Vincenzo Florio

Vincenzo Florio
Vincenzo Florio

Da una ricerca di Giuseppe Picciolo

Navi, banche, alberghi, industrie, vino, libri e giornali, finanza, grandi manifestazioni sportive, politica, arte, mondanità, dimore prestigiose: sono le attività attraverso le quali si snoda la parabola dei Florio, durata circa 150 anni. Nel giudizio di molti i Florio furono gli artefici del più accreditato impero economico dell’Ottocento italiano. Forse è un giudizio troppo generoso, ma certamente ripercorrendo la storia, per molti versi affascinante, di questa famiglia si ripercorre la storia della Sicilia e la storia dell’Italia con il bene, il male e con tutte le contraddizioni che l’hanno segnata.

Tra il febbraio e il marzo del 1783 una serie di forti scosse di terremoto colpì duramente la Calabria meridionale e la città e parte della provincia di Messina causando quasi 50.000 vittime e danni incalcolabili. Nelle contrade calabresi molti sopravvissuti scelsero la via dell’emigrazione, in particolare verso Palermo e altre città marinare della Sicilia. Tra i centri più colpiti vi era Bagnara Calabra, località della costa tirrenica poco distante dallo Stretto di Messina, dove il sisma fece migliaia di vittime decimando la popolazione. Tra i sopravvissuti migranti di Bagnara molti erano mercanti specializzati nel commercio ambulante via mare su grosse barche, le feluche, con le quali trasportavano dai luoghi di produzione a quelli di vendita olio, vino, legname, frutta e spezie.

Terremoto del 1783
Terremoto del 1783

Nello stesso periodo, tra la fine del Settecento e il primo decennio dell’Ottocento, per le vicende politiche del Regno delle due Sicilie con la breve rivoluzione della repubblica napoletana e l’invasione napoleonica, la Sicilia conosceva l’occupazione militare inglese mentre parallelamente si aveva l’occupazione francese di quasi tutta la penisola e la conseguente espulsione dei sudditi inglesi. Questa situazione favoriva l’arrivo nell’isola, principalmente tra Palermo e Messina, di una numerosa schiera di mercanti, banchieri e imprenditori provenienti dal Regno Unito e da Malta. Richiamati dai buoni affari possibili altri imprenditori e banchieri giungevano in seguito nell’isola provenienti dalla Germania, dalla Svizzera, dall’Austria e da altri paesi europei. Si spostavano verso la Sicilia anche numerosi operatori liguri e toscani provenienti da Genova e Livorno.

Tra gli stranieri presto cominciarono a distinguersi figure come Ingham, Woodhouse, Wood, Corlett a Marsala; Gibbs a Palermo; Payne e Hopps a Mazzara del Vallo; Ainis, Sanderson, Oates, Hallam, Mitchell, Jaeger, Cailler, Peirce e molti altri a Messina e ancora Horner, Bentley, Routh, Valentine, Morrison. Il vino, lo zolfo, il sale, gli agrumi e la produzione di derivati agrumari, altri prodotti agricoli tipici destinati all’industria come il sommacco e la manna, erano i settori commerciali e industriali che più interessavano.

I porti di Palermo e Messina, soprattutto quest’ultimo che godeva del privilegio del porto franco, diventavano approdi internazionali dai quali i bastimenti, soprattutto inglesi, trasportavano prodotti locali verso la Gran Bretagna e altre destinazioni e  immettevano nell’Isola manufatti e i generi coloniali provenienti dal vasto impero Britannico.

Il porto di Messina all'inizio dell'Ottocento
Il porto di Messina all’inizio dell’Ottocento

In quel contesto un immigrato bagnaroto, Paolo Florio, rileverà a Palermo una drogheria che gestirà inizialmente insieme al socio Paolo Barbaro. La drogheria commerciava, al dettaglio e all’ingrosso, in spezie, generi coloniali, sostanze coloranti e medicinali. L’articolo più redditizio era il cortice, ovvero la corteccia di china che veniva usata per combattere la malaria allora molto presente nell’isola. L’impresa nel giro di pochi anni vedrà allargare considerevolmente il suo giro d’affari, permettendo a Paolo Florio di lasciare al figlio Vincenzo, alla sua morte avvenuta nel 1807, una notevole eredità.

