Enea nel Lazio

Partito Enea da Cuma, muore nel viaggio Cajeta già sua nutrice, che egli seppellì nelle spiagge degli Aurunci in un luogo che da lei prenderà il nome (Gaeta).

Ed ancor tu, d’Enea fida nutrice
Caieta, ai nostri liti eterna fama
desti morendo; ed essi anco a te diêro
sede onorata, se d’onore a’ morti
è d’aver l’ossa consecrate e ‘l nome
ne la famosa Esperia. Ebbe Caieta
dal suo pietoso alunno esequie e lutto,
e sepoltura alteramente eretta.

Enea dopo la cerimonia funebre riprende la navigazione e passato il monte Circeo, ove era la dea Circe e dove erano gli uomini che la crudele aveva trasformato in leoni, porci, lupi, orsi. Per evitare che le navi della flotta di Enea toccassero quelle spiagge andando incontro alla stessa sorte, Nettuno gonfia le loro vele con venti propizi facendole andare velocemente oltre quei luoghi fino all’imboccatura del Tevere. I Troiani sbarcano sulle rive del fiume e mangiano, disponendo le pietanze sulle mense (focacce dure su cui si usava porre i cibi). Quando il cibo finisce cominciano ad addentare pure le mense, ed Enea osserva con sollievo che la profezia dell’Arpia Celeno si è compiuta senza dolorose conseguenze.

Alcuni esuli si recano a esplorare i luoghi e vengono a sapere che si trovano presso gli stagni del Numico, che il fiume più grande è il Tevere e che la terra è abitata dai Latini.

Latino, figlio di Fauno e della ninfa Marica e nipote di Saturno, era il re dei Latini. Latino aveva una figlia, Lavinia, alla quale gli oracoli di Fauno imponevano uno sposo straniero. Molti erano i suoi pretendenti e su tutti il bellissimo Turno, figlio della ninfa Venilia e re dei Rutoli, preferito dalla madre di Lavinia, la regina Amata, che gli aveva promesso in sposa la figlia.

Enea sceglie alcuni uomini perché si rechino in ambasceria da Latino: essi giungono nel grande e maestoso palazzo a Laurento, dove vengono accolti con onore dal re che ricorda essere in quella terra nato Dardano il quale partito dalla città etrusca di Còrito emigrò a Samotracia e in Frigia, dove i suoi discendenti fondarono Troia.

Ilioneo, capo dell’ambasceria, narra la loro partenza da Troia e illustra le richieste di Enea al re: una piccola porzione di terra in quel luogo che è loro destinato dal Fato. Dice a Latino che la loro presenza su quella terra non sarebbe mai stata un disonore per il suo popolo ma che avrebbe avuto dai Troiani grande e duratura riconoscenza e mai Ausonia avrebbe dovuto dolersi di aver accolto Troia in grembo. Inoltre Ilioneo offre al re in dono alcune reliquie preziose salvate dall’incendio di Troia.

Non disutili, credo, e non indegni
sarem del regno vostro: a voi non lieve
ne verrà fama; e d’un tal merto tanto
vi sarem grati, che l’ausonia terra
non mai si pentirà d’aver i figli
de la misera Troia in grembo accolti.
Io ti giuro, signor, per le fatiche,
per gli fati d’Enea, per la possente
sua destra, già per fede e per valore
famosa al mondo, che da molte genti
molte fïate (e ciò vil non ti sembri,
che da noi stessi a te ci proferiamo
e ti preghiamo) siam pregati noi,
e per compagni desïati e cerchi:
ma dai fati, signor, e dagli dèi
siam qui mandati. Dardano qui nacque,
qua Febo ne richiama. Febo stesso,
e quel di Delo, è ch’ai Tirreni, al Tebro,
al fonte di Numíco, a voi c’invia.
Queste, oltre a ciò, poche reliquie, e segni
de l’andata fortuna e del suo amore
il re nostro vi manda; che dal foco
son de la patria ricovrate a pena.
Con questa coppa il suo buon padre Anchise
sacrificava. Questo regno in testa,
quando era in solio, il gran Prïamo avea:
questo è lo scettro, questa è la tïara,
sacro suo portamento; e queste vesti
son de le donne d’Ilio opre e fatiche.

