Enea dalla Sicilia a Cartagine

Virgilio comincia il racconto dal settimo anno dei viaggi di Enea allorché stanno partendo i Troiani dalla Sicilia, dove erano stati ospiti del re Aceste, verso l’Italia.

Ma la dea Giunone non è ben disposta verso l’eroe troiano per tre motivi: perché aveva perso la gara di bellezza contro la madre di Enea, perché la sua città favorita, Cartagine, era destinata ad essere distrutta dalla stirpe troiana e infine perché Ganimede, principe troiano, era stato scelto come coppiere degli dei al posto di Ebe, sua figlia. Così quando vede i Troiani in Sicilia, al colmo dell’ira, si reca nell’isola Eolia, il cui re, Eolo, per concessione di Giove in una vasta spelonca manteneva soggetti alla sua autorità e incatenati i riottosi venti e le rumoreggianti tempeste.

Giunone racconta ad Eolo che gente sua nemica proveniente da Troia naviga per il mare Tirreno diretta in Italia e gli chiede di fare uscire con violenza i venti, dirigerli verso le navi dei Troiani e disperderle in tutte le direzioni. In cambio gli promette che avrebbe legato a lui la più bella delle sue quattordici ninfe, Deiopea.

Eolo pur essendo grato per il dono le ricorda che sarebbe stato comunque suo dovere ubbidirle perché da lei discendeva il suo potere. Detto questo, con un’asta percuote il monte, ed i venti, fatta quasi una schiera, si precipitano verso l’uscita, e piombano sul mare tutti insieme sconvolgendolo dal più basso fondo, e spingendo ondate immense verso il lido. Le nubi fanno sparire all’improvviso il cielo e la luce alla vista degli atterriti Troiani mentre tuoni e lampi minacciano loro una morte imminente.

Enea alza le mai al cielo e grida il suo dolore per non avere avuto la sorte di morire presso le superbe mura di Troia come tanti altri eroi.

Smarrissi Enea di tanto, e tale un gelo
sentissi, che tremante al ciel si volse
con le man giunte, e sospirando disse:
«O mille volte fortunati e mille
color che sotto Troia e nel cospetto
de’ padri e de la patria ebbero in sorte
di morir combattendo! O di Tidèo
fortissimo figliuol, ch’io non potessi
cader per le tue mani, e lasciar ivi
questa vita affannosa, ove lasciolla
vinto per man del bellicoso Achille,
Ettor famoso e Sarpedonte altero?
E se d’acqua perire era il mio fato,
perché non dove Xanto o Simoenta
volgon tant’armi e tanti corpi nobili?»

Mentre diceva così, le navi venivano spinte alcune contro gli scogli, altre nelle secche. Davanti ai suoi occhi affondò la nave dei Lici, alleati dei Troiani, molti dei quali morirono annegati, compreso il loro capo Oronte. La tempesta fracassò la robusta nave d’Ilioneo, quella in cui era trasportato Abante e quella del vecchio Alete.

Messina - Statua di Nettuno con il Tridente (Montorsoli)
Messina – Statua di Nettuno con il Tridente (Montorsoli)

Nettuno si accorse della tempesta che era stata suscitata e che aveva sconvolto il mare fino al suo fondo. Gravemente sdegnato, sollevò il capo dalla superficie del mare e vide la flotta di Enèa dispersa e i Troiani oppressi dalle onde e dal furore del cielo. Chiamò a se Euro e Zefiro. li rimproverò per avere osato turbare il cielo e la terra senza il suo volere, intimò loro di ricordare ad Eolo che a lui, Nettuno, il tridente generatore di mari tempestori era stato dato dalla sorte non al custode dei venti. In breve tempo Nettuno fece calmare le onde, mise in fuga le nubi e riportò il sole. Con l’aiuto di Cimotoe e Tritone, due divinità marine al suo servizio, liberò le navi che erano rimaste sugli scogli e lui stesso con il Tridente liberò quelle che si erano arenate.

I troiani stanchi si sforzarono di raggiungere le spiagge più vicine dirigendosi verso la Libia. Con sette navi rimaste Enea raggiunse una amena baia. Raccolto dal mare il grano bagnato e gli strumenti per fare il pane, Acate accese un fuoco mentre Enea salito su uno scoglio scrutava il mare nella speranza di vedere le altre navi con i suoi compagni. Vide invece un branco di cervi che pascolavano per le valli. Armatosi di arco e frecce ne uccise sette, uno per ogni nave. Tornato al porto tenne un discorso ai compagni esortandoli a ritrovare il coraggio per continuare il viaggio verso il Lazio dove doveva risorgere il regno di Troia

Quindi banchettarono con la carne dei cervi e il vino che Aceste aveva caricato nelle anfore prima di lasciare la Sicilia.

