La morte di Didone ed il soggiorno di Enea in Sicilia

Didone è follemente innamorata di Enea. Si confida con la sorella Anna, che la persuade a sposare l’eroe Troiano. Didone allora immola una giovenca al tempio e riconduce Enea dentro le mura.

Giunone propone a Venere di combinare il matrimonio tra i due giovani. Venere, che intuisce il disegno di Giunone di sviare Enea dall’Italia, accetta, pur facendo presente a Giunone la probabile avversità del Fato.

Il giorno dopo Didone ed Enea si recano a caccia ma sono sorpresi da una tempesta e si rifugiano in una spelonca, dove si amano.

Thomas Willeboirts Bosschaert - Enea e Didone nella spelonca
Thomas Willeboirts Bosschaert – Enea e Didone nella spelonca

La Fama, mostro alato, avvertì del connubio Iarba, pretendente respinto di Didone e re dei Getuli, che invocò Giove. Il padre degli dei inviò il suo messaggero Mercurio a ricordare a Enea la sua missione. Enea allora radunò i suoi compagni, armò la flotta e si apprestò a partire. Ma la regina si precipitò infuriata da lui, biasimandolo per aver cercato di ingannarla e ricordandogli del loro amore e della benevolenza con cui l’aveva accolto. Enea le spiegò che non poteva rimanere, perché continuamente sollecitato dagli dei e dall’ombra del defunto padre Anchise a cercare l’Italia. Ritornato alla flotta, rimase impassibile alla rinnovata richiesta di trattenersi mossa da Anna e alle maledizioni di Didone. La regina ordinò quindi alla sorella di mettere al rogo tutti i ricordi e le armi del naufrago nella sua casa e invocò gli dei. Didone decise di suicidarsi. Enea, avvertito in sonno, fuggì immediatamente da quella terra. All’aurora, con la vista del porto vuoto, Didone invocò gli dei contro Enea, maledicendolo e augurandogli sventure, persecuzioni e guerra eterna tra i loro popoli. Giunta sulla pira funeraria, si trafisse con la spada di Enea.

E qui su ‘l letto abbandonossi, e ‘l volto
vi tenne impresso; indi soggiunse: «Adunque
morrò senza vendetta? Eh, che si muoia,
comunque sia. Cosí, cosí mi giova
girne tra l’ombre inferne: e poi ch’il crudo,
mentre meco era, il mio foco non vide,
veggalo di lontano; e ‘l tristo augurio
de la mia morte almen seco ne porte».
Avea ciò detto, quando le ministre
la vider sopra al ferro il petto infissa,
col ferro e con le man di sangue intrise
spumante e caldo. In pianti, in ululati
di donne in un momento si converse
la reggia tutta, e ‘nsino al ciel n’andaro
voci alte e fioche, e suon di man con elle.

Voltandosi indietro dal ponte della sua nave, Enea vide il fumo della pira di Didone e ne comprese chiaramente il significato: tuttavia il richiamo del destino fu più forte e la flotta troiana fece vela decisamente verso l’Italia.

Sébastien Bourdon (1616-1671) Morte di Didone - Ermitage
Sébastien Bourdon (1616-1671) Morte di Didone – Ermitage

Enea s’inoltra in alto mare con la flotta, e solca le onde che ad un certo punto sono rese fosche dal vento. Il cielo si riempie di enormi nubi minacciose, che presagiscono un oscuro temporale. Palinuro, il timoniere della nave di Enea, spaventato si chiede cosa mai prepari Nettuno e teme che la flotta non riesca ad arrivare in Italia. Accorgendosi che la tempesta sta portando le navi verso i lidi di Erice sulle coste sicule, Enea decide di approdarvi. Da lontano sulla cima del monte Erice li vede Aceste e meravigliato della venuta delle amiche navi si fa loro incontro, si congratula coi Troiani di ritorno e lieto li accoglie e li consola della stanchezza con amichevoli aiuti.