Vincenzo rimasto orfano del padre quando era ancora giovanissimo crescerà con la madre Giuseppa Saffiotti e con lo zio Ignazio, divenuto socio ed amministratore della ditta di famiglia che assunse la denominazione “Ignazio e Vincenzo Florio”. Presto mostrerà il suo notevole talento economico, affinato dai frequenti viaggi soprattutto in Inghilterra, facendosi promotore o partecipando a numerosissime attività imprenditoriali e finanziarie.

Ancora giovane acquistò alcune quote del Brick-Schooner Santa Rosalia e, approfittando dei vantaggiosi trattati commerciali con l’Algeria, la Libia e la Tunisia, cominciò ad incrementare le sue entrate. Con i guadagni poteva acquistare altre imbarcazioni, che già negli anni trenta dell’Ottocento formavano una discreta flotta che toccava i porti di New York, Boston, Londra, Liverpool, Marsiglia, Trieste e Genova verso i quali esportava prodotti siciliani, soprattutto agrumi, e dai quali importava a Palermo ogni sorta di merce che poteva trovare un mercato in Sicilia e Calabria.

Nel 1828 moriva anche lo zio Ignazio e Vincenzo si trovava a poter disporre liberamente di tutto il patimonio familiare.

Nel 1829 diventò socio e gestore della Compagnia per la produzione e lo spaccio dei tabacchi in un tempo in cui erano molte nell’isola le coltivazioni e le manifatture del tabacco che davano lavoro a migliaia di persone. Si coltivava nell’agro palermitano, nel vallo di Girgenti, in Sambuca; nel vallo di Noto, a Vittoria e in tutto il vallo di Catania.

Sempre nel 1829 Vincenzo Florio divenne socio della Compagnia Palermitana di Assicurazioni che aveva come maggiore azionista il gruppo Routh, Valentine, Morrison & C. La società operava nel settore del commercio marittimo. Più tardi Vincenzo Florio ne diventerà amministratore insieme al negoziante Antonino Sgobel e al genovese Camillo Campostano che era suo socio anche nell’affare dei tabacchi.

Tonnare e dimore

Nel 1830 Vincenzo Florio acquistò la tonnara che si trovava nella borgata marinara dell’Arenella, la quale qualche anno dopo venne completamente ristrutturata sotto la guida dell’architetto Carlo Giachery originario di Padova e professore presso l’Università di Palermo. Nello stesso sito fu realizzata anche una palazzina in stile neogotico, chiamata i “Quattro Pizzi” per le quattro guglie che la sovrastano. La palazzina veniva usata dai Florio come abitazione per i fine settimana. Più tardi vi sarà ospitata per un breve soggiorno la zarina Alessandra Fedorovna, alla quale piacque tanto che ne ordinò la riproduzione nel suo palazzo a San Pietroburgo che fu chiamata “sala Renella”.

In seguito Vincenzo Florio prese in gestione o acquistò altre tonnare nel palermitano.

Nel 1842 prese in gabella (affitto) per 18 anni le tonnare di Favignana e Formica nelle isole omonime dell’arcipelago delle Egadi in società con i fratelli Polimeni e Giovan Maria D’Alì.

Giovan Maria D’Alì era un imprenditore attivo soprattutto nel settore salifero. Gabellotto di molti impianti e mercante di sale diventerà il maggior proprietario di saline del trapanese e promotore di notevoli attività finanziarie.

 

Museo della tonnara di Favignana
Museo della tonnara di Favignana

 

Nasce il Marsala Florio

Nel 1833 Vincenzo Florio impiantò a Marsala uno stabilimento per la produzione del vino omonimo, dopo aver acquistato un terreno in un tratto di spiaggia situato fra i bagli degli Ingham-Whitaker e dei Woodhouse, gli imprenditori inglesi che per primi avevano promosso la produzione industriale del marsala e la diffusione fuori dalla Sicilia facendolo diventare una moda internazionale.

