Il racconto di Enea alla corte di Didone

Enea racconta alla regina Dìdone che i Greci, stanchi del lungo assedio di Troia, pensarono d’impadronirsi della città per mezzo di un singolare stratagemma. Finsero la fuga e si nascosero dietro all’isola di Tenedo, e nel luogo dove erano prima accampati lasciarono uno smisurato cavallo di legno, nel cuì ventre erano racchiusi molti soldati. Il cavallo venne condotto dentro alla città per frode di Sinone che si era fatto appositamente prendere prigioniero dai Troiani, e una volta catturato consigliò di introdurre dentro le mura il cavallo di legno dicendo che i Greci lo avevano costruito con l’intenzione di offrirlo in segno di riconciliazione e di espiazione. I Troiani, anche se ammoniti a non fidarsi da Laocoonte, si lasciarono convincere.

Giandomenico Tiepolo Costruzione del Cavallo di Troia (1760 National Gallery)
Giandomenico Tiepolo Costruzione del Cavallo di Troia (1760 National Gallery)

Di notte, dal cavallo uscirono fuori i Greci, e aperte le porte al loro esercito, misero Troia tutta a ferro e a fuoco.

Ettore in sogno consigliò la fuga ad Enea, ma questi preferendo la morte tentò con poca truppa di soccorrere in qualche modo la patria. Ma vedendo già incendiata la città e ucciso Priamo per mano di Pirro, pensò di punire Elena ma gli si presentò Venere e lo esortò a cercare padre, moglie e figlio per andarsene da Troia distrutta. Tornò alla casa paterna, e posti in mano del genitore Anchise gli Dei Penati e le cose sacre, con lui in spalla, con la consorte Creusa, e col figlio Ascanio prese la fuga.

Martin Johann Schmidt Fuga di Enea
Martin Johann Schmidt Fuga di Enea (Museum of Fine Arts Budapest )

Nel cammino perse la moglie e allora tornò indietro per ritrovarla; ma gli si presentò 1’ombra di lei, che gli parlò dicendo che gli dèi avevano voluto che ella non seguisse il marito nei suoi viaggi ma fosse assunta in cielo per servire Cibele, la Grande Madre Idea, dea della natura, degli animali e dei luoghi selvatici. L’ombra della donna ripose in Enea il suo amore per il figlioletto Ascanio. Enea cercò di abbracciarla, ma il fantasma si dissolse come un soffio di vento. Enea tornò indietro e raccolti i suoi compagni sul monte Ida si dispose alla partenza per mare.

Per mare si recò nella Tracia. Qui fondò la città di Eneade. Mentre raccoglieva dei rami per i sacrifici, Enea vide del sangue che colava dall’arbusto e sentì la voce di Polidoro, figlio di Priamo, che gli raccontò la propria tragica fine e lo esortò a fuggire da quella terra. Le fronde altro non erano che il risultato della metamorfosi delle frecce con cui il giovane era stato trafitto ed il suo cadavere giaceva non perfettamente sepolto, sicché l’anima non era ancora entrata nell’Ade.

Perché di cosí pio, cosí spietato,
Enea, vèr me ti mostri? A che molesti
un ch’è morto e sepolto? A che contamini
col sangue mio le consanguinee mani?
Ché né di patria, né di gente esterno
son io da te; né questo atro liquore
esce da sterpi, ma da membra umane.
Ah! fuggi, Enea, da questo empio paese:
fuggi da questo abbominevol lito:
ché Polidoro io sono, e qui confitto
m’ha nembo micidiale, e ria semenza
di ferri e d’aste che, dal corpo mio
umor preso e radici, han fatto selva”.
A cotal suon, da dubbia téma oppresso,
stupii, mi raggricciai, muto divenni,
di Polidoro udendo. Un de’ figliuoli
era questi del re, ch’al tracio rege
fu con molto tesoro occultamente
accomandato allor che da’ Troiani
incominciossi a diffidar de l’armi,
e temer de l’assedio. Il rio tiranno,
tosto che a Troia la fortuna vide
volger le spalle, anch’ei si volse, e l’armi
e la sorte seguí de’ vincitori;
sí che, de l’amicizia e de l’ospizio
e de l’umanità rotta ogni legge,
tolse al regio fanciul la vita e l’oro.

