Enea nell’Ade

Enea e i suoi compagni sbarcano a Cuma, in Campania, dove l’eroe, memore dei consigli di Eleno, prende la via dell’antro della Sibilla Deifobe, figlia di Glauco e sacerdotessa di Apollo e Diana Trivia. Enea, accompagnato da Acate, s’incammina quindi verso il tempio di Apollo, e poi entra nella selva dove si trova l’antro della Sibilla e dove sorge il tempio di Diana. Enea osserva il tempio opera di Dedalo e si ferma ad ammirare le storie scolpite nelle sue porte ma viene interrotto da Acate e da Deifobe che dice ai Troiani di preparare un sacrificio di giovenche e pecore e li introduce nel tempio.
Enea interroga la Sibilla sulla sua sorte futura. Per poter rispondere la Sibilla deve essere ispirata dal dio e ordina ai Troiani di fare il sacrificio dovuto. Enea promette di costruire un tempio di marmo ad Apollo e a Trivia e di istituire dei giorni festivi dedicati al gran nome di Apollo. E anche la Sibilla avrà un santuario, dove saranno conservati i suoi oracoli. Prega poi la Sibilla di cantare a voce il suo messaggio e di non affidarlo, come era abitudine, alle foglie, temendo che il vento le potesse scompigliare e così rendere impossibile l’interpretazione.

La profetessa, finalmente ispirata dal dio, cambiando colore del volto, con il petto ansante e il cuore gonfio di furore, annuncia ad Enea che i pericoli per mare sono finiti, ma altri pericoli lo attendono in terra. I Troiani arriveranno al regno di Lavinio, ma là, dovranno affrontare dure guerre, combattere contro un nuovo Achille e subire nuovamente l’ira di Giunone, a causa, ancora una volta, di una donna straniera. Ordina però a Enea di non cedere ai dolori e di continuare a lottare: la prima via di salvezza sarà per lui una città greca.

Eran da lor già della grotta aperte
le cento porte, allor ch’ella gridando
cosí mandò la sua risposta a l’aura:
«Compíti son del mar tutti i pericoli;
restan quei de la terra, che terribili
saran veracemente e formidabili.
Verranno i Teucri al regno di Lavinio:
di ciò t’affido. Ma ben tosto d’esservi
si pentiranno. Guerre, guerre orribili
sorger ne veggio, e pien di sangue il Tevere.
Saravvi un altro Xanto, un altro Simoi,
altri Greci, altro Achille, che progenie
ancor egli è di dea. Giuno implacabile
allor piú ti sarà, che supplichevole
andrai d’Italia a quai non terre o popoli
d’aíta mendicando e di sussidii!
E fian di tanto mal di nuovo origine
d’esterna moglie esterne sponsalizie.
Ma ‘l tuo cor non paventi, anzi con l’animo
supera le fatiche e gl’infortunii;
ché tua salute ancor da terra argolica
(quel che men credi) avrà lume e principio».

La Sibilla dopo aver vaticinato i suoi enigmi si placa e riprende l’aspetto consueto così che Enea può di nuovo parlare e le chiede di accompagnarlo nel mondo dei morti. La vergine gli risponde che ciò e consentito solo a pochissimi eletti. Per entrare nel regno di Dite si deve essere amati da Giove, si deve avere un valore eccezionale e si deve appartenere ad una stirpe divina. Enea possiede tali requisiti ma per scendere nell’Ade deve trovare un ramoscello d’oro nascosto in una selva, da offrire a Proserpina “dalle chiome dorate”. Il ramoscello si trova sopra un albero ombroso, opaco, pieno di foglie, nascosto in un bosco in una valle oscura. La Sibilla avverte quindi Enea che uno dei suoi compagni si trova morto sul lido e attende sepoltura.

Ritorna Enea accompagnato da Acate dai suoi compagni e trova morto Miseno. Era stato questi valoroso compagno e trombettiere del grande Ettore. Dopo che Achille vincitore privò Ettore della vita Miseno si unì ad Enea. Durante l’assenza di Enea, avendo sfidato Tritone, figlio e trombettiere di Nettuno, nel suono della tromba, era stato gettato in mare tra gli scogli dove era annegato.