L’ingresso nel settore di Vincenzo Florio segnò un momento importante per la storia del vino Marsala. I primi anni di attività della cantina furono molto difficili, con scarsi guadagni e poche prospettive a causa dall’eccesso dell’offerta rispetto alla domanda del mercato, quasi completamente estero, ed inglese in particolare. Florio poté resistere solo grazie alle sue ingenti risorse provenienti dalle altre attività. La cantina di Vincenzo Florio, che esiste tutt’ora, fu la prima a produrre il Marsala con il nome di un produttore italiano. Non potendo competere nei mercati esteri con Ingham che aveva il predominio del mercato americano e con Woodhouse che aveva il predominio del mercato del Nord Europa, Vincenzo Florio decise di rivolgersi soprattutto al mercato nazionale. Non esisteva ancora la protezione della denominazione di origine e quindi doveva difendersi dai numerosi tentativi di imitazione, come gli altri produttori di Marsala del resto. Nel 1843 Florio affidò la direzione dello stabilimento al cognato milanese Giovanni Portalupi.

Nelle cantine Florio si realizzerà il primo impianto di imbottigliamento meccanico precedendo in questa innovazione sia la Ingham che la Woodehouse. Aprì depositi per i suoi vini a Castellammare, Vittoria, Alcamo, Campobello, Castelvetrano.

La filanda

Sempre nel 1838 Vincenzo Florio aprì a Palermo una filanda per la filatura e la tessitura del cotone che utilizzava il cotone coltivato nella zona di Termini Imerese. Nel 1844 sarà trasferita a Marsala, all’interno dello stabilimento vinicolo dove fu dotata di nuove macchine americane per la sgranatura del cotone.

Vincenzo Florio e lo zolfo

Vincenzo Florio entrò anche nel commercio dello zolfo e dei derivati costituendo nel 1835 una società con la vedova del Principe di Pantelleria, donna Stefania Galletta, per lo sfruttamento della miniera di Racalmuto di proprietà della stessa Principessa.

Nel 1840 costituì a Palermo una società per la produzione di acido solforico e altri derivati dallo zolfo e di altri prodotti chimici insieme all’inglese Benjamin Ingham e al marsigliese Agostino Porry che aveva ottenuto nel 1839 la privativa dal governo borbonico per cinque anni per la fabbricazione di alcuni prodotti chimici: acido solforico, acido nitrico, acido muriatico, solfato di allumina, solfato di zinco, solfato di ferro, solfato di rame e solfato di soda.

Nel 1852 la società si sciolse per l’uscita del Porry tornato a Marsiglia e si ricompose successivamente avendo per soci più importanti Florio, Ingham e il francese Danoudy. Dal 1856 iniziò a produrre anche candele steariche sotto la direzione del francese Deleschamps. Nel 1860 ne uscì il francese Danoudy e l’amministrazione fu affidata al milanese Giovanni Portalupi, cognato di Vincenzo Florio.

La Società dei battelli a vapore Siciliani

Vincenzo non aveva perso la vocazione marinara di famiglia, e questa, unita al senso degli affari, lo portò a partecipare alla creazione della compagnia di navigazione “Società dei battelli a vapore siciliani“, costituita l’11 luglio 1840 insieme a Benjamin Ingham, George Wood, Gabriele Bordonaro barone di Chiaromonte e ad altri mercanti inglesi ad esponenti dell’aristocrazia siciliana, allo scopo di esercitare la navigazione a vapore approfittando delle agevolazioni concesse dal governo borbonico. Gerente della società era l’Ingham. Costituita la società ed ottenuta l’approvazione del Re, con le relative agevolazioni, il consiglio di amministrazione  stabilì di acquistare per il momento un solo battello a vapore della potenza di 120 cavalli che doveva chiamarsi Palermo.

La costruzione del battello fu commissionata in Inghilterra ad un cantiere di Greenock. Il vapore giunse a Palermo il 18 settembre del 1841. La sua potenza era di 150 cavalli, quindi superiore a quanto inizialmente era stato stabilito. Percorreva la tratta Marsiglia Palermo in 52 ore. Fu messo in attività per eseguire viaggi tra Palermo, Messina, Trapani, Napoli, Civitavecchia, Livorno, Genova, Marsiglia e Malta.

La fonderia Oretea

A integrazione dell’attività armatoriale, nel 1841, Vincenzo Florio rilevò insieme ad altri azionisti una società metallurgica che diventerà la “Fonderia Oretea”, una fabbrica destinata a produrre caldaie, pompe ed altri accessori per la dotazione dei battelli della sua flotta che andava diventando sempre più numerosa. Nel 1844 la fonderia poteva presentare alla esposizione di Palermo una pressa idraulica di 212 atmosfere e nel 1846 produrrà la sua prima macchina a vapore completa della potenza di 8 cavalli, la prima costruita in Sicilia.