Intanto Venere, che era la madre di Enea, preoccupata per le sorti del figlio si era rivolta a Giove chiedendogli di intervenire in sua difesa. Giove la rassicurò dicendole che, ottenuta la benevolenza di Giunone, l’eroe raggiungerà il Lazio e fonderà Lavinio, farà una terribile guerra nell’Italia, domerà popoli feroci, stabilirà leggi e costruirà città e governerà tre anni, il figlio Ascanio Julio governerà trenta anni sarà il fondatore della città di Albalonga, e da lui discenderà Romolo, fondatore a sua volta di Roma e della stirpe romana che sottometterà la Grecia, vendicando così dopo secoli la sconfitta di Troia. E dalla grande stirpe romana nascerà Giulio Cesare che spingerà i confini dell’impero fino all’Oceano, la fama fino alle stelle.

Quindi il re degli dei inviò Mercurio a Cartagine, città prossima al luogo dove erano approdati i Troiani, con il compito di predisporre i Cartaginesi ad una favorevole accoglienza di Enea e dei compagni superstiti.

Venere, assunte le sembianze di una giovane cacciatrice, si presenta al figlio e dopo avergli detto qual’era il luogo dove si trovava gli spiega la vicenda della città, fondata dai Fenici emigrati dalla propria terra al seguito della regina di Tiro, Didone, fuggita dopo che il fratello Pigmalione, un tiranno crudele e scellerato, le aveva ucciso il marito Sicheo per impadronirsi del regno. Didone, giunta nel luogo dove sorgeva Cartagine pattuì con il re locale Iarba che avrebbe preso tanto terreno quanto ne avesse potuto coprire con una pelle di bue.

Pietro da Cortona - Venere Venere, con le sembianze di una cacciatrice appare ad Enea
Pietro da Cortona – Venere Venere, con le sembianze di una cacciatrice appare ad Enea (Musée du Louvre, Paris )

Allora Venere cacciatrice, fingendo di non saperlo, chiede ad Enea chi fossero lui e i suoi compagni e da dove venissero. Enea risponde raccontando come, partito da Troia distrutta per raggiungere l’Italia con venti navi, l’avversa sorte l’avesse condotto sul suolo libico con le sole sette navi rimaste.

Venere lo interrompe annunziandogli il prossimo ritorno dei compagni ed esortandolo a proseguire il suo cammino recandosi alla corte della regina Didone. Quando Venere sta per andarsene Enea la riconosce ed esprime il suo rammarico per il fatto che non si fosse palesata come sua madre. Ma Venere avvolge lui ed Acate in una nuvola di nebbia in modo che possano muoversi tra la gente senza essere visti.

Enea ed Acate guardano dall’alto la costruzione di Cartagine, e non visti perché coperti dalla nebbia creata da Venere, vanno poi in mezzo alla città. Essi trovano la popolazione tutta dedita ai lavori per edificare la nuova città, e guardano meravigliati e rapiti le grandi costruzioni. Davanti a questo spettacolo Enea ripensa alle sue spe­ranze di costruire la nuova Troia. I due si inoltrano nel tempio di Giunone dove Enea è attratto da una grande pittura sulle mura in cui è raffigurata proprio la sconfitta di Troia. Nel vedere dipinta la strage, il tradimento, la fuga, la disperazione e nel riconoscere i corpi degli amici trafitti non riesce a trattenere le lacrime.

Ma ecco che, seguita da un corteo di principi, appare nel tempio Didone splendente di bellezza: siede sul trono e dà inizio alla sua attività di regina stabilendo con dolcezza editti e leggi e distribuendo con egual compenso opere  e fatiche. Ad un certo punto nel tempio stesso Enea vede entrare Sergesto, Anteo, Cloanto e gli altri Troiani che l’aspra tempesta del mare aveva dispersi e separati da lui. Stupore, timore, letizia, tenerezza e desiderio di mostrarsi ed abbracciarli assalirono Acate e lui.  Ma, incerti delle possibili conseguenze rimasero ancora nascosti dentro la nube. Quando ai Troiani fu concessa udienza prese la parola il saggio Ilioneo, il quale dopo essersi rammaricato per il fatto che era stato negato loro lo sbarco, supplicò la regina di aiutare gli infelici naufraghi, desiderosi di ritrovare il loro capo e di salpare verso la terra chiamata Italia e dai Greci chiamata Esperia e se ciò non fosse possibile di potere almeno tornare in Sicilia presso il generoso Aceste.