Mentre si taglia la legna nella selva per innalzargli un rogo, si presentano ad Enea le colombe di Venere. Enea le segue e queste saltellando lo conducono alle foci dell’Averno dove rapide s’innalzano e si posano sulla pianta dove lo splendore dell’oro rifulge tra i rami. Subito Enea afferra il ramo, lo stacca e lo reca nella dimora della Sibilla .

I compagni di Enea intanto bruciano il corpo di Miseno e Corinto raccoglie le ceneri dentro un’urna. Enea innalza un grande sepolcro ai piedi d’un eccelso monte e vi pone le armi dell’amico, il remo e la tromba. Il luogo da quel momento si chiamerà Miseno.

Sollecitamente Enea esegue gli ordini della Sibilla compiendo il sacrificio alle divinità infernali. Quindi seguendo la Sibilla inizia il viaggio verso gli Inferi. L’eroe varca la soglia dell’Ade che si trova vicino al lago d’Averno.

Joseph Mallord William Turner - Lago Averno-Enea e la Sibilla Cumana - Google Art Project
Joseph Mallord William Turner – Lago Averno-Enea e la Sibilla Cumana – Google Art Project

Enea e la Sibilla incontrano immagini mostruose che rappresentano tutti i mali che affliggono il mondo: l’Affanno e le vendicatrici Angosce,  la Vecchiezza infausta, la Paura cattiva consigliera, la Fame e l’Indigenza, la Morte e la Miseria, il Sopore ed i falsi Piaceri della mente; e sulla soglia la Guerra omicida, i ferrei giacigli delle Eumenidi e la Discordia pazza avvolta in bende sanguinose con le chiome viperine. Nel mezzo un grande olmo che nasconde sotto le foglie i Sogni vani.

Molti altri mostri vede ancora Enea: i Centauri, le Scille biformi, Briareo centímano e la belva sibilante di Lerna e la Chimera irta di fiamme, le Górgoni, le Arpie, lo spettro dell’Ombra a tre corpi.

Spaventato Enea stringe in pugno la spada ma la sibilla l’ammonisse che quelle che vede sono solo figure incorporee.

Jan Brueghel the Elder - Aeneas and the Cumaean Sibyl in the Underworld
Jan Brueghel the Elder – Aeneas and the Cumaean Sibyl in the Underworld

Il cammino porta poi al primo dei fiumi infernali, l’Acheronte che, come il Cocito in cui confluiscono le sue acque e quelle del Flegetonte, è affluente dello Stige.

Sulla riva c’è Caronte che traghetta le anime dall’altra parte ma solo quelle che hanno avuto sepoltura. Le altre devono vagare per cento anni in quella acquitrinosa boscaglia.

Qui Enea scorge mesti e privi dell’estremo onore Leucaspi e Oronte, duce della flotta Licia, che erano morti a causa della tempesta scatenata da Eolo.

Ed ecco avanzare il timoniere Palinuro, il quale mentre guardava gli astri, in mezzo alle onde era caduto dalla poppa. Appena lo vede, Enea parla per chiedergli quale degli Dei lo aveva fatto annegare. Palinuro gi risponde che era caduto dalla nave con il timone e che per tre notti era rimasto in balia delle onde fino a che il quarto giorno aveva avvistato le coste dell’Italia ed aveva toccato terra. Ma degli uomini, scambiandolo per un mostro marino, lo avevano affrontato armati e lo avevano ucciso. Poiché il suo corpo giace ancora insepolto Palinuro prega Enea di dargli sepoltura, però egli non sa dove sia finito. Allora gli chiede di prenderlo per mano e fare attraversare il fiume anche a lui. Ma la Sibilla interviene e lo rimprovera in quanto non è concesso violare la legge divina, ma profetizza che gli abitanti del luogo dove egli giace insepolto saranno colpiti da incredibili prodigi e drammatiche sventure fino a che non verrà a lui dedicato un monumento funebre. Alla tomba faranno i riti, e il luogo in eterno avrà il nome di Palinuro il nome. A quelle parole si calma l’angoscia di Palinuro e il dolore abbandona il suo cuore.