La rivoluzione del 1848

Nel 1848 Vincenzo Florio insieme al barone Riso e al barone Bordonaro è uno dei commercianti più ricchi di Palermo.

E nel 1848 scoppia la rivoluzione che vede la Sicilia e in particolare Messina e Palermo in prima fila. Durante la rivoluzione il battello a vapore di proprietà della compagnia del Florio, il Palermo, fu sequestrato dal governo rivoluzionario. Sempre nel 1848 e sempre a causa della rivoluzione si sciolse la Società dei Battelli a Vapore Siciliani e Vincenzo si mise in proprio dando vita alla società “Impresa I. e V. Florio per la navigazione a vapore”. Mentre la Sicilia difendeva la sua indipendenza da Napoli, acquistò dalla società francese Rostand un altro vapore, chiamato l’Indipendent in sintonia con il momento storico. Il vapore solcava il mediterraneo issando bandiera francese per non essere disturbato dai Napoletani. Fallita la rivoluzione l’Indipendent cambierà nome assumendo il più adeguato “Diligente”. Quando ancora si chiamava Indipedent trasportò a Marsiglia duecento esuli della rivoluzione tra i quali il giovane chimico Stanislao Cannizzaro e Rosolino Pilo.

Non sappiamo fino a che punto fosse partecipe della rivoluzione antiborbonica ma di certo qualche parte doveva avere avuto e pare anche che la sua fonderia contribuisse alla produzione di materiale bellico da usare in quella circostanza. Ma si sa anche che rifiutò un prestito chiesto dal governo provvisorio per mancanza di sufficienti garanzie. Nel 1848, durante l’insurrezione aveva fatto parte del Senato magistrato palermitano e della Guardia Nazionale. Nel 1849 fece parte della commissione municipale presieduta dal barone Riso che trattò prima con il generale Nunziante e poi con il principe di Satriano le condizioni della sottomissione della città e gestì la normalizzazione che comportò anche l’esilio per i capi della rivoluzione. Tra i condannati all’esilio vi era Antonino Sgobel, socio del Florio nella Compagnia Palermitana di Assicurazioni il quale però ottenne la grazia.

Vincenzo Florio collaborerà diligentemente alla restaurazione borbonica guadagnandosi la stima del Principe di Satriano luogotenente della Sicilia per conto del Re Ferdinando. Potè pure mantenere la carica di vice presidente della Camera Consultiva di Commercio che aveva assunto durante la rivoluzione. Casa Florio era ormai agli occhi del potere politico e per l’opinione pubblica una importante e utile istituzione economica.

Dopo la rivoluzione

Nel 1850 Vincenzo Florio riceveva dal governo la nomina a governatore negoziante del «Banco Regio dei Reali domini al di là del Faro». Ricordiamo che con la formula “domini al di là del Faro (di Messina)” si intendeva la Sicilia.

Nel 1852 fece costruire dall’architetto Giachery nel complesso dell’Arenella un mulino a vento per la macina del sommacco, da cui si estraeva il tannino, allora oggetto di fiorente commercio internazionale in quanto impiegato in tintoria e nel processo di concia delle pelli.

Nel 1853 il Governo di Napoli scisse il contratto che lo legava, per la navigazione a vapore, agli armatori francesi e stipulò una convenzione con il Florio che s’impegnava per sei anni a collegare con regolari servizi la Sicilia alle sue isole. Nel 1853 il Corriere Siciliano costruito nei cantieri Thompson di Glasgow entrava in servizio sulla rotta Palermo Napoli Marsiglia. Era un piroscafo di 400 tonnellate che poteva navigare alla velocità di 12 nodi. Il Corriere fu ben presto seguito dall’ Etna.

Corriere Siciliano
Corriere Siciliano

Ma non era il Florio l’unico armatore palermitano. C’era anche la società Sicula Transatlantica, dei fratelli Salvatore e Luigi De Pace, che si dotò del Sicilia, un piroscafo a vapore costruito dal cantiere Orlando di Livorno con macchine inglesi, che nel 1854, comandato dal capitano Ferdinando Cafiero di Sorrento, collegò Palermo a New York in 26 giorni, divenendo la prima nave a vapore italiana a giungere nelle Americhe. Purtroppo il Sicilia, al comando del capitano Giuseppe Di Bartolo, affondò il 20 ottobre a circa 60 miglia al largo di Cork, nell’Irlanda meridionale. I De Pace e i Florio erano parenti in quando Luigi De Pace, figlio di Salvatore, aveva sposato Angelina, figlia di Vincenzo Florio.