Mentre parla Ilioneo, Latino tiene fisso il volto immobilmente al suolo e il suo pensiero va alla sorte della figliuola e ricorda i presagi del vecchio Fauno. Pensa che Enea deve essere lo sposo promesso dai fati, partito da suolo straniero e al regno chiamato con eguali auspíci.

Quindi ringrazia per i doni ed augurando ai Troiani di riuscire nella loro impresa li prega di riferire ad Enea che può contare sulla sua amicizia. Parla anche della figlia destinata a sposare uno straniero che si augura sia proprio Enea.

Latino regala ai Teucri splendidi cavalli guarniti di porpora e ricami e consegna loro un cocchio con due cavalli destinato ad Enea. Con tali doni fanno ritorno i Troiani all’accampamento.

Enea alla corte del re Latino (1661-1663 circa), di Ferdinand Bol (Amsterdam, Rijksmuseum)
Enea alla corte del re Latino (1661-1663 circa), di Ferdinand Bol (Amsterdam, Rijksmuseum)

Tuttavia Giunone, offesa dal fatto che ormai gli Eneadi sono felicemente sbarcati in Italia, nonostante sia consapevole che le è impossibile vanificare il disegno del Fato, tenta ugualmente di intralciare gli eventi, cercando almeno di vendicarsi. Per questo chiama a sé la Furia Aletto, figlia della Notte, madre di lutti, discordie, delitti, e le ordina di scatenare la guerra fra i Troiani e i Latini.

La Furia si mette all’opera: dapprima lancia in petto ad Amata, moglie di Latino e madre di Lavinia, uno dei serpenti che le spuntano sul capo come capelli: così si scatena in lei l’ira contro il marito, colpevole di sottrarre a Turno, del quale era zia, la figlia ormai promessagli in sposa; la donna, in preda a una sorta di invasamento, fugge sui boschi come una baccante, recando con sé la figlia Lavinia e trascinando insieme a lei molte donne latine.

Quindi la triste dea si dirige verso le mura della città dei Rutuli, Ardea, che fu fondata da Danae figlia del re di Argo. Era notte e nella reggia Turno dormiva. Aletto prende le sembianze della vecchia Càlibe, sacerdotessa al tempio di Giunone, ed appare al giovine dicendogli che Latino vuole far sposare a uno straniero Lavinia e lo incita alla guerra. Turno non le crede e si prende gioco della vecchia consigliandole di tornare alla cura del tempio e delle statue sacre e lasciare ai prodi la guerra e la pace. Aletto infuriata gli si rivela nel suo vero aspetto e gli scaglia contro un tizzone ardente, che scatena nel giovane un furioso ardore di guerra. Mentre i Rutuli Turno empie d’ardire, Aletto vola nel campo dei Troiani dove aizza i cani.

La mattina seguente, durante una battuta di caccia, i cani di Ascanio braccano un giovane e bellissimo cervo, addomesticato da Silvia, figlia di Tirro, capo delle stalle del re Latino. Ascanio uccide l’animale; i figli e i servi di Tirro si armano e assalgono i cacciatori troiani. Scoppia così una mischia in cui muoiono due italici. Almone, il figlio maggiore di Tirro, cade colpito alla gola  da una freccia. E altri intorno a lui cadono, fra i quali il vecchio Galéso mentre si offre per trattare la pace,
Nella città dei Latini arrivano i corpi dei morti; arriva anche Turno con i suoi. Tutti chiedono a Latino di dichiarare guerra ai Troiani, ma il re, memore dei presagi, non vuole la guerra. Allora Giunone stessa spalanca le porte della guerra nel tempio di Giano.

Le città latine abbandonano ogni pacifica attività, moltissime popolazioni ed eroi si schierano a fianco di Turno, ovunque si preparano le armi. Primi fra tutti Messápo, Ufente capo degli Equi, e il terribile e crudele tiranno Mezenzio, accompagnato dal figlio Lauso, poi Aventino figlio di Ercole, Catillo e Cora che guidano una schiera fortissima, Ceculo, re di Preneste e figlio di Vulcano, Messapo, figlio di Nettuno, Clauso, principe dei Sabini da cui discenderà la gente Claudia, e moltissimi altri: ultima viene la vergine Camilla,che guida una schiera di cavalieri volsci e un’armata di fanti con armature di bronzo. Al suo seguito ha anche donne guerriere, tra cui la fedele Acca.

Il Re Turno spedisce Venulo ambasciatore a Diomede per stringere alleanza contro i Troiani suoi nemici. Figlio di Tideo e di Deipile, Diomede era stato uno dei principali eroi achei della Guerra di Troia. Espulso dalla sua patria dopo il ritorno vittorioso da Troia, si era stabilito in Italia, ad Argiripa, città da lui fondata in Apulia nel territorio del Gargano.

Il dio Tevere, compare in sogno ad Enea e gli conferma che è giunto in luoghi che gli offriranno una sicura dimora, lo rassicura sull’esito della guerra che si sta preparando, gli profetizza la fondazione di Alba Longa da parte di Ascanio. Infine, dopo avergli ordinato di piegare l’ira di Giunone con sacrifici e preghiere, il dio del fiume scompare. Enea si desta e rivolge alle Ninfe e al padre Tevere una preghiera di ringraziamento).

Dunque prepara due biremi, arma i compagni e, dopo avere sacrificato a Giunone, salpa per risalire il Tevere fino al regno di Evandro, il quale venuto da Arcadia si era stabilito sul monte Palatino. Evandro è intento agli annui sacrifici istituiti in onore di Ercole. Pallante, suo figlio, si avvede dell’arrivo degli stranieri e va loro incontro, perché il rito solenne non sia interrotto. Pallante invita Enea e i compagni a partecipare al rito che ricorda la morte data da Ercole al ladrone Caco mezzo uomo e mezza fiera che vomitava fumo e fuoco dalla bocca ed infestava tutti quei luoghi. Evandro ricorda antichi episodi di scambi di doni con Anchise e stringe alleanza con Enea impegnando quattrocento soldati a cavallo al comando del suo proprio figlio Pallante. Evandro parla a Enea dei tempi di Saturno e dell’età dell’oro. Poi gli mostra la porta Carmentale, il bosco dell’Asilo, il Lupercale, gli altri luoghi dell’antico Lazio dove sarebbe sorta Roma; infine lo invita nella sua casa.

Mentre Enea dorme nella casa di Evandro, Venere riesce a strappare al marito Vulcano, il fabbro degli dèi, la promessa di nuove armi per il figlio. Vulcano si reca nella sua fucina, nelle isole Eolie, dove tre Ciclopi sono intenti a fabbricare i fulmini di Giove.

Venere nella grotta di Vulcano chiede le armi di Enea, dipinto di G. B. Tiepolo, 1765-1770
Venere nella grotta di Vulcano chiede le armi di Enea, dipinto di G. B. Tiepolo, 1765-1770

Il mattino successivo, Enea, accompagnato da Acate, si incontra con Evandro e Pallante: l’eroe troiano accoglie la proposta del re di cercare anche l’alleanza con gli Etruschi, ben più numerosi e potenti degli Arcadi e ostili a Turno, dopo che questi ha dato ospitalità al tiranno Mezenzio che essi avevano scacciato dalla città con il figlio Lauso e i suoi fidi.

Enea il giorno dopo con una parte delle truppe s’ incammina al campo degli Etruschi.

Giunti a un bosco sacro a Silvano, non lontano da dove Tarconte e gli Etruschi hanno posto il loro accampamento, Enea e i suoi si fermano per rifocillare i cavalli. Qui Venere si manifesta al figlio e deposte le armi sotto una quercia, cerca il suo abbraccio.

L’eroe rimane abbagliato dalla vista delle armi: ammira l’elmo, la spada e la corazza, poi gli schinieri e la lancia, fino a soffermarsi sullo scudo dove Vulcano aveva effigiato la futura storia di Roma: la lupa che allatta i due gemelli, il ratto delle Sabine, Tarquinio il Superbo, cacciato dai Romani, e Porsenna, che aveva osato fornirgli rifugio. I terribili Galli, che erano riusciti a penetrare fino al Campidoglio. Da un’altra parte erano rappresentati i riti dei Salii e dei Luperci. E ci sono anche Catilina, tormentato dalle Furie nell’Averno, e Catone.
Il centro dello scudo è occupato dalla vittoria navale di Cesare Augusto contro Antonio e Cleopatra ad Azio con il triplice trionfo celebrato da Augusto a Roma.

 Gérard de Lairesse, Venere offre le armi a Enea ( Museum Mayer van den Bergh )
Gérard de Lairesse, Venere offre le armi a Enea ( Museum Mayer van den Bergh )

Cesare v’era alfin che trïonfando
tre volte in Roma entrava; e per trecento
gran templi a’ nostri dii vóti immortali
si vedean consecrati. Eran le strade
piene tutte di plauso, di letizia,
e di feste e di giuochi. Ad ogni tempio
concorso di matrone; ad ogni altare
vittime, incensi e fiori. Egli di Febo
anzi al delúbro in maestade assiso
riconoscea de’ popoli i tributi,
e la candida soglia e le superbe
sue porte ne fregiava. Iva la pompa
de le genti da lui domate intanto
varie di gonne, d’idïomi e d’armi.


Fonti

Publio Virgilio Marone, Eneide, Traduzione di Annibal Caro

Publio Virgilio Marone, Eneide, Traduzione di Giuseppe Albini


Note

Antiche fonti storico letterarie indicano gli Aborigeni tra i più antichi abitanti del Lazio e dell’Italia Centrale. Il termine deriva dal latino plurale Aborigenes, probabilmente da ab origine (= dall’inizio). Gli Aborigeni avrebbero abitato le zone montuose dell’Italia central, corrispondenti alla storica regione della Sabina; da qui si sarebbero poi mossi verso il Lazio scacciandone i Siculi.  Secondo Dionigi di Alicarnasso cambiarono il loro nome in Latini (dal re Latino) dopo l’arrivo di Enea.


Secondo la leggenda, gli Arcadi provenienti da Argo e guidati da Evandro arrivarono sulle coste tirreniche del Lazio, seconda popolazione proveniente dalla Grecia dopo i Pelasgi, e fondarono la città di Pallante sul Palatino.

Dionigi di Alicarnasso attesta l’esistenza presso i romani del culto di Evandro, cui era dedicato un altare sotto l’Aventino, presso la Porta Trigemina.


Giano era il Dio romano degli incominciamenti, ovvero del primo momento di ogni atto: da lui prendeva nome il primo mese dell’anno (Ianuarius, gennaio).  Un mito lo ricordava anche come primo re dei Latini che aveva accolto in Italia Saturno fuggitivo. Giano era preposto ai “passaggi”, da un luogo all’altro, da una situazione all’altra. Gli erano sacri la porta di casa, la strada, i passaggi obbligati sulle pubbliche vie. Quando si passava dalla pace alla guerra, si aprivano le porte del suo tempio al Foro e restavano aperte per tutta la durata della guerra. Veniva rappresentato con due facce opposte (Giano bifronte): una faccia era rivolta al passato e l’altra al futuro. Il rito dell’apertura delle porte del tempio all’inizio di una guerra fu introdotto da Numa Pompilio, quindi in un’epoca successiva a quella in cui Virgilio colloca la sua storia, ma il poeta compie spesso questa operazione per attribuire alle cose romane un’antichità venerabile.

Busto di Giano conservato presso i Musei Vaticani.
Busto di Giano conservato presso i Musei Vaticani.

 

Il viaggio di Enea