Caronte si rifiuta di trasportare persone vive, ma fa un’eccezione quando la Sibilla gli mostra il ramoscello d’oro. Quindi Cerbero, il cane a tre teste, posto a guardia della porta dell’Ade viene fatto addormentare con una focaccia soporifera. Enea rapidamente lascia la riva. All’improvviso si odono le voci e si vedono le anime dei bambini morti di morte prematura. Vicino a questi si trovano quelli che furono condannati a morte ingiustamente. A quei posti le anime erano state assegnate a giudizio di Minosse. Vicino sono collocate le anime dei suicidi. Non lontano da lì si trovano i Campi del Pianto . Qui una foresta di mirti nasconde coloro che morirono per amore. In questi luoghi vede Fedra e Procri, Erifile, Evadne e Pasifae. Con queste Laodamia e Ceneo una giovane donna che diventò un uomo e che una volta nell’Ade, aveva ripreso forme femminili.

In mezzo a loro errava per la gran selva la fenicia Didone. Come Enea la riconosce non trattiene il pianto e con teneramente le si rivolge esprimendo il suo dolore per essere stato cagione della sua morte. Ma le giura che a malincuore l’abbandonò essendo a ciò stato costretto dal volere dei Numi. Quella teneva gli occhi a terra fissi  non mostrando alcuna emozione per le parole di Enea. Infine senza parlare si allontana inoltrandosi nella selva dove l’attende il suo sposo Sicheo.

Proseguendo il viaggio Enea e la Sibilla giungono poi ai campi in cui stanno gli eroi famosi, morti in guerra; intorno a loro si affollano le anime dei guerrieri troiani, mentre i Greci sono presi dal terrore e fuggono.

Enea vede Deífobo figlio di Priamo, che aveva sposato Elena dopo la morte di Paride. L‘eroe aveva mutilazioni al volto e alle mani. Enea, che durante la notte della caduta di Troia aveva eretto un piccolo è un monumento sepolcrale per Deifobo avendo appreso della sua morte, si rallegra nel rendersi conto che qualcuno ha poi provveduto a seppellire l’eroe assicurandogli pertanto l’accesso all’Ade; ma grande è il suo sconcerto nel vedere Deifobo così martoriato. Il principe gli racconta la propria morte, gli rivela il tradimento di Elena che aveva sottratto la sua spada da sotto il cuscino e indicato a Menelao il letto in cui dormiva: era stata lei ad aprire le porte e a chiamare Menelao, a cui si era unito anche Ulisse; tutti e tre hanno fatto strazio del suo corpo. Dopo aver narrato ad Enea queste tristi vicende, il figlio di Priamo invoca gli dèi perché gli concedano vendetta sui Greci. La Sibilla sollecita Enea a continuare il cammino, e Deifobo si allontana per tornare nelle tenebre.

Quindi la via si biforca: da un lato porta alla reggia di Dite, la dimora di Plutone, ed è la via che porta verso l’Eliso, dall’altro al Tartaro, l’abisso senza fondo dove vengono puniti i grandi peccatori , custodito dalla Furia Tisifone e lambito dal Flegetonte.

Enea scorge una grande cinta muraria fortificata, sovrastata da una torre di ferro, la cui porta è custodita da Tisifone; dalle mura giungono suoni di tormenti e la Sibilla spiega che si tratta del Tartaro, dove le anime colpevoli vengono giudicate da Radamante, poi entrano nella voragine e vengono assegnate al luogo dove si sconta la pena per le loro colpe. Il Tartaro non può essere visitato dagli uomini giusti, quindi Enea non potrà vederlo, ma la Sibilla gli spiega che vi sono puniti i grandi peccatori come Flegias, i Titani, Teseo, Piritoo. Enea e la Sibilla si dirigono quindi verso la città di Dite. Qui offrono il ramoscello d’oro a Proserpina ed entrano nell’Eliso (Campi Elisi) dove si trovano coloro che si distinsero in vita per il valore e ora vivono come beati dedicandosi alle attività preferite. Qui si trovano i grandi eroi di Troia, i sacerdoti, i filosofi, i benefattori, tutti cinti da bianche bende di purezza.

Qui incontrano l’ombra del poeta Museo, che accompagna Enea da Anchise. Fra i prati verdi e i boschi ombrosi Enea vede suo padre Anchise e gli si fa incontro. Tenta di abbracciarlo, ma non vi riesce perché Anchise ormai è solo spirito, senza corpo.

