Guerra fra Troiani e Italici

Giunone manda Iride presso Turno per esortarlo ad attaccare il campo troiano. Turno si trovava allora in una sacra valle del bosco dedicato al suo antenato Pilunno. Iride lo informa delle ultime mosse di Enea e lo esorta a rompere gli indugi ed attaccare  mentre Enea è assente.

Poco dopo l’esercito di Turno è in marcia con in testa Messapo e i figli di Tirro. I Troiani vedono da lontano l’esercito nemico avanzare e si preparano a difendere l’accampamento da dentro le mura e non scendono in campo aperto come Enea aveva raccomandato prima di allontanarsi. Turno ordina ai suoi di incendiare le navi Troiane all’ancora ma Giove le salva trasformandole in ninfe come aveva promesso alla dea Cibele quando la flotta fu costruita con il legname dei boschi del monte Ida, a lei sacro. Le navi ninfe si allontanano nuotando. I Rutuli si stupiscono, Messapo s’impaurisce e lo stesso fiume Tevere si ritrae dal mare.

Ma la fiducia non viene meno nell’audace Turno: egli con parole incoraggia gli animi dei suoi e per e li rampogna dicendo che il prodigio è contro i Troiani che senza le navi non potranno fuggire per mare. Incita allora i suoi a lottare contro chi tenta di sottrargli la sposa Lavinia, ricordando che già una volta, strappando Elena a Menelao, i Troiani hanno scatenato una guerra. Quindi ordina ai suoi di riposarsi. I soldati si dispongono intorno ai fuochi, mangiano e si ubriacano prima di addormentarsi.

I Troiani danno i turni alle loro sentinelle. Eurialo e Niso sono di guardia. Niso vorrebbe fare una sortita per avvertire Enea (in terra etrusca, con Pallante e i cavalieri arcadi) dell’assedio; non vorrebbe, però, portare con sé Eurialo, non solo per la sua giovane età ma anche in rispetto alla presenza della madre sua, unica delle donne Troiane che abbia voluto seguirli rifiutandosi di fermarsi ad Acesta. Eurialo però non accetta di essere escluso dall’impresa e segue Niso. I due giovani si presentano ai capi troiani che sono riuniti in assemblea per decidere chi mandare ad avvisare Enea ed espongono il loro piano consite nell’attraversare il campo dei Rutuli, ubriachi e addormentati, e raggiungere il capo lontano. Ascanio con gli altri comandanti approva l’iniziativa e promette loro grandi doni, ma Eurialo gli chiede solo di aver cura della madre, che egli non ha il coraggio di salutare prima di partire.


Usciti dal campo troiano, Eurialo e Niso si introducono di soppiatto nell’accampamento dei nemici dove fanno una strage dei soldati addormentati. Quando è quasi giorno Eurialo si attarda a raccogliere un ricco bottino e commette l’errore di indossare un vistoso elmo piumato. Nel frattempo, una schiera di cavalieri, guidata da Volcente, uscita da Laurento per ricongiungersi con Turno, sorprende i due giovani, traditi dal riflesso della luna sull’elmo che Eurialo ha indossato.
I due tentano allora la fuga nel bosco, ma mentre Eurialo è impacciato dal pesante bottino, Niso riesce a fuggire, ma quando si accorge che il suo amico non lo segue torna sui suoi passi per cercarlo: infine lo vede circondato dai nemici. Dopo aver supplicato la Luna, Niso, nascosto nel folto della vegetazione, scaglia la lancia, ma provoca l’ira di Volcente, che, non vedendo l’assalitore, si vendica ferendo mortalmente Eurialo. Allora Niso con un grido svela la sua presenza e, nel tentativo di salvare l’amico, si offre ai colpi gettandosi fra i nemici; riesce ad uccidere Volcente ma viene a sua volta trafitto dai colpi.

Mentre cosí dicea, Volscente il colpo
già con gran forza spinto, il bianco petto
del giovine trafisse. E già morendo
Eurïalo cadea, di sangue asperso
le belle membra, e rovesciato il collo,
qual reciso dal vomero languisce
purpureo fiore, o di rugiada pregno
papavero ch’a terra il capo inchina.
In mezzo de lo stuol Niso si scaglia
solo a Volscente, solo contra lui
pon la sua mira. I cavalier che intorno
stavano a sua difesa, or quinci or quindi
lo tenevano a dietro. Ed ei pur sempre
addosso a lui la sua fulminea spada
rotava a cerco. E si fe’ largo in tanto
ch’al fin lo giunse; e mentre che gridava,
cacciogli il ferro ne la strozza, e spinse.
Cosí non morse, che si vide avanti
morto il nimico. Indi da cento lance
trafitto addosso a lui, per cui moriva,
gittossi; e sopra lui contento giacque.

