Fine della guerra e vittoria di Enea

Turno poiché vede i Latini in rotta arde d’ira e di furore. Poi parla al re Latino e gli chiede di prendere gli opportuni accordi per risolvere la guerra con un duello tra lui ed Enea. O lui da solo con la sua spada cancellerà il comune disonore o se vincerà Enea avrà il regno e Lavinia. Latino cerca di convincere Turno a cedere senza mettere in gioco la sua vita e ricorda i motivi per i quali non volle dare a lui in sposa Lavinia e lo esorta ad avere misericordia del suo vecchio padre Dauno. Anche la regina Amata impaurita per la nuova sorte della battaglia, cerca di dissuaderlo, sostenendo che il suo destino è legato a quello di Turno. Ma Turno persevera nel suo proposito, stimolato anche dalla tristezza della stessa Lavinia e chiede che il duello sia organizzato per l’indomani. Quindi chiama l’araldo Idmone e lo manda messaggero da Enea. Enea si rallegra che la guerra si termini per il patto a lui offerto. Conforta i compagni e la paura di Ascanio.

Mentre fervono i preparativi per il duello e gli eserciti contrapposti hanno conficcato in terra le aste e posati gli scudi, Giunone osserva dall’alto del colle Albano gli eserciti dei Latini e dei Troiani e la città del Re Latino. Chiama quindi Giuturna, ninfa sorella di Turno, e le chiede di intervenire per proteggere il fratello. La esorta a provocare la ripresa della guerra e la rottura del patto appena istituito.

Intanto Enea promette a Latino di lasciare il suo regno se sarà sconfitto; se invece vincerà, i due popoli saranno uniti, accoglieranno gli dei dei Troiani, ma il re manterrà il potere. Latino accetta le condizioni.

Giuturna, prese le sembianze di Camerte,il giovane figlio del rutulo Volcente morto in battaglia, si muove in mezzo alle schiere dei Rutuli per spronarli a rompere la tregua perché sarebbe stata una cosa di cui vergognarsi esporre la vita di uno solo quando l’esercito poteva disporre di tanti valorosi soldati non certo inferiori ai Troiani. Giuturna per raggiungere lo scopo si fa aiutare anche da un prodigio: si vede nel cielo una grande aquila volare fra stormi di uccelli ed afferrare un cigno ma viene subito aggredita da migliaia di altri uccelli che con le ali oscurano il cielo. Non potendo sopportare l’assalto il rapace è costretto ad abbandonare la preda e fuggire. I Rutuli interpretano il presagio a loro favore, primo fra tutti l’augure Tolumnio, che li incita a scatenare di nuovo la guerra. Lo stesso Tolumnio diede inizio alle ostilità vibrando un dardo verso lo schieramento dei nemici. La lancia colpisce mortalmente uno dei nove figli dell’arcade Gilippo. Ma gli altri fratelli accesi dal dolore impugnano le armi e si scagliano contro i Rutuli. La guerra si scatena così nuovamente. L’altare del giuramento viene travolto e il Re Latino fugge portando con se i simulacri degli Dei oltraggiati per la rottura del patto.

Infuriano gi scontri. Enea con alta voce richiama i suoi e comanda loro di frenare il furore che li ha presi dicendo che solo a lui spetta il compito di combattere. Ma ecco che una saetta non si sa da chi lanciata lo ferisce.

Enea si allontana dal campo per farsi medicare, accompagnato da Mnesteo, Acate e Ascanio. Ma Iapige,fratello di Palinuro e medico dei Troiani, non riesce a estrarre la punta della freccia. Interviene allora sua madre Venere, che mescola ai medicamenti un succo miracoloso che rimargina istantaneamente la ferita. Enea guarisce  e torna in battaglia dopo aver salutato il figlio Ascanio che invita a prendere esempio dal suo travaglio.

Enea tornato nella mischia spinge le sue schiere contro i nemici. In uno scontro viene ucciso Tolumnio che per primo aveva rotto la tregua.

Enea va in cerca di Turno, ma Giuturna prende il posto di Metisco, auriga del fratello, e guida il suo carro lontano da Enea. I due guerrieri combattono con valore e fanno strage dei loro nemici, ma in punti diversi del campo. 

Ispirato dalla madre Venere, Enea raduna i suoi su un poggio e li esorta ad attaccare la città di Laurento per distruggerla e sbigottire i Latini.

Tutti i Troiani si schierano a guisa di cono e in densa massa si portano alle mura. Alzano le scale, e accendono un fuoco. Altri corrono veloci alle porte e uccidono i guardiani ed oscurano il ciclo con le loro frecce. Lo stesso Enea ‘tra i primi presso le mura brandisce la sua spada e ad alta voce incolpa Latino per i patti indegnamente violati.