Nel 1855 Vincenzo Florio decise di impiantare a Catania in società con un gruppo di mercanti francesi una fabbrica per la distillazione dell’alcool dai fichidindia e dalle carrubbe. Questa tecnica di distillazione era il frutto della collaborazione tra ambiente scientifico siciliano e mondo imprenditoriale. Florio infatti si rivolse al professore Inzenga, direttore dell’Istituto Agrario Castelnuovo di Palermo e docente universitario per la messa a punto di un efficiente metodo di distillazione. Nel breve periodo di attività la fabbrica fu diretta dal chimico Eugenio Robafarines. In seguito fu ceduta alla Ingham Whitaker.

Nel 1856 il vino Marsala Florio fu premiato con medaglia d’oro all’Esposizione Agraria Universale di Parigi. In quel momento la Sicilia aveva il primato in Italia per l’esportazione di vino con una percentuale sul totale delle esportazioni italiane che andava oltre il 52 percento.

Sempre nel 1856 la compagnia di navigazione del Florio ottenne dal governo la concessione per il servizio postale tra i porti della Sicilia con una cospicua sovvenzione annuale e nel 1858 quella per il servizio postale tra la Sicilia e Napoli effettuato con il piroscafo Archimede. Per far fronte ai nuovi impegni la flotta fu potenziata approfittando anche delle agevolazioni concesse dal governo per l’acquisto di nuove navi. Fu potenziata anche la fonderia Oretea alla cui direzione fu chiamato da Marsala l’inglese Joseph Gill, il meccanico più competente allora in Sicilia.

Grazie al potenziamento della compagnia di navigazione con le sovvenzioni statali Vincenzo Florio vedeva svilupparsi anche le altre sue attività in particolare quelle commerciali.

Nel 1859 scadeva il contratto di gabella delle tonnare di Formica e di Favignana, stipulato nel 1841 fra Vincenzo Florio e i proprietari delle Egadi.

Il Florio, impegnato in varie altre attività, non soltanto imprenditoriali, ma anche sociali e politiche, preferì non rinnovarlo malgrado i positivi risultati della tonnara, che proprio in quell’anno aveva registrato una pesca particolarmente ricca, e malgrado le ripetute sollecitazioni dei marchesi Rusconi e Pallavicino proprietari delle isole. La gestione delle due tonnare passò quindi al genovese Giulio Drago.

 

L’Unità d’Italia

Nel 1860 il governo borbonico utilizzò quattro piroscafi della Compagnia Florio, Elettrico, Archimede, Diligente ed Etna equipaggiati ciascuno con quattro cannoni, per contrastare, insieme ad altre navi, il ventilato sbarco dei garibaldini che viaggiavano su due navi della Compagnia Rubattino di Genova. Il quinto piroscafo di Florio, il Corriere Siciliano era a terra per riparazioni ma fu anch’esso prenotato.

Elettrico
Elettrico

I Mille però sbarcarono a Marsala senza troppi problemi con la tacita complicità delle cannoniere inglesi, che si trovavano in zona per proteggere le loro navi commerciali presenti nel porto e gli stabilimenti degli imprenditori vinicoli inglesi che nel frattempo avevano issato il vessillo britannico.

Garibaldi requisì le navi del Florio utilizzate dai Borbone e le restituì al proprietario ad eccezione dell’Etna che affonderà durante l’assedio di Gaeta. Dopo la resa di Palermo Vincenzo Florio mise la sua flotta al servizio di Garibaldi per il trasporto dei suoi volontari lungo la costa siciliana e di altri volontari da Genova alla Sicilia.

La fonderia Oretea, requisita, forniva materiale bellico per la prosecuzione dell’impresa..

Nel 1861 la ditta Ignazio e Vincenzo Florio partecipava all’Esposizione Italiana tenuta a Firenze e veniva premiata con alcune medaglie.