Enea si affrettò a tumulare degnamente Polidoro e ripartì, lasciando quel luogo maledetto per raggiungere l’isola di Ortygia (Delo). Qui regnava Anio, sacerdote di Apollo, dal quale apprese di doversi recare dall'”antica madre” dove la casa di Enea era destinata a regnare sul mondo. Anchise credette di individuare l’antica madre nell’isola di Creta dalla quale era partito Teucro per stabilirsi in Troade dove visse e regnò prima della fondazione di Troia.

Raggiunta Creta, Enea vi fondò un’altra città che chiamò Pergama. Ma sopraggiunse una pestilenza ed in sogno gli comparvero i Penati che gli riportarono un oracolo di Apollo secondo il quale i profughi dovevano muoversi ancora, verso un luogo che i Greci chiamavano Esperia, che gli Enotri abitarono e che dal nome di un loro duce i discendenti hanno chiamato Italia. Quella era la meta perché lì era nato Dardano il capostipite della stirpe dei Troiani.

Durante il viaggio una tempesta spinse i Troiani alle isole Strofadi, dove furono attaccati dalle Arpie, creature mostruose, con viso di donna sempre pallido e corpo d’uccello con artigli nelle dita. Una di esse, Celeno, profetizzò ai Troiani che una volta giunti in Italia una terribile fame li avrebbe costretti a mangiare gli stessi piatti di farro essiccato sui quali ponevano il cibo.

François Perrier - Enea e i suoi compagni assaliti dalle Arpie
François Perrier – Enea e i suoi compagni assaliti dalle Arpie Museo del Louvre

Ripreso il viaggio Enea sbarcò nel promontorio Azio dove celebrò dei giochi. Si recò poi a Butroto, città dell’Epiro fondata dall’indovino Eleno sfuggito alla distruzione di Troia. Enea incontrò Andromaca, vedova di Ettore, fatta schiava dai Greci ed affrancata da Neottolemo figlio di Achille. Andromaca era diventata la moglie di Eleno il quale accolse amichevolmente i Troiani. Enea chiese vaticini ad Eleno, il quale gli profetizzò il futuro per quanto gli era permesso dalla Parche e da Giunone. Lo avvertì di doversi fermare in quel luogo dell’Italia dove avesse trovato sotto un leccio una scrofa bianca con trenta porcellini. Gli consigliò di recarsi, una volta giunto in Italia, dalla Sibilla Cumana che gli avrebbe rivelato tutto ciò che avrebbe avuto bisogno di sapere sul paese e sui suoi abitanti e avrebbe saputo suggerirgli come affrontare e superare gli ostacoli.

Lo informò quindi dei pericoli ai quali sarebbe andato incontro. Gli consigliò di evitare le terre d’Italia abitate da Greci e gli descrisse i pericoli dell’attraversamento dello stretto del Peloro che separa la Sicilia dall’Italia. Quei luoghi che un dí formavano un’unica terra per un rovinoso evento si staccarono; il mare a forza s’insinuò, e cominciò a scorrere tra i separati campi e le città.

Il lato destro era tenuto dalla spietata Scilla, il sinistro da Cariddi che vorticosa tre volte al giorno inghiottiva i flutti e poi li rimandava fuori lanciandoli verso il cielo. Scilla abitava una oscura  spelonca dalla quale affacciandosi attirava le navi sugli scogli . Essa aveva volto umano e bel virgineo busto: il resto del suo corpo era mostruoso con code di delfini ad un ventre di lupo.

Eleno consigliò quindi di fare il periplo della Sicilia piuttosto che attraversare lo stretto.

Nel destro lato è Scilla; nel sinistro
è l’ingorda Cariddi. Una vorago
d’un gran baratro è questa, che tre volte
i vasti flutti rigirando assorbe,
e tre volte a vicenda li ributta
con immenso bollor fino a le stelle.
Scilla dentro a le sue buie caverne
stassene insidïando; e con le bocche
de’ suoi mostri voraci, che distese
tien mai sempre ed aperte, i naviganti
entro al suo speco a sé tragge e trangugia.
Dal mezzo in su la faccia, il collo e ‘l petto
ha di donna e di vergine; il restante,
d’una pistrice immane, che simíli
a’ delfini ha le code, ai lupi il ventre.
Meglio è con lungo indugio e lunga volta
girar Pachino e la Trinacria tutta,
che, non ch’altro, veder quell’antro orrendo,
serntir quegli urli spaventosi e fieri
di quei cerulei suoi rabbiosi cani.