Il giorno dopo Enea parlò ai compagni per informarli della sua intenzione di commemorare l’anno trascorso dalla morte del padre Anchise. Egli aveva deciso di celebrarlo con sacrifici e con i giochi funebri, quali corsa di navi, corsa a piedi, lancio del giavellotto e frecce, mettendo in palio splendidi premi. Cinto il capo con il mirto sacro alla Madre Venere, imitato da Elimo (suddito di Aceste), Aceste e Ascanio, si diresse verso il sepolcro accompagnato da un numeroso seguito. Giunto al sepolcro glorificò secondo il rito la terra con due coppe di vino, due di latte, due di sangue e vi sparge fiori purpurei. Quindi si rivolse al padre, salutandolo e rammaricandosi di averlo perso prima di aver raggiunto l’Italia. Subito però, un enorme serpente proveniente dal fondo del sepolcro apparve strisciando, e contorcendosi sette volte andò a gustare le vivande disposte per il sacrificio per poi nuovamente ritirarsi in fondo alla tomba senza nuocere ad alcuno. Stupito, Enea immolò cinque pecore di due anni e altrettanti maiali e giovenche. Anche i suoi compagni offrirono i loro doni.

Arrivata l’aurora, ebbero inizio le gare alle quali partecipavano Teucri e Sicani. La prima gara fu una regata tra quattro navi e fu vinta dalla nave Scilla del troiano Cloanto.

Alla gara di corsa su una piana erbosa parteciparono tra gli altri i due giovani troiani Eurialo e Niso, amici inseparabili. I tre premi andarono ad Eurialo, Elimo e Diore (principe Troiano).

Nella disciplina successiva si batterono i pugili. Subito si propose il possente troiano Darete, che inizialmente nessuno voleva sfidare. Aceste allora offrì la pugna ad Entello, anziano eroe sicano, seguace del re Erice, che orgoglioso accettò, ed inflisse all’avversario una dura sconfitta, dedicando il duello vittorioso alla memoria di Erice.

Iniziò quindi la gara con l’arco, a cui partecipava anche Aceste. La gara consisteva nel centrare una colomba volante posta sulla sommità dell’albero maestro della nave di Sergesto.

La gara fu vinta da Euritione ma il dardo di Aceste prese fuoco per poi tracciare una via con le fiamme e sparire consumato nel vento. Il fatto fu interpretato come un presagio favorevole, ed Enea cinse Aceste d’alloro.

Seguì il corso equestre dei fanciulli, divisi in tre schiere di 12, ciascuna guidata da un condottiero. La prima era guidata, su un cavallo di Tracia tigrato a macchie bianche, dal giovane Priamo figlio di Polite a sua volta figlio del re Priamo e di Ecuba; la seconda schiera era guidata da Ati dal quale gli Accii Latini avranno origine; la terza schiera era guidata da Ascanio su un cavallo Sidonio regalatogli da Didone. Dopo aver fatto il giro di presentazione i giovani cavalieri iniziarono ad esibirsi in corse e gare di abilità.

Mentre gli uomini sono intenti a queste attività, Giunone, che non ha ancora saziato l’antico sdegno, manda Iride verso le navi di Enea. Questa, scesa veloce sulla terra, prende le sembianze della vecchia Beroe, antica moglie di Doriclo Ismario, a si unisce alle mogli dei Troiani già stanche di tanto peregrinare e preoccupate all’idea di dover presto riprendere il mare. Approfittando dell’autorevolezza che la vera Beroe ha presso di loro, le esorta ad erigere le mura proprio nella città. Dice che questa è la volontà divina e che ne è stata avvertita dall’immagine di Cassandra, a lei apparsa in sogno. Pirgo, la vecchia nutrice dei figli di Priamo, capisce che non si tratta di Beroe ma non riesce a convincere le altre donne che iniziano a dar fuoco alle navi.

Eumelo portò la notizia dell’incendio presso il sepolcro di Anchise e nel teatro delle gare da dove gli stessi spettatori potevano vedere le faville svolazzare nel cielo. Ascanio fu il primo ad accorrere con lo stesso cavallo del corso equestre e raggiunto il campo delle donne le rimproverò duramente. Enea e i Teucri sopraggiunseno altrettanto velocemente, ma le troiane per timore fuggirono e si rifugiarono in selve e grotte. Intanto le fiamme divampavano e l’acqua versata per placarle non riusciva a spegnerle. Enea allora invoca Giove e subito una tempesta con violenti scrosci di pioggia pone fine alle fiamme e salva quindici imbarcazioni su diciannove.