La Fama avverte la madre di Eurialo della morte del figlio. Ella, sconvolta dalla notizia, corre fuori di casa strappandosi i capelli e urlando. La donna sembra non aver più nemmeno la forza di vivere e implora di essere uccisa dai Rutuli, trafitta dalle loro frecce. Ma i Troiani la riportano in casa.

Eurialo e Niso - Jean-Baptiste Roman 1827 Louvre
Eurialo e Niso – Jean-Baptiste Roman 1827 Louvre

Intanto l’esercito nemico sferra un grande assalto, cercando di forzare l’accampamento, e si accanisce contro una torre; Turno riesce alla fine a incendiarla ed essa crolla rovinosamente. Il capo dei Rutuli, imbaldanzito, si scatena nella lotta, ma i Troiani gli tengono testa.
Numano, soprannominato Remolo, cognato di Turno, insulta baldanzosamente i Troiani provocando l’ira di Ascanio che entra per la prima volta in azione e con una freccia uccide Numano. Ascanio vorrebbe continuare a combattere ma Apollo prendendo le sembianze del vecchio Bute, che era stato scudiero di Anchise e precettore di Ascanio, gli si avvicina, gli conferma l’approvazione di Apollo per la sua impresa ma lo esorta ad astenersi dalla guerra. Quindi svanisce facendo risuonare dardi e faretra. I capi Troiani che hanno riconosciuto il nume allontanano il ragazzo dal campo di battaglia.

Due fratelli troiani, Pandaro e Bizia, guerrieri giganteschi, guardano una porta che deve restare chiusa, per gli ordini lasciati da Enea, invece la aprono e sfidano i nemici a entrare facendone strage.

Ma l’esempio di Pandaro e Bizia è seguito dagli altri Troiani, anch’essi spinti a violare gli ordini: si ammucchiano tutti sulla soglia o la varcano per combattere corpo a corpo.

Turno si era allontanato, ma la notizia dell’apertura della porta lo fa accorrere. Turno uccide molti Troiani, fra cui Bizia. Pandaro vedendo il fratello morto chiude precipitosamente la porta lasciano fuori molti Troiani e dentro Turno. Fra i due si svolge un duello, nel quale Turno è aiutato da Giunone che interviene a deviare la lancia di Pandaro. Con la spada Turno taglia a metà la testa di Pandaro, e le due metà si appoggiano ai due lati delle spalle.
I Troiani fuggono atterriti mentre Turno impazza nell’accampamento, ma alla fine non coglie il momento propizio per spalancare la porta e far entrare i suoi. Allora Mnesteo e Seresto rimproverano i Troiani in fuga e li esortano a resistere riuscendo a fatica a riorganizzare in qualche modo le file troiane. Turno è così costretto ad arretrare, ormai sfinito, finché con un balzo salta nel Tevere, dove lo stesso dio Tiberino lo accoglie benignamente e gli permette di raggiunge a nuoto i suoi sull’altra sponda.

Gove nell’alto Olimpo aduna il concilio degli Dei, e cerca invano di riunire in pace Giunone e Venere trà loro discordi e manifesta il suo parere di non favorir nè i Troiani nè i Rutuli e di rimetter tutto al destino . Intanto i Rutuli tornano ad assalire la città e i Trojani seguono a difenderla . Enea lontano si trattiene per alcuni giorni nell’ Etruria da dove torna ai suoi col soccorso di trenta navi. Incontra per mare le ninfe nelle quali erano state trasformate le sue navi e da queste apprende il pericolo in cui si trova Ascanio. All’alba, la flotta arriva in vista del campo troiano, accolta da grida di gioia. I Rutuli tentando d’impedire lo sbarco delle truppe nemiche. La battaglia divampa sulla spiaggia. Enea fa strage di Rutuli.

Turno affronta in duello Pallante, figlio di Evandro. Pallante invoca l’aiuto di Ercole. L’eroe, sebbene addolorato, non può aiutarlo: Giove gli ricorda infatti che non è possibile contrastare il destino e deve lasciare che il duello abbia il suo corso.
Pallante scaglia la sua lancia, ma sfiora appena Turno; il Rutulo invece col suo colpo perfora scudo e corazza del giovane, colpendolo a morte, e gli strappa orgoglioso la preziosa cintura.