Infine Eleno e Andromaca, commossi, consegnarono a Enea, Anchise e Ascanio doni ospitali e augurarono rapporti di amicizia perenne tra i loro discendenti.

Ripreso il mare, gli esuli troiani giunsero in vista dell’Italia ed effettuarono un breve sbarco in Calabria per sacrificare agli dei quattro cavalli bianchi che incontrarono sulla costa, segno di guerra e di concordia successiva coi popoli italici.

Da lontano i Troiani videro l’Etna e più vicini udirono i rumori dei flutti contro gli scogli; virando verso ovest si avvicinarono alla costa sicula e quindi videro Cariddi. Anchise riconobbe il pericolo annunciato da Eleno ed esortò i compagni a fare forza sui remi per allontanarsi da quel luogo. Stanchi e ignari del cammino approdarono infine sulle spiagge dei Ciclopi, presso l’Etna.

Eravam lassi; e ‘l vento e ‘l sole insieme
ne mancâr sí, che del vïaggio incerti
disavvedutamente a le contrade
de’ Ciclopi approdammo. È per se stesso
a’ vènti inaccessibile e capace
di molti legni il porto ove giugnemmo;
ma sí d’Etna vicino, che i suoi tuoni
e le sue spaventevoli ruine
lo tempestano ognora. Esce talvolta
da questo monte a l’aura un’atra nube
mista di nero fumo e di roventi
faville, che di cenere e di pece
fan turbi e groppi, ed ondeggiando a scosse
vibrano ad ora ad or lucide fiamme
che van lambendo a scolorir le stelle;
e talvolta, le sue viscere stesse
da sé divelte, immani sassi e scogli
liquefatti e combusti al ciel vomendo
in fin dal fondo romoreggia e bolle.

Qui incontrarono un uomo tremendamente sporco, con la barba incolta, coperto da uno straccio tenuto assieme da spine. Costui come da lontano vide le insegne Troiane, per un momento ebbe paura ed esitò.

Poi subito scese a precipizio alla riva, piangendo e supplicando i troiani di portarlo via da quel luogo. Si trattava di un greco, Achemenide, che era stato dimenticato da Ulisse nell’antro di Polifemo. Enea lo accolse e si fece raccontare la vicenda de loro incontro con Polifemo. Aveva appena parlato, che apparve il pastore Polifemo muovendosi con la sua vasta mole e con l’occhio spento aiutandosi con un tronco di pino come bastone. Seguiva il gregge di pecore, suo solo piacere e conforto del male.

Quando arrivò a toccare le acque profonde, lavò il sangue dall’occhio ferito, digrignando i denti e gemendo, e continuò ad avanzare in mezzo al mare.

I Troiani si imbarcarono in gran fretta, ma Polifemo sentì le loro voci, e non potendo afferrarli conla sua mano, non potendo inseguire le onde, levò un grido immenso, che fece tremare il mare e tutte le acque, e nel profondo la terra d’Italia; facendo rimbombare anche le tortuose grotte dell’Etna.

Il popolo dei Ciclopi si precipitò al porto e affollò le rive con lo sguardo inutilmente feroce, con la testa alta verso il cielo.

Il terrore spingeva i Troiani a correre a precipizio verso qualunque meta, a offrire le vele al vento propizio. Ma le profezie di Eleno ammonivano a non tenere la via nel breve intervallo tra Scilla e Cariddi. Si decise quindi di girare le vele. Ma ecco che arrivò Borea dallo stretto del Peloro e così velocemente i Troiani oltrepassarono la sassosa foce del fiume Pantagia, il golfo di Megara, i lidi di Tapso. Quelle località mostrava loro ripercorrendo indietro le rive già percorse, Achemenide, infelice compagno di Ulisse. Venerarono i numi nell’isola di Ortigia, oltrepassarono il paludoso Eloro, Pachino, Camarina, la terra di Gela, il gran monte Agragante (Agrigento), la palmosa Seline (Selinunte) e aggirato il Capo Lilibeo giunsero infine nel porto di Drepano (Trapani), terra del troiano Aceste.