All’interno i cittadini si dividono tra i sostenitori della guerra e i fautori di un accordo di pace.

La Regina dall’alto della reggia vede venire i nemici, essere invase le mura, il fuoco volare fino ai tetti mentre in nessuna parte scorge 1’esercito dei Rutuli. Crede che Turno sia morto e allora si convince di essere lei la colpa, e l’origine dei mali. Fuor di se stessa, lacera con le mani la purpurea veste e con quella si impicca ad una trave.

Le donne Latine per prime seppero di un tale eccidio. La giovane figlia Lavinia con le proprie mani si lacera i biondi capelli e le rosee guance. Le stanze ampiamente risuonano di gemiti e di pianti.

Quindi l’infelice annunzio si divulga per tutta la città. Ne restano gli animi abbattuti. Latino si aggira tutto pieno di stupore per l’estremo destino della consorte, e per la rovina della città; cospargendosi il capo di cenere molto incolpa se stesso per non avere accolto prima il Dardanio Enea e per non averlo spontaneamente preso a genero.

I lamenti strazianti che si levano dalla reggia e il clamore della città assediata giungono fino a Turno. Giuturna, tramutata nelle sembianze dell’auriga Metisco, volendo tenere il fratello lontano dalle mura, lo invita a inseguire i Troiani, ma Turno la riconosce e le dice che ormai, essendo i Numi a lui contrari, non può più sottrarsi alla morte, ma l’affronterà con onore e sarà degno dei suoi avi.

Appena aveva ciò detto ecco arriva il latino Sace sul suo destriero e ferito al volto da una freccia. Si rivolge a Turno e descrivendogli la situazione di Laurento e dice che lo stato della guerra invoca il suo intervento.

Turno decide di raggiungere subito le mura e invita i soldati dei due schieramenti a sospendere gli scontri, in attesa del duello risolutivo.

Enea si affretta, gioioso, al duello. I due eroi si scontrano con gli scudi. Turno abbatte la sua spada su Enea, ma questa s’infrange contro l’armatura divina e si spezza. Turno fugge, inseguito da Enea. Turno correndo si rivolge ai suoi chiamandoli per nome e chiede loro una spada. Ma Enea minaccia di morte chiunque si avvicini. I due compiono per dieci volte di corsa il giro del campo riservato al duello. Enea cerca invano di recuperare la sua asta, conficcataa in un cespuglio sacro a Fauno. Turno rivolge una preghiera a Fauno perché non consenta al Troiano profanatore di liberare la sua asta. Giuturna, sempre nelle vesti di Metisco, accorre per dare una nuova spada a Turno. Allora Venere, indignata, strappa l’asta dal sacro cespuglio e la restituisce a Enea. Così i due eroi, recuperate le armi, riprendono il confronto.

Intanto sull’Olimpo Giove parla a Giunone facendola riflettere sull’inutilità della sua ostilità verso Enea ,che è destinato ad essere Nume del cielo, mentre l’aiuto a Turno non potrà evitare la sua sconfitta. Giunone s’impegna ad abbandonare Turno al suo destino e a non avversare più Enea e i Troiani, accettando che si stanzino nel Lazio. Vuole però che, una volta celebrate le nozze tra Enea e Lavinia, nel Lazio non restino tracce di Troia. Vuole che i nativi Latini non cambino l’antico nome né diventino Troiani e siano Troiani chiamati, o che mutino la lingua e scambino le vesti. Vuole che vi sia per sempre il Lazio, vi siano per i secoli avvenire i Re di Alba e che la Romana stirpe sia sempre potente d’italico valore. Giove accetta e promette che la stirpe futura, discesa da Troiani e Latini, sarà particolarmente devota a Giunone.

Giove manda una delle Furie a distogliere Giuturna da ogni ulteriore aiuto al fratello. La ninfa comprende che la sorte di Turno è segnata; si arrende, piange per la sua morte e lamenta di non poter a propria volta morire. Turno, angosciato dalla lugubre e infausta visione di una civetta che gli vola intorno, si sente finito.

Turno tenta invano di abbattere Enea con un enorme masso ma non lo colpisce. Osserva i Rutuli e la città, si arresta per il timore e trema per l’imminente asta di Enea alla quale non vede più come possa sottrarsi, nè scorge più il carro e la sorella auriga. Un colpo di lancia del Troiano lo trafigge a una coscia. Turno, prostrato a terra, chiede pietà in nome del suo vecchio padre Dauno. L’eroe troiano è sul punto di commuoversi, quando vede la cintura di Pallante sul corpo del rivale e, preso dal furore della vendetta, lo uccide.

L’anima di Turno fugge indignata tra le ombre. Enea si riappacifica con gli Italici; i Troiani possono così finalmente stabilirsi nel Lazio. Enea si unisce in matrimonio con Lavinia e da quell’unione nasce la dinastia latina.