I due parlano e quando Enea vede molte persone radunate intorno ad un fiume, il padre gli spiega che quello è il fiume Lete, dove le anime vanno a bere l’acqua che fa loro dimenticare la vita passata e si preparano a reincarnarsi in un nuovo corpo. Anchise prosegue il suo discorso mostrando ad Enea i grandi personaggi della storia romana, dai re latini, a Romolo, ad Ottaviano, che saranno il frutto della sua discendenza una volta giunto nel Lazio.

Anchise esalta la missione storica di Roma, destinata a dominare il mondo. Infine, Anchise prevede con commozione la sorte del giovane Marcello, nipote ed erede designato di Augusto, che morirà prematuramente a soli diciannove anni dopo aver suscitato grandi speranze.

Alexandre Ubeleski (1649–1718) Enea ed Anchise
Alexandre Ubeleski (1649–1718) Enea ed Anchise


Anchise enumera le guerre future in cui
Enea dovrà combattere, dandogli consigli su come comportarsi verso le popolazioni indigene. Anchise accompagna poi Enea e la Sibilla verso l’uscita.

In questa guisa
parlava il santo vèglio, ed essi attenti
stavan con maraviglia ad ascoltarlo,
quando soggiunse: «Ecco di qua Marcello;
mira come se n’entra adorno e carco
d’opime spoglie, e quanto a gli altri avanza.
Quest’è quel generoso, ch’a grand’uopo
vien di Roma a domare i Peni, i Galli,
e del gallico duce i fregi e l’armi
la terza volta al gran Quirino appende».

Enea e la Sibilla risalgono nel mondo dei vivi, passando per la porta dei sogni. Enea ritorna dai suoi e da Cuma naviga verso il Lazio.


Fonti

Publio Virgilio Marone, Eneide, Traduzione di Annibal Caro

Publio Virgilio Marone, Eneide, Traduzione di Giuseppe Albini

 

Note

Si riteneva che Cuma fosse stata fondata da una Colonia proveniente da Calcide nell’isola  Eubea. Si trovava nell’area dei Campi Flegrei, vicino a Baja e Pozzuoli fra i laghi Averno, Lucrino e Fusaro (anticamente palude dell’Acheronte). Si dintinse  fra le città più ricche e potenti dell’ Italia. Oggi è un sito archeologico della città metropolitana di Napoli, nel territorio dei comuni di Bacoli e di Pozzuoli.

Deifobe figlia di Glauco . Era questa la famosa Sibilla di Cuma, sacerdotessa di Apollo e di Diana . Si narra che il Dio innamoratosi di Deifobe per renderla sensibile alla sua passione le offri tutto ciò, che avrebbe desiderato. Ella chiese di vivere tanti anni per quarti granelli di arena avesse potuto contenere in una mano.  Apollo condiscese alla sua domanda; ma Deifobe sfortunatamente dimenticò di chiedergli il vantaggio di conservare la sua giovinezza durante un si lungo tempo . Era pronto il Nume ad accordarle anche questa a grazia purché volesse ella corrispondere alla di lui tenerezza . Ma Deifobe preferì il vantaggio di una castità inviolabile al piacere di godere un’eterna gioventù . Al tempo di Enea avea già vissuto settecento anni, e gliene rimanevano ancora altri trecento, dopo i quali il suo corpo doveva esser consumato.

Gli antichi davano il nome di Averno (luogo evitato dagli uccelli) a tutti quei luoghi che esalavano vapori infetti.  Con questo nome Virgilio si riferisce  a un lago della Campania non lontano dal golfo di Pozzuoli. Poiché tutto quel tratto di littorale vicino a Pozzuoli abbonda di acque sulfuree e di materie bituminose i poeti seguendo Omero nell’Odissea, finsero che per questo lago di Averno e per la grotta della Sibilla si scendesse nell’ inferno.

Jacob Philipp Hackert - Lago d'Averno
Jacob Philipp Hackert – Lago d’Averno

Prosèrpina è la versione romana della dea greca Persefone o Kore. Proserpina era figlia di Cerere; rapita da Plutone re dell’Ade mentre coglieva i fiori sulle rive del lago Pergusa a Enna e trascinata sulla sua biga trainata da quattro cavalli neri, ne divenne la sposa e fu regina degli Inferi.


Capo Miseno Capo Palinuro
Capo Miseno è la punta estrema della penisola flegrea, nel comune di Bacoli Capo Palinuro è un promontorio roccioso della costa della Campania Meridionale nel Cilento in Provincia di Salerno.

 

Il viaggio di Enea