A Drepano muore Anchise. Enea ne seppellisce la salma sul monte Erice e dopo la cerimonia funebre si accinge a riprendere il mare.

Con il racconto della tempesta causata da Eolo e del naufragio termina la rievocazione dell’eroe.

Enea dalla Sicilia a Cartagine
Il racconto di Enea alla corte di Didone
La morte di Didone ed il soggiorno di Enea in Sicilia

Fonte

Publio Virgilio Marone, Eneide, Traduzione di Annibal Caro

Publio Virgilio Marone, Eneide, Traduzione di Giuseppe Albini

Note

Enea nel suo racconto descrive l’attività dell‘Etna ed accenna alla leggenda di Encelado. Nella mitologia greca Encelado è uno dei Giganti, figlio di Gea (la Terra), fecondata dal sangue di Urano caduto al suolo quando questi fu evirato dal figlio Crono. Encelado partecipò alla cosiddetta Gigantomachia, la battaglia tra i Giganti e gli dei dell’Olimpo. Durante la battaglia Encelado tentò di fuggire ma la dea Atena lo sotterrò gettandogli sopra l’isola di Sicilia. Secondo il mito l’attività vulcanica dell’Etna è originata dal respiro infuocato di Encelado, mentre i terremoti che colpiscono l’isola sono causati dal suo rotolarsi sotto la montagna.

È fama, che dal fulmine percosso
e non estinto, sotto a questa mole
giace il corpo d’Encèlado superbo;
e che quando per duolo e per lassezza
ei si travolve, o sospirando anela,
si scuote il monte e la Trinacria tutta;
e del ferito petto il foco uscendo
per le caverne mormorando esala,
e tutte intorno le campagne e ‘l cielo
di tuoni empie e di pomici e di fumo.

 

Dell’isola di Ortigia, Enea ricorda la leggenda di Alfeo e Aretusa. Il dio Alfeo, figlio di Oceano, si innamorò di Aretusa spiandola mentre faceva il bagno nuda. Aretusa però fuggì alle sue attenzioni, rifugiandosi sull’isola di Ortigia e chiedendo soccorso alla dea Artemide, che la tramutò in una fonte. Giove, commosso dal dolore di Alfeo, lo mutò in fiume a sua volta, permettendogli così di percorrere tutto il Mar Ionio dal Peloponneso per unirsi all’amata fonte.

Alfeo e Aretusa - Abraham Bloteling 1655-90
Alfeo e Aretusa – Abraham Bloteling 1655-90

Giace de la Sicania al golfo avanti
un’isoletta che a Plemmirio ondoso
è posta incontro, e dagli antichi è detta
per nome Ortigia. A quest’isola è fama
che per vie sotto al mare il greco Alfeo
vien da Dòride intatto, infin d’Arcadia
per bocca d’Aretusa a mescolarsi
con l’onde di Sicilia.

Una spiaggia del Plemmirio
Una spiaggia del Plemmirio oggi. Di fronte l’isola di Ortigia. (Foto di Salvatore)

 

La città di Drepano fu fondata dagli Elimi. La provenienza degli Elimi da Troia fu ipotizzata da Tucidide ( 460 a.C. circa – dopo il 404 a.C.). Secondo la leggenda nel periodo in cui i Greci distrussero Troia (1184 a.C.)  Il principe Elimo insieme ad Aceste e altri compagni presero il mare per trovare salvezza in Sicilia e si fermarono nella regione del Crimiso.

Tucidide, nella sua introduzione alla “Storia della spedizione in Sicilia” racconta che dopo la caduta di Ilio, un gruppo di Troiani raggiunse la Sicilia e si stabilì in prossimità dei Sicani. Essi presero il nome di Elimi, e fondarono due città: Erice e Segesta.

Secondo Ellanico (490 a.C. circa –  405 a.C. circa) gli Elimi erano una popolazione di origine italica, giunta in Sicilia dopo aver combattuto una guerra con gli Enotri.  Oggi questa tesi sembra essere la più accreditata e trova conferme attraverso gli studi linguistici.

 

Il viaggio di Enea