Una parte d’Europa è, che da’ Greci
si disse Esperia, antica, bellicosa
e fertil terra, dagli Enotrei cólta.
Prima Enotria nomossi, or, come è fama,
preso d’Italo il nome, Italia è detta.
Qui ‘l nostro corso era diritto, quando
Orïon tempestoso i vènti e ‘l mare
sí repente commosse, e mar sí fero,
vènti sí pertinaci, e nembi e turbi
cosí rabbiosi, che sommersi in parte
e dispersi n’ha tutti: altri a le secche,
altri a gli scogli, ed altri altrove ha spinti:
e noi pochi, di tanti, ha qui condotti.
Ma qual sí cruda gente, qual sí fera
e barbara città quest’uso approva,
che ne sia proibita anco l’arena?
Che guerra ne si muova, e ne si vieti
di star ne l’orlo de la terra a pena?
Ah! se de l’armi e de le genti umane
nulla vi cale, a dio mirate almeno,
che dal ciel vede e riconosce i meriti
e i demeriti altrui. Capo e re nostro
era pur dianzi Enea, di cui piú giusto,
piú pio, piú pro’ ne l’armi, piú sagace
guerrier non fu già mai. Se questi è vivo,
se spira, se il destin non ce l’invidia,
quanto ne speriam noi, tanto potresti
tu non pentirti a provocarlo in prima
a cortesia. Ne la Sicilia ancora
avem terre, avem armi, avemo Aceste
che n’è signore, ed è de’ nostri anch’egli.
Quel che vi domandiamo è spiaggia, è selva,
è vitto da munir, da risarcire
i vòti e stanchi e sconquassati legni,
per poter lieti (ritrovando il duce
e gli altri nostri, o se pur mai n’è dato
veder l’Italia) ne l’Italia addurne;
ma se nostra salute in tutto è spenta,
se te, nostro signor, nostro buon padre,
di Libia ha ‘l mare, e piú speranza alcuna
non ci riman del giovinetto Iulo,
almen tornar ne la Sicania, ond’ora
siam qui venuti e dove il buon Aceste
n’è parato mai sempre ospite e rege».

Alle parole d’Ilïoneo tutti assentirono i Teucri, e la regina con gli occhi bassi e con benigna voce brevemente rispose assicurando la sua protezione e il rispetto della loro libertà di decidere se rimanere nella sua terra o se partire. La regina promise anche di far ricercare il loro re scomparso.

A questo punto Enea ed Acate espressero la volontà di rivelarsi e subito  la nube che li nascondeva si dissolse, e l’eroe apparve, simile a un dio, in tutta la sua forza e bellezza.

Enea saluta i compagni e ringrazia con parole di riconoscenza Didone che, stupita e lieta, invita i Troiani nella sua reggia, dove fa preparare per loro un sontuoso banchetto. Enea fa chiamare intanto Ascanio, rimasto di guardia alle navi, ma Venere, trepidante per la sorte del figlio temendo le insidie di Giunone, manda Cupido, dio dell’amore, sotto le forme di Ascanio. Cupido ha il compito di insinuare nell’animo della regina una grande passione d’amore per Enea. Alla fine del banchetto Didone prega Enea di narrare le sue straordinarie avventure.

Nathaniel Dance-Holland - The Meeting of Dido and Aeneas - Google Art Project
Nathaniel Dance-Holland – The Meeting of Dido and Aeneas – Google Art Project
 

 

Fonte

Publio Virgilio Marone, Eneide, Traduzione di Annibal Caro

Publio Virgilio Marone, Eneide, Traduzione di Giuseppe Albini

Note

Approdata sulle coste libiche, Didone ottenne dal re Iarba il permesso di stabilirsi li, prendendo tanto terreno “quanto ne poteva contenere una pelle di bue”. Didone tagliò astutamente la pelle di toro in tante striscioline e le mise in fila, in modo da delimitare quello che sarebbe stato il futuro territorio della città di Cartagine riuscendo così a occupare un terreno di circa ventidue stadi quadrati (uno stadio equivale a circa 185,27 m). Da questa leggenda è nato il cosiddetto problema di Didone.

L’origine della leggenda può risiedere nel fatto che la città comprendeva una rocca chiamata Byrsa dalla voce ebraica “borsa” ovvero “luogo munito” che è anche il più antico nome di Cartagine. Ma per i greci  Byrsa  è il cuoio, da qui la leggenda della pelle di bue.

Aceste chiamato anche Egesto, fu un re siciliano mitologico, figlio di una donna Troiana, Egesta, e del dio fluviale Crimiso detto anche Belice. Allevato in Sicilia, qui apprese i costumi e la lingua dell’isola; quando Troia venne attaccata dai Greci, vi si recò per difendere la città.

I Greci chiamavano Esperia l’ Italia perché essendo questa occidentale rispetto a loro, dalla parte appunto dell’Italia appare per essi la stella Espero, ovvero il pianeta Venere.


Il viaggio di Enea