Dopo questi avvenimenti Enea, ancora una volta dimentico dei Fati, cadde nell’incertezza se stabilirsi in Sicilia o partire verso il Lazio. Naute lo spronò a perseguire anche con la sofferenza il volere del Fato e gli consigliò di affidare la sorte dei compagni in soprannumero, delle donne e dei vecchi stanchi delle peregrinazioni ad una nuova città da costruire nel regno di Aceste e che da lui si chiamerà Acesta.

Ancora indeciso, Enea vede nella notte la figura di Anchise mandato da Giove che lo invita a sottomettersi al destino: gli ordina di recarsi, prima che in Italia, alle sedi infere di Dite, nel profondo Averno, nell’Elisio, con l’aiuto di una sibilla.

Avvertiti i compagni, Enea circoscrive con un aratro la città, dove regnerà gente di stirpe troiana e dove Aceste porrà senato e leggi. Fondano anche un tempio dedicato a Venere nei pressi di un bosco sul Monte Erice. Dopo aver banchettato nove giorni, attendono che i venti siano favorevoli e, prima di partire, immolano tre vitelli a Erice, un agnello a Tempeste e poi sciolgono gli ormeggi.

Venere, preoccupata del perdurare dell’ira di Giunone, si rivolge a Nettuno, affidandogli la salvezza delle navi troiane sino al Tevere. Il dio l’asseconda, preannunciandole la morte di uno solo tra i compagni di Enea. Venere si rallegra.

Giunta notte, mentre i marinai si apprestano a dormire, il dio Sonno, preso l’aspetto di Forbante, tenta Palinuro dicendogli di riposarsi. Palinuro resiste. Ma ecco che il Nume scuote sulle sue tempie un ramo inzuppato di liquor di Lete, apportatore di sonno che gli fa chiudere gli occhi. Palinuro si addormenta e precipita in mare trascinando con se il timone.

Invano Palinuro chiamò i compagni, mentre la nave continuava a viaggiare avvicinandosi pericolosamente agli scogli delle sirene. Enea notò con suo dispiacere l’assenza del nocchiero, prese lui il controllo dell’imbarcazione e rivolse un triste pensiero al compagno che troppo si era fidato del mare tranquillo e del cielo sereno.

Era delle Sirene omai solcando
giunta agli scogli, perigliosi un tempo
a’ naviganti; onde di teschi e d’ossa
d’umana gente si vedean da lunge
biancheggiar tutti. Or sol, di canti in vece,
se n’ode un roco suon di sassi e d’onde.
Era, dico, qui giunta, allor ch’Enea
al vacillar del suo legno s’accorse
che di guida era scemo e di temone:
ond’egli stesso, infin che ‘l giorno apparve,
se ne pose al governo, e ‘l caso indegno
del caro amico in tal guisa ne pianse:
«Troppo al sereno, e troppo a la bonaccia
credesti, Palinuro. Or ne l’arena
dal mar gittato in qualche strano lito
ignudo e sconosciuto giacerai,
né chi t’onori avrai, né chi ti copra».


Fonti

Publio Virgilio Marone, Eneide, Traduzione di Annibal Caro

Publio Virgilio Marone, Eneide, Traduzione di Giuseppe Albini

Note

Erice,  nella mitologia greca  era figlio di Afrodite (Venere) e di Bute, un argonauta. Fu re di Erice  territorio della Sicilia occidentale. Sicuro della sua forza straordinaria e della reputazione come pugile volle misurarsi con Eracle, che passava per la Sicilia con il bestiame tolto a Gerione, metteno in palio il suo regno. L’incontro finì tragicamente, con la morte del re siciliano che fu sepolto nel tempio dedicato alla madre Afrodite ad Erice (Venere ericina). Eracle costernato per la morte dell’avversario lasciò il regno al suo popolo fino a quando un suo discendente non fosse venuto a reclamarlo.

Eurialo e Niso, due giovani guerrieri profughi di Troia, costituiscono un grande esempio di amicizia e di valori che Virgilio voleva celebrare con la sua opera.


Il viaggio di Enea