Allor Pallante trasse
con gran forza il suo dardo, e ‘l brando strinse
incontro a Turno. Investí ‘l dardo a punto
là ‘ve ‘l braccial su l’omero s’affibbia,
e tra ‘l suo groppo e l’orlo de lo scudo
come strisciando, di sí vasto corpo
lievemente afferrò la pelle a pena.
Turno, poi che ‘l nodoso e ben ferrato
suo frassino brandito e bilanciato
ebbe piú volte: «Or prova tu – gli disse –
se ‘l mio va dritto, e se colpisce e fóra
piú del tuo ferro». E trasse. Andò ronzando
per l’aura, e con la punta a punto in mezzo
si piantò de lo scudo. E tante piastre
di metallo e d’acciaio, e tante cuoia
ond’era cinto, e la corazza e ‘l petto
passogli insieme. Il giovine ferito
tosto fuor si cavò di corpo il tèlo;
ma non gli valse, ché con esso il sangue
e la vita n’uscio. Cadde boccone
in su la piaga, e tal diè d’armi un crollo,
che, ancor morendo, la nimica terra
trepida ne divenne e sanguinosa.
Turno sopra il cadavere fermossi
alteramente e disse: «Arcadi, udite,
e per me riportate al vostro Evandro,
che qual di rivedere ha meritato
il suo Pallante, tal glie ne rimando;
e gli fo grazia che d’esequie ancora
e di sepolcro e di qual altro fregio
che conforto gli sia, l’orni e l’onori;
ch’assai ben caro infino a qui gli costa
l’amicizia d’Enea». Cosí dicendo,
col manco piè calcò l’estinto corpo;
e d’oro un cinto ne rapí di pondo,
d’artificio e di pregio, ove per mano
era del buon Eurizio istorïata
la fiera notte e i sanguinosi letti
di quell’empie fanciulle, in grembo a cui
fûr già tanti in un tempo e frati e sposi,
sotto fé d’Imeneo, giovani ancisi.
Di questa spoglia altero e baldanzoso
vassene or Turno.


Enea, infuriato per la morte del suo amico e alleato, lo vendica scagliandosi sui nemici e facendone scempio: innanzitutto cattura vivi otto giovani per immolarli sulla pira che arderà Pallante; poi abbatte Mago ed altri guerrieri tra cui Ceculo (il semidio figlio di Vulcano), Umbrone, Anxure, un sacerdote di Apollo e di Diana e poi il giovane etrusco Tarquito, schierato con Mezenzio. Le schiere italiche fuggono terrorizzate, ma Enea prosegue con la carneficina: cadono due fedelissimi di Turno, Anteo e Luca, poi Numa e anche Camerte, figlio di Volcente. Enea quindi uccide una coppia di fratelli che avevano osato sfidarlo dal carro insultandolo, Lucago e Ligeri. I Rutuli sono così costretti ad allentare l’assedio al campo dei Troiani. Intanto Ascanio con una sortita si unisce al padre. Giunone vedendo Turno in pericolo per salvarlo gli presenta una falsa immagine in sembianze di Enea la quale fuggendo si ricovera entro una nave. Turno vi sale anch’egli per inseguirla e intanto Giunone rompe il canapo dal lido e sospinge la nave trasportandolo nelle spiagge di Ardea. A Turno lontano succede nella pugna Mezenzio con il figlio Lauso. Lo scorge Enea e gli si scaglia contro. Il giovane Lauso interviene in difesa del padre. Enea, dopo averlo invitato invano a desistere, infine lo uccide. Commosso dalla pietà filiale del giovane, rimanda il suo corpo al padre con tutte le armi.

A questo punto Mezenzio non ha più ragioni per vivere e affronta una morte dignitosa, per mano di Enea. Ordina quindi che gli si porti il suo cavallo e si assesta, benché ferito, in sella. Irrompe nel campo di battaglia e sfida Enea, dichiarando di non temere né la morte né gli dèi. Molte aste di Mezenzio si conficcano nello scudo divino di Enea. Infine Enea colpisce il cavallo di Mezenzio che cade rovinosamente; pronuncia ancora parole fiere e prega l’eroe di garantire la sepoltura per sé e per Lauso, conoscendo l’odio dei suoi concittadini. Infine riceve nella gola la spada di Enea. Enea lo spoglia delle sue armi che appende nel campo di battaglia, come trofeo per Marte.

Wenceslas Hollar - Enea combatte con Mezenzio e Lauso
Wenceslas Hollar – Enea combatte con Mezenzio e Lauso

Quindi Enea riporta il corpo di Pallante nella sua città per le esequie, posto su di un feretro intrecciato con rami di quercia e ricoperto da un velario di fronde. Il padre Evandro chiede che sia vendicato.

