La Decrescita (serena e felice)

Il termine “decrescita” comparve per la prima volta negli anni ’70, nella traduzione francese di una raccolta di lavori di Nicholas Georgescu-Roegen, che fu intitolata “Demain la decroissance” (Domani la decrescita).

Un accenno alla decrescita in realtà compare anche nel saggio Energy and Economic Mythsdove l’economista rumeno, nella sua critica ai fautori delle stato stazionario afferma “la necessaria conclusione dei ragionamenti in favore di quella visione è che lo stato maggiormente desiderabile non è quello stazionario, ma uno di decrescita”

Il concetto di decrescita è oggi alla base di una corrente di pensiero politico, economico e sociale che propugna la riduzione controllata della produzione economica e dei consumi, con l’obiettivo di (ri)stabilire relazioni di equilibrio ecologico fra l’uomo e la natura, nonché di equità fra gli esseri umani stessi. Il principale teorico di questa corrente è Serge Latouche.

Molta ironia è stata fatta sul concetto di decrescita felice o serena, e molte preoccupazioni sono state manifestate, specialmente dopo la pubblicazione del libro Breve trattato sulla decrescita serena (Petit traité de la décroissance sereine) di Serge Latouche e la nascita in Italia nel 2007 del “Movimento per la decrescita felice” promosso e presieduto da Maurizio Pallante. Come si fa ad essere felici e rimanere sereni se si diventa più poveri, se si rinuncia all’attuale benessere? E questo pensiero fa intravedere ai critici della decrescita scenari terrificanti per il nostro (il loro) futuro, come se un nuovo fantasma si aggirasse per l’Europa (e il mondo).

Per esorcizzare il rischio della decrescita questa è stata tacciata di volta in volta da critici di varia estrazione di essere retrograda, utopica, tecnofoba, patriarcale, pauperista, antidemocratica e, naturalmente, comunista.

In effetti ci sarebbe ragione di preoccuparsi se la decrescita consistesse nella rinuncia al benessere, se fosse una corsa verso la povertà, il ritorno nelle caverne o nelle palafitte. Il fatto è che si ragiona rimanendo all’interno dell’attuale modello economico fondato sui consumi e sulla continua crescita del PIL, quest’ultimo spesso scambiato per un indice del benessere. In questo mondo un PIL negativo, una crescita negativa protratta per un certo tempo, avrebbe delle conseguenze drammatiche sul tenore di vita delle persone. E si scambia la decrescita per la recessione che è un indice di crisi economica, che comporta depressione dei consumi e disoccupazione e quindi un reale impoverimento.

Più rassicurante per tutti dovrebbe essere comunque l’ossimoro contenuto nel titolo dell’ultimo saggio di Latouche, Per un’abbondanza frugale.

Nella accezione di Latouche “decrescita” non è il termine che indica il contrario di “crescita”. Parlare di decrescita significa abbandonare l’obiettivo della crescita per la crescita, un obiettivo che consiste essenzialmente nella ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale. Le conseguenze disastrose per l’ambiente e per l’umanità potrebbero venire, secondo Latouche, proprio dal perseverare in questo tipo di economia. E si tratta di conseguenze che investono tre ordini di fattori tra loro strettamente intrecciati: economici, ambientali ed esistenziali.

La “Teoria della decrescita” è invece un progetto per uscire dalla società attuale e dalle sue distorsioni. E non riguarda soltanto l’economia in senso stretto e il PIL, ma tutto un modo di vivere e di porsi rispetto alla Società, alla Natura, al nostro Pianeta e alle future generazioni. Non solamente una alternativa ma “una matrice di alternative”. A rigore più che di decrescita bisognerebbe parlare di a-crescita.

La nostra società è organizzata in maniera tale che si tiene insieme solo con la crescita illimitata del prodotto interno. Non appena la crescita rallenta o si arresta, è la crisi o addirittura il panico. La capacità di sostenere il lavoro, il welfare, la spesa pubblica, il consenso politico, la pace sociale, richiede il costante aumento del prodotto interno. Il ricorso all’indebitamento, da parte delle famiglie e degli Stati, che permette di consumare e investire non soltanto il reddito già prodotto ma anche quello che sarà prodotto in futuro e che deve essere rimborsato con gli interessi, contribuisce a rendere indispensabile la crescita infinita e praticamente esponenziale. Latouche ricorda che la dipendenza della nostra società dalla crescita è tale che per quanto riguarda il lavoro serve una crescita annua di oltre il due per cento non per realizzare incrementi dell’occupazione ma per non far crescere la disoccupazione.

La società della crescita è anche la società dei consumi. Il consumismo è il risultato della colonizzazione del nostro immaginario da parte dell’economia, afferma Latouche. Per crescere senza limiti si deve accumulare e consumare senza limiti. Per rendere ciò possibile vengono creati sempre nuovi bisogni in modo da farci desiderare sempre di più e di essere sempre insoddisfatti per sempre desiderare qualcos’altro. Per far funzionare questo meccanismo bisogna rendere la gente frustrata. E a questo serve la pubblicità. La gente frustrata per compensare la frustrazione consuma di più; questo consumo non rende felici ma serve soltanto ad alimentare la società dei consumi e far crescere il PIL.

Al funzionamento della società dei consumi contribuisce anche l’obsolescanza programmata che ci costringe a cambiare sempre più spesso apparecchi, strumenti e oggetti: perché volutamente non riparabili o la cui riparazione costerebbe più che acquistarne uno nuovo, perché sostituiti nel mercato da oggetti tecnologicamente più avanzati o per adeguarci all’ultima moda.

La “globalizzazione” insieme alla finanziarizzazione dell’economia, ha accentuato questa dipendenza dalla crescita segnando il passaggio da un’economia con un mercato a un’economia e a una società di mercato, e senza frontiere almeno per le merci e i capitali.  

Sono molteplici i punti di contatto dei fautori della decrescita con le teorie di Georgescu-Roegen e lo stesso Latouche basa molto del suo pensiero sul concetto di entropia.

Una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito. Il processo di rigenerazione della biosfera non è in grado di sostenere gli attuali