue da quattro ruote e forti
Carri di loco non avrìano smossa,
E l’ingresso acciecò della spelonca.
Fatto, le agnelle, assiso, e le belanti
Capre mugnea, tutto serbando il rito,
E a questa i parti mettea sotto, e a quella.
Mezzo il candido latte insieme strinse,
E su i canestri d’intrecciato vinco
Collocollo ammontato; e l’altro mezzo,
Che dovea della cena esser bevanda,
Il ricevero i pastorecci vasi.

Quando accese il fuoco scorse Ulisse e i suoi compagni e cosi li interrogò con voce tonante: « Stranieri, chi siete? Da dove venite? Forse per qualche negozio, od a caso vagate quali pirati sul mare, esponendo le vostre vite e danni appor­tando agli stranieri?»

Ulisse gli rispose che erano Achei partiti da Troia per tornare alle loro case dopo la distruzione della città e che a causa di eventi avversi erano arrivati in quella terra. Quindi lo supplicò di rispettare i doveri di ospitalità e lo ammonì a non ignorare il volere degli dei e in particolare di Zeus difensore dei supplichevoli e degli ospiti.

Ma lui rispose che i Ciclopi non temevano né Zeus né gli altri dei e che si sarebbe comportato con loro come l’animo suo gli avrebbe imposto. Quindi chiese ad Ulisse dove avesse fatto ancorare la sua nave. Ma Ulisse, cono­scitore di molte malizie, lo ingannò dicendo che la nave aveva fatto naufragio e solo lui e i compagni che erano con lui si erano salvati.

Il Ciclope senza nulla rispondere gettò le mani sui compagni, ne afferrò due e li sbattè contro terra uccidendoli e poi ridusse in brandelli i loro corpi per prepararsi la cena. Li mangiò beven­dovi sopra il latte che aveva preparato.

Nulla il barbaro a ciò: ma, dando un lancio,
La man ponea sovra i compagni, e due
Brancavane ad un tempo, e, quai cagnuoli,
Percoteali alla terra, e ne spargea
Le cervella ed il sangue. A brano a brano
Dilacerolli, e s’imbandì la cena.
Qual digiuno leon, che in monte alberga,
Carni ed interïora, ossa e midolle,
Tutto vorò, consumò tutto. E noi
A Giove ambo le man tra il pianto alzammo,
Spettacol miserabile scorgendo
Con gli occhi nostri, e disperando scampo.
Poiché la gran ventraia empiuto s’ebbe,
Pasteggiando dell’uomo, e puro latte
Tracannandovi sopra, in fra le agnelle
Tutto quant’era ei si distese, e giacque.

Dopo aver mangiato giacque nell’antro sdraiato in mezzo alle greggi. Inizialmente Ulisse pensò di estrarre la spada e ucciderlo, ma poi riflettè che in quel modo sarebbero morti anche loro, perché nessuno poteva smuovere il grande macigno che il ciclope aveva posto davanti alla porta. Quando l’aurora apparve, allora il Ciclope riaccese il fuoco, munse le pecore, e poi di nuovo ghermì altri due compagni di Ulisse e li mangiò. Dopo aver mangiato spinse il gregge fuori della spe­lonca, rimuovendo la gran porta che subito dopo richiuse.

Ulisse vide un ramo d’ulivo, gigantesco, ancora verde, che a lui pareva l’albero di una nave da venti remi, e che il Ciclope aveva conservato per farne un bastone. Ordinò ai compagni di tagliarne un pezzo e renderlo liscio mentre lui lo appuntiva. Quindi l’abbrustolì nell’ardente fuoco e per nasconderlo lo collo ben bene sotto il letame, ch’era sparso per la grotta in grande quantità. Ingiunse poi agli altri di tirare a sorte, chi con lui, avesse l’ardimento di ficcarlo nell’occhio al Ciclope, quando si sarebbe addormentato.

La sera Ulisse offrì al ciclope, che intanto aveva divorato altri due compagni, il vino che gli aveva donato Marone. Il Ciclope, contento del vino offerto, chiese poi a Ulisse il suo nome dicendo che voleva dargli i doni dell’ospitalità. E Ulisse gli rispose di chiamarsi Nessuno. Il Ciclope gli assicurò che come dono di ospitalità lo avrebbe divorato per ultimo.

Fornita ogni opra, m’abbrancò di nuovo
Due de’ compagni, e cenò d’essi il mostro.
Allora io trassi avanti, e, in man tenendo
D’edra una coppa: “Te’ Ciclope”, io dissi:
“Poiché cibasti umana carne, vino
Bevi ora, e impara, qual su l’onde salse
Bevanda carreggiava il nostro legno.
Questa, con cui libar, recarti io volli,
Se mai, compunto di nuova pietade,
Mi rimandassi alle paterne case.
Ma il tuo furor passa ogni segno. Iniquo!

Com‘ebbe detto queste parole, cadde supino, e ripiegando il grosso collo si sdraiò e fu colto dal sonno. Allora Ulisse mise il palo ad ardere nel fuoco, e poi insieme ai compagni si avvicinò al Ciclope . Gli infissero il palo dentro l’unico occhio che aveva in mezzo alla fronte e cominciarono a mescolare per distruggergli la vista. Il Ciclope mandò alte grida di dolore e mentre Ulisse e i compagni scappavano egli si trasse dall’occhio la pertica sporca di sangue, la lanciò lontano da sé, e chiamò gli altri Ciclopi, che intorno a lui abitavano. Udendo questi la sua voce, accorsero chi da una parte, chi dall’altra, e chiamandolo con il suo nome, Polifemo, gli chiesero cosa l’affliggesse. E a loro rispose Polifemo: «Amici, Nessuno mi uccide con inganno, non già colla forza». E loro, avendo capito che era da solo, per il male che sentiva gli consigliarono di rivolgersi a suo padre Poseidone. E se ne andarono.

La coppa ei tolse, e bevve, ed un supremo
Del soave licor prese diletto,
E un’altra volta men chiedea: “Straniero,
Darmene ancor ti piaccia, e mi palesa
Subito il nome tuo, perch’io ti porga
L’ospital dono che ti metta in festa.
Vino ai Ciclopi la feconda terra
Produce col favor di tempestiva
Pioggia, onde Giove le nostre uve ingrossa:
Ma questo è ambrosia e nèttare celeste”.
Un’altra volta io gli stendea la coppa.
Tre volte io la gli stesi; ed ei ne vide
Nella stoltezza sua tre volte il fondo.
Quando m’accorsi che saliti al capo
Del possente licor gli erano i fumi,
Voci blande io drizzavagli: “Il mio nome
Ciclope, vuoi? L’avrai: ma non frodarmi
Tu del promesso a me dono ospitale.
Nessuno è il nome; me la madre e il padre
Chiaman Nessuno, e tutti gli altri amici”.
Ed ei con fiero cor: “L’ultimo ch’io
Divorerò, sarà Nessuno. Questo
Riceverai da me dono ospitale”.
Disse, diè indietro, e rovescion cascò.
Giacea nell’antro con la gran cervice
Ripiegata su l’omero: e dal sonno,
Che tutti doma, vinto, e dalla molta
Crapula oppresso, per la gola fuori
Il negro vino e della carne i pezzi,
Con sonanti mandava orrendi rutti.
Immantinente dell’ulivo il palo
Tra la cenere io spinsi; e in questo gli altri
Rincorava, non forse alcun per tema
M’abbandonasse nel miglior dell’opra.
Come, verde quantunque, a prender fiamma
Vicin mi parve, rosseggiante il trassi
Dalle ceneri ardenti, e al mostro andai
Con intorno i compagni: un dio per fermo
D’insolito ardimento il cor ci armava.
Quelli afferrâr l’acuto palo, e in mezzo
Dell’occhio il conficcaro; ed io di sopra,
Levandomi su i piè, movealo in giro.
E come allor che tavola di nave
Il trapano appuntato investe e fora,
Che altri il regge con mano, altri tirando
Va d’ambo i lati le corregge, e attorno
L’instancabile trapano si volve:
Sì nell’ampia lucerna il trave acceso

Noi giravamo. Scaturiva il sangue,
La pupilla bruciava, ed un focoso
Vapor, che tutta la palpèbra e il ciglio
Struggeva, uscìa della pupilla, e l’ime
Crepitarne io sentìa rotte radici.
Qual se fabbro talor nell’onda fredda
Attuffò un’ascia o una stridente scure,
E temprò il ferro, e gli diè forza; tale,
L’occhio intorno al troncon cigola e frigge.
Urlo il Ciclope sì tremendo mise,
E tanto l’antro rimbombò, che noi
Qua e là ci spargemmo impauriti.
Ei fuor cavossi dall’occhiaia il trave,
E da sé lo scagliò di sangue lordo,
Furïando per doglia: indi i Ciclopi,
Che non lontani le ventose cime
Abitavan de’ monti in cave grotte,
Con voce alta chiamava. Ed i Ciclopi
Quinci e quindi accorrean, la voce udita
E soffermando alla spelonca il passo,
Della cagione il richiedean del duolo:
“Per quale offesa, o Polifemo, tanto
Gridàstu mai? Perché così ci turbi
La balsamica notte e i dolci sonni?
Fùrati alcun la greggià? o uccider forse
Con inganno ti vuole, o a forza aperta?”
E Polifemo dal profondo speco:
“Nessuno, amici, uccidemi, e ad inganno,
Non già colla virtude”. “Or se nessuno
Ti nuoce”, rispondeano, “e solo alberghi,
Da Giove è il morbo, e non v’ha scampo. Al padre
Puoi bene, a re Nettun, drizzare i prieghi”.
Dopo ciò, ritornâr su i lor vestigi:
Ed a me il cor ridea, che sol d’un nome
Tutta si fosse la mia frode ordita.

Il Ci­clope frattanto gemendo e lamentandosi per i dolori, muovendosi a tentoni rimosse la pietra dalla porta e si fermò sul limitare, protendendo le braccia per acchiappare chi per avventura uscisse fuori in mezzo alle pecore.

Alessandro Allori - The Blinding of Polyphemus
Alessandro Allori – The Blinding of Polyphemus

Ulisse cercava di trovare il miglior modo possibile per salvare da morte i suoi compagni e se stesso. Vi erano de montoni assai ben pasciuti. Allora ebbe l’idea di legarli a tre a tre con i vimini del giaciglio di Polifemo e di legare sotto il ventre dei montoni i suoi compagni mentre lui si appese al ventre di un montone più grande di tutti gli altri. Quando Polifemo mandò fuori al pascolo i montoni palpò loro il dorso ma non pensò di controllare il ventre.

Co’ vinchi attorti, sovra cui solea
Polifemo dormir: quel ch’era in mezzo,
Portava sotto il ventre un de’ compagni,
Cui fean riparo i due ch’ivan da lato,
E così un uomo conducean tre bruti.
Indi afferrai pel tergo un arïete
Maggior di tutti, e della greggia il fiore;
Mi rivoltai sotto il lanoso ventre,
E, le mani avolgendo entro ai gran velli,
Con fermo cor mi v’attenea sospeso.
Così, gemendo, aspettavam l’aurora.
Sorta l’aurora, e tinto in roseo il cielo,
Fuor della grotta i maschi alla pastura
Gittavansi; e le femmine non munte,
Che gravi molto si sentìan le poppe,
Rïempìan di belati i lor serragli.
Il padron, cui ferìan continue doglie,
D’ogni montone, che diritto stava,
Palpava il tergo, e non s’avvide il folle
Che dalle pance del velluto gregge
Pendean gli uomini avvinti. Ultimo uscìa
De’ suoi velli bellissimi gravato
L’arïete, e di me, cui molte cose
S’aggiravan per l’alma.

Annibale Caracci - Polifemo
Annibale Caracci – Polifemo

 

 

Una volta liberi Ulisse e i compagni dopo aver cacciato numerose pecore raggiunsero la nave. Appena partiti Ulisse gridò a Polifemo frasi beffarde. Polifemo si incollerì ulteriormente e staccata la cima di un gran monte, la scagliò proprio davanti alla nave. Il mare fluttuò, e il successivo riflusso e l’alta marea portarono la nave verso la riva.

Arnold Böcklin - Odysseus und Polyphemus (1896)
Arnold Böcklin – Odysseus und Polyphemus (1896)

Allora Ulisse, prendendo una lun­ghissima pertica, l’allontanò alquanto, ed animando i com­pagni comandò loro, di spingere forte sui remi. E quelli cur­vandosi vogarono. Ma quando furono abbastanza lontani, Ulisse allora si volse per parlare al Ciclope: «Ciclope, se alcun dei mortali uomini ti chiederà spiegazioni sulla perdita del1occhio, di’ che Ulisse, distratto di cittì, figliuolo a Laerte, avente casa in Itaca, te ne privò». Alle quali parole Polifemo urlando rispose : «L’oracolo mi aveva detto che per le mani di Ulisse sarei stato privato della vista. Ma sempre un qualche uomo grande, bello e molto forzuto m’aspettavo che qui venisse. Invece un piccolo, un uomo da nulla mi privò dell’occhio, dopo avermi domato col vino», quindi stendendo le mani al cielo si rivolse a Poseidone suo padre, chiedendogli di far si che Ulisse non potesse più tornare nella sua Itaca o che molto tardi vi ritornasse con nave non sua e dopo aver perso tutti i compagni. Quindi prese un altro macigno e lo lanciò dietro alla nave. Alla fine Ulisse e i suoi giunsero nell‘isola, dove avevano lasciato le altre navi. Qui per tutto il resto del giorno fino al cader del sole, sedettero banchettando con carni e con dolce vino: e quando il sole tramontò, e sopravvenne la notte, allora si coricarono a dormire sulla spiaggia. All’apparire dellaurora, Ulisse ordinò ai compagni di montare sulle navi e di scioglierne le funi. Così ripartirono lieti della vita e dolenti nell’animo per i compagni perduti.

Ulisse tra Scilla e Cariddi

Ulisse ed Eolo

Fonte

Omero, Odissea, Traduzione di Ippolito Pindemonte