Enea ferocemente altero e torvo
stette ne l’arme, e vòlti gli occhi a torno,
frenò la destra; e con l’indugio ognora
piú mite, al suo pregar si raddolciva;
quando di cima all’omero il fermaglio
del cinto infortunato di Pallante
negli occhi gli rifulse. E ben conobbe
a le note sue bolle esser quel desso,
di che Turno quel dí l’avea spogliato,
che gli diè morte; e che per vanto poscia
come nimica e glorïosa spoglia
lo portò sempre al petto attraversato.
Tosto che ‘l vide, amara rimembranza
gli fu di quel ch’ei n’ebbe affanno e doglia;
e d’ira e di furore il petto acceso,
e terribile il volto: «Ah! – disse – adunque
tu de le spoglie d’un mio tanto amico
adorno, oggi di man presumi uscirmi,
sí che non muoia? Muori; e questo colpo
ti dà Pallante, e da Pallante il prendi.
A lui, per mia vendetta e per sua vittima,
te, la tua pena, e ‘l tuo sangue consacro».
E, ciò dicendo, il petto gli trafisse.
Allor da mortal gelo il corpo appreso
abbandonossi; e l’anima di vita
sdegnosamente sospirando uscio.

 

Enea vince Turno - Luca Giordano (1634–1705)
Enea vince Turno – Luca Giordano (1634–1705)

Fonti

Publio Virgilio Marone, Eneide, Traduzione di Annibal Caro

Publio Virgilio Marone, Eneide, Traduzione di Giuseppe Albini

Note

Su Giuturna Virgilio si rifà alla leggenda secondo la quale essa era una ninfa delle fonti figlia di Dauno e sorella di Turno.  Il suo culto è probabilmente originario di Lavinio, dove è ricordata una fonte Iuturna. Nel Foro romano esiste un Lacus Iuturnae, vicino al Tempio di Vesta.  A Roma a Giuturna era consacrato un tempio che probabilmente è da identificare con il tempio A dell’area sacra di Largo di Torre Argentina. L’edificio fu costruito nel 241 a.C., come voto di Gaio Lutazio Catulo per la vittoria conseguita su Cartagine nella Battaglia delle Isole Egadi.

Tempio di Giuturna, eretto nel Campo Marzio (ora Largo di Torre Argentina)
Tempio di Giuturna, eretto nel Campo Marzio (ora Largo di Torre Argentina)

L’antica Lavinio (Lavinium) è il luogo mitologico dove Enea fondò il primo insediamento in Italia da parte dei profughi da Troia. Secondo la tradizione, il nome della città deriva da Lavinia. Lavinium sarebbe stata fondata nel luogo dove una scrofa, prossima a partorire trenta porcellini, fu ritrovata da Enea. Secondo la mitologia romana era sacerdote a Lavinio Egeste, che si preoccupò di conservare nella città i Penati che Enea aveva portato da Troia. Sempre secondo la tradizione Ascanio, 30 anni dopo la sua fondazione, abbandonò Lavinio per fondare la nuova città di Alba Longa.
Scavi condotti dal 1954, nella zona di Pratica di Mare, hanno permesso di identificare tutta una serie di strutture dell’antica Lavinio. Tra queste il Santuario delle XIII are, dove venivano eseguiti riti sacrificali e l’Heroon di Enea, un tumulo sepolcrale datato al VII secolo a.C. che si vorrebbe identificare come la tomba di Enea, le mura e una porta della città, le Terme, e due depositi votivi.

 Ad oggi gli studi sul’Heroon di Enea hanno rivelato che il tumulo è sicuramente legato ad una figura  che aveva  autorità sia spirituali che militari.  Il luogo era oggetto di venerazione e pellegrinaggio da parte delle popolazioni latine. Dionigi di Alicarnasso nella sua opera Antichità romane, pubblicata nell’8 a.C., ci dice che i Latini, non avendo rintracciato il corpo di Enea dopo la sua morte in battaglia, gli costruirono un tempietto, fregiato di un’iscrizione: del Padre e Dio del loco il quale regge il corso del fiume Numico…”.

I più importanti reperti rinvenuti  in territorio lavinate sono esposti nelle sale dei musei di Lavinium e del Museo Nazionale Romano – Terme di Diocleziano.


 Secondo la leggenda, dopo quattro anni di regno, Enea sarebbe stato assunto in cielo  durante una battaglia contro gli Etruschi nelle vicinanze del fiume Numico e ricevuto nell’Olimpo insieme agli dèi.

Apoteosi di Enea nell'Olimpo, Pieter de Witte, Bode Museum a Berlino
Apoteosi di Enea nell’Olimpo, Pieter de Witte, Bode Museum a Berlino

 

Il viaggio di Enea