Il re Latino chiede una tregua ai Troiani e si giunge ad un accordo in base al quale vengono decisi dodici giorni di sospensione delle ostilità, per consentire lo svolgimento dei riti funebri di tutti i caduti. Enea propone di porre fine alla guerra e di risolvere la questione con un duello tra lui e Turno. Il rutulo rifiuta però la proposta, e dunque il conflitto riprende. In aiuto delle forze latine interviene la cavalleria dei Volsci guidata dalla guerriera Camilla. Camilla uccide molti nemici ma affascinata dalle ricche vesti e dagli ornamenti preziosi di Cloreo si dà all’inseguimento di quest’ultimo e non si accorge del giovane etrusco Arunte che la insegue  e raggiuntala scaglia l’asta contro di lei cogliendola in pieno petto.

Tosto che da le man l’asta ronzando
gli uscio, fûr gli occhi e gli animi e le grida
de’ Volsci tutti a la regina intenti.
Ed ella né del tèlo, né de l’aura
moto o fischio sentí; né vide il colpo,
mentre giú discendea, finché non giunse.
Giunsele a punto ove divelta e nuda
era la poppa; e del virgineo sangue,
non già di latte, sitibonda scese
sí che ‘l petto l’aprí. Le sue compagne
le fûr trepide intorno; e già che morta
cadea, la sostentaro. Arunte in fuga
ratto si volge, di paura insieme
turbato e di letizia; ché ne l’asta
piú non confida, e piú di star non osa
incontro a lei. Qual affamato lupo
ch’ucciso de l’armento un gran giovenco,
o lo stesso pastore, in sé confuso
di tanta audacia, anzi che da’ villaggi
gli si levin le grida, infra le gambe
si rimette la coda, e ratto a’ monti
fuggendo, si rinselva; in cotal guisa
Arunte, dopo ‘l tratto, impaürito,
solo a salvarsi inteso, in mezzo a l’armi
si mischiò tra le schiere. Ella, morendo,
di sua man fuor del petto il crudo ferro
tentò svelgersi indarno; ché la punta
s’era altamente ne le coste infissa:
onde languendo abbandonossi, e fredda
giacque supina; e gli occhi, che pur dianzi
scintillavano ardor, grazia e fierezza,
si fêr torbidi e gravi. Il volto, in prima
di rose e d’ostro, di pallor di morte
tutto si tinse. In tal guisa spirando,
Acca a sé chiama, una tra l’altre sue
la piú fida di tutte e la piú cara;
e dice: «Acca, sorella, i giorni miei
son qui finiti: questa acerba piaga
m’adduce a morte, e già nero mi sembra
tutto che veggio. Or vola, e da mia parte
di’ per ultimo a Turno che succeda
a questa pugna e la città soccorra;
e tu rimanti in pace».


Arunte, dopo l’impresa, impaürito, pensa solo a salvarsi e si confonde tra le schiere dei soldati.  Opi, ministra di Diana, che era discesa in un monte vicino alla battaglia vede la morte di Camilla, cara a Diana, e decide di punire Arunte. Quando lo scorge ancora gonfio di superbia lo uccide scagliandogli contro una freccia.
Morta Camilla, l’esercito italico è costretto a ritirarsi lasciando Enea padrone del campo.


Fonti

Publio Virgilio Marone, Eneide, Traduzione di Annibal Caro

Publio Virgilio Marone, Eneide, Traduzione di Giuseppe Albini

 

Note

Gii Etruschi o Toschi o Tirreni occupavano un territorio  più vasto della presente Toscana. Erano divisi in dodici città
o piccoli stati, ognuno dei quali aveva un Re detto Lucumone.  Queste città o Lucumonie formavano però un solo corpo e i loro deputati si radunavano per provvedere agli interessi generali della nazione. Mezenzio era Lucumone ossia Re di Caere (Cerveteri).
A questi popoli che prendevano tutti il nome dalla loro città capitale si debbono aggiungere anche i Liguri. In seguito si estesero intorno al Pò fino alle Alpi e stabilirono  dodici colonie, ma furono col tempo respinti dai Galli e ristretti nei loro antichi confini. Di questa Etruria padana era Capitale la città di Mantova.

Pallante, figlio di Evandro re degli Arcadi, i profughi che avevano fondato la città di Pallante o Pallanteo, sul colle Palatino. Pallante è tra i primi ad avvistare le navi dei profughi troiani, guidati da Enea, mentre risalgono il Tevere e, quale figlio del re e depositario del dovere dell’ospitalità, li accompagna  alla corte del padre. Durante la guerra, alleato dei Troiani, fa strage tra i giovani guerrieri italici fino a quando viene affrontato e ucciso da Turno. L’importanza di Pallante risiede nel fatto cheè il primo eroe in terra “italiana” a morire a favore di Enea e dei suoi, destinati a essere i progenitori di Roma. Nell'”Ode al corbezzolo”, Giovanni Pascoli vede Pallante come il primo morto per la causa nazionale italiana.



Il viaggio di Enea