Nel settore cotoniero si innescò una crisi a causa dalle nuove tariffe doganali he toglievano all’industria meridionale la protezione di cui godeva prima dell’unificazione. Un altro duro colpo fu sferrato dalla guerra di secessione americana che provocò un aumento del costo della materia prima. La filanda Florio chiudeva nel 1861, proprio nell’anno in cui i suoi prodotti venivano premiati all’Esposizione Italiana di Firenze.

 

Le Convenzioni per i servizi marittimi

Al momento dell’Unità d’Italia la flotta Florio possedeva, oltre a numerosi velieri, cinque navi a vapore tra le più moderne e veloci del Mediterraneo.

Fatta l’unità d’Italia il piroscafo Diligente tornava a chiamarsi Indipendente e Vincenzo Florio ingrandiva la sua presenza nel settore del trasporto marittimo.

Al momento della formazione del Regno, le principali imprese a cui erano affidati i servizi postali di mare nelle diverse parti d’Italia, erano tre: quella del signor Rubattino per le comunicazioni fra Genova, la Sardegna e Tunisi; quella del signor Florio per il servizio fra Napoli e la Sicilia e la Società di Navigazione delle Due Sicilie.

Liberata la Sicilia, furono affidate alla Società Fraissinet, le corse periodiche fra Genova e Palermo. Poco dopo, essendosi voluto aumentare le comunicazioni di mare fra le provincie del nuovo Regno, subentrò la Società Valéry, mentre al signor Zuccoli furono accordate le comunicazioni fra Genova, Livorno e Napoli sei volte per settimana.

Inizialmente fu mantenuto il sistema delle sovvenzioni, che funzionava già nel Regno di Sardegna per le comunicazioni tra i principali porti del Mediterraneo, compreso il porto di Tunisi. Dopo una lunga trattativa svoltasi a Torino tra il ministro U. Peruzzi e Giuseppe Orlando in rappresentanza del Florio, alla società Florio furono confermati per sei anni i servizi che svolgeva sotto il governo borbonico con l’aggiunta della linea tra Palermo e Malta. Florio ordinò due nuovi vapori in Inghilterra e costituì, il 25 ag. 1861, la società in accomandita “Piroscafi postali di I. e V. Florio”. La società ebbe sede a Palermo ne fu nominato direttore Giuseppe Orlando. Tra gli azionisti della società c’erano Giovanni Kayser, l’architetto Carlo Giachery, Luigi De Pace che era genero di Florio, il capitano Giovanni Cafiero comandante di diverse navi della flotta e Giuseppe Orlando.

Se non che risultava ogni giorno più evidente la necessità di provvedere ad un assetto definitivo di tutti i servizi postali marittimi d’Italia. Il Ministero dei lavori pubblici pertanto, dopo aver tentato invano di costituire una Società unica, ed aver avviato in tal senso, ma senza frutto, molte pratiche, non potendo indugiare di più e considerando che contratti di breve durata per servizi che esigono ingenti capitali di primo impianto, avrebbero richiesto sovvenzioni molto onerose se si voleva rendere possibile l’ ammortamento del capitale impiegato, scelse la soluzione  di dividere il servizio postale marittimo del Regno fra quattro Compagnie, di cui due già esistevano (Florio e Rubattino), e ciò mediante contratti della durata di quindici anni.

Nelle relative convenzioni peraltro fu tenuto conto delle conseguenze della futura apertura di strade ferrate, congiungenti le medesime località alle di cui comunicazioni si era provveduto coi servizi di mare, e quindi il Governo si riservò la facoltà di sopprimere una parte delle linee di navigazione. Le quattro Imprese beneficiarie furono: l’Impresa R. Rubattino e Comp. di Genova, l’Impresa Peirano, Danovaro e Comp. di Genova, l’Impresa I. e V. Florio di Palermo, L’impresa Adriatico-Orientale.

L’Impresa “Piroscafi Postali di I. e V. Florio e C” di Palermo, otteneva la concessione per i collegamenti dei porti siciliani fra di loro e con Napoli e le linee Palermo Malta e Palermo Tunisi. Essa gestiva inoltre, per proprio conto, la linea fra Palermo, Livorno e Genova.

Nel giro di un anno, rispettando i termini degli accordi, il Florio portò a dodici le unità che componevano la flotta e, contemporaneamente, elevò il capitale sociale. La compagnia, ottimamente diretta, guadagnò ancora in forza economica e prestigio. Alla borsa di Palermo le azioni si mantenevano costantemente sopra la pari del 20%. Nel 1865, fu effettuato un ulteriore aumento del capitale per arricchire ancora il naviglio.

 

Altre attività di Vincenzo Florio

Nel 1860 fu eletto Consigliere Comunale a Palermo.

Nel 1863 Vincenzo Florio era Presidente della Camera di Commercio ed Arti di Palermo e in questa veste riunì a Palermo l’Assemblea Generale di tutte le Camere di Sicilia per discutere sulla questione della libera coltivazione del tabacco nell’Isola. La Sicilia godeva del privilegio della libertà sia di coltivazione che di manifattura che veniva rimessa in discussione dal Governo nell’ambito della legge per l’istituzione del monopolio dei Sali e dei tabacchi. Era in carica il governo Rattazzi e ministro delle finanze era Quintino Sella.

Il monopolio dei tabacchi non sarà esteso alla Sicilia fino al 1874

Nel 1864 Vincenzo Florio decise la costruzione nel porto di Palermo di uno Scalo d’Alaggio per le riparazioni delle navi che fino ad allora dovevano essere effettuate a Malta. Inoltre fece impiantare nel porto una gru capace di sollevare 40 tonnellate. Lo scalo di alaggio risultò difettoso e passarono alcuni anni prima che potesse essere messo in funzione.

Sempre nel 1864 entrò a far parte, insieme ad alcuni tra i maggiori capitalisti italiani, del comitato promotore di una società che avrebbe dovuto rilevare dallo Stato il cantiere navale di San Bartolomeo a La Spezia per la costruzione di navi da guerra. Il progetto di legge del governo non fu però approvato dal Parlamento.

Nel 1867 la ditta Florio fu insignita di medaglia d’oro per l’industria vinicola all’esposizione universale di Parigi.

A coronamento delle imprese produttive non mancarono a Vincenzo Florio anche nel Regno d’Italia conferimenti di cariche istituzionali. Nel 1860 era uno dei tre governatori del Banco di Sicilia. Nel 1861 la Banca Nazionale, che era la più importante banca italiana, aprì una filiale a Palermo; Vincenzo Florio, azionista di quella banca, divenne Presidente del Consiglio di Amministrazione della filiale palermitana. Il 13 marzo del 1864 fu nominato Senatore del Regno d’Italia. Nel 1866, essendo stata promossa a sede la filiale palermitana entrò a far parte del Consiglio Superiore della Banca Nazionale.

Sempre snobbato dall’aristocrazia siciliana che pure non disdegnava di fare buoni affari con quel “mercante arricchito”, sposò la milanese Maria Rachele Giulia Portalupi dalla quale ebbe due figlie, Angelina e Giuseppina, e un figlio, Ignazio. Alla sua morte, avvenuta nel 1868, lasciò una ingentissima fortuna.

 

 


Fonti

Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti, Volume XI, Firenze 1869

Orazio Cancila – Storia dell’industria in Sicilia Laterza, Roma Bari, 1995. ISBN 88 – 420 – 4609-4  p. 44

Il Poligrafo, rivista scientifica, letteraria e artistica per la Sicilia. Anno I Vol. II 1856

Gerald Kutney, Sulfur, History, Applications & Industry, ChemTec Publishing 2009

Lodovico Bianchini, Della Storia Economico Civile di Sicilia Libri Due, Stamperia Reale, Napoli 1841

Michela Dangelo Vincenzo Florio mercante imprenditore in Il Mezzogiorno preunitario Economia, società, istituzioni  A cura di Angelo Massafra – Edizioni Dedalo Bari 1998

Rosario Ventimiglia, Collezione delle leggi, dei reali decreti sovrani, rescritti, regolamenti e delle ministeriali riguardanti la Sicilia dal 1817 al 1839 Vol. II, Stamperia Comparozzi, Catania 1844

Luigi Chiara, Messina nell’Ottocento, Edizioni Antonino Sfameni, Messina 2002

Raleigh Trevelyan, Princes under the volcano, W. Morrow, New York 1973

John Jackson, Reflections on the commerce of the Mediterranean, Printed from W. Clarke and sons, London 1804


Note

Carlo Giachery (Padova, 28 giugno 1812 – Palermo, 31 agosto 1865). La sua famiglia si trasferisce in Sicilia quando lui ha sei anni. Si laurea in architettura a Palermo nel 1833, e l’anno dopo in fisica e matematica. Diventa professore presso l’Università di Palermo, prima di matematica e poi, dal 1837, di architettura.


Nel territorio siciliano, il baglio (bagghiu, in lingua siciliana) è una fattoria fortificata con ampio cortile.


Nel 1773 l’imprenditore inglese John Woodhouse Sr. di Liverpool aveva introdotto a Marsala l’uso di preparare il vino “alla maniera di Madera” e nel 1794 realizzava il primo stabilimento enologico. Il figlio John Woodhouse Jr (forse William Woodhouse) lo raggiunse a Marsala nel 1787 e insieme i due riuscirono a creare un mercato internazionale per il loro vino che divenne presto molto apprezzato in Inghilterra e negli Stati Uniti. Per approviggionarsi della materia prima favorivano l’espansione della viticoltura nel marsalese e nei comuni vicini. Lo stabilimento dei Woodhouse secondo un cronista inglese dei primi anni dell’Ottocento era molto grande e spesso conteneva fino a 3000 pipe (botti da 400 litri) di vino.
Lo stesso autore racconta che nel 1802 l’ammiraglio Horatio Nelson dopo averlo assaggiato ordinò a Woodhouse di rifornire di quel vino tutta la flotta inglese nel Mediterraneo.

Benjamin Ingham arrivò in Sicilia nel 1806 quando era in corso l’occupazione inglese dell’isola. Per la produzione del Marsala fondò inizialmente la società Ingham Brothers and Company.  Si specializzò nella esportazione del marsala negli Stati Uniti dove aveva un suo rappresentante a Boston. Nel 1819 sarà raggiunto dal nipote Joseph Whitaker che diventerà suo socio e la società diventerà Ingham Whitaker and Company. Con la vendita di vino e il commercio in tutto il mondo, Benjamin Ingham costruì un impero commerciale enorme. Benjamin Ingham morìirà nel 1861 e l’attività vinicola sarà continuata dal nipote Joseph Whitaker. La ditta Ingham-Whitaker sarà venduta a Cinzano nel 1920.

 

Il Banco di Sicilia era uno dei più antichi istituti di credito d’Italia. Il banco venne fondato nel 1849 con l’unificazione della Cassa di Corte di Palermo e della Cassa di Corte di Messina, separatesi dal Banco delle Due Sicilie in seguito ai moti rivoluzionari del 1848-1849, con la denominazione di Banco Regio dei Reali Domini al di là del Faro. Assume la denominazione attuale nel 1860 in seguito all’unificazione dell’Italia. Nel 1867 fu riconosciuto come istituto di emissione, funzione che manterrà fino alla riforma bancaria del 1926. Nel 2010 è confluito in Unicredit.

I fratelli Orlando nel 1834 avevano aderito alla Giovane Italia di Mazzini. Dopo un periodo in esilio a Malta, in seguito al fallimento dei primi moti insurrezionali siciliani, il primogenito Luigi era tornato in patria dove s’impegnava attivamente nell’officina di famiglia introducendo la propulsione a vapore nella costruzione dei mulini da grano e fabbricando le prime molle per materassi.

Nel 1847, trasferitisi a Roma, Luigi e Giuseppe partecipavano alla costituzione della Repubblica romana. Luigi, in Campidoglio, salì in cima alla statua equestre di Marco Aurelio issandovi la bandiera italiana.

Nel 1848 rientrati in Sicilia gli Orlando combatterono a Catania ma nell’aprile 1849 assieme a molti altri patrioti sono furono costretti a fuggire e si trasferiscono a Genova dove si dedicarono alla cantieristica navale e ad altri settori quali la siderurgia e la metallurgia. Con la costituzione del Regno d’Italia l’attività cantieristica si allargò con la costruzione dei cantieri navali di Livorno, su concessione governativa. Nel 1865 la famiglia si trasferì a Livorno e nel 1866 fondò i cantieri navali “Fratelli Orlando” di Livorno, di cui Luigi divenne direttore.

 


Ignazio Florio Sr Donna Franca Florio  
Ignazio Florio Jr Vincenzo Florio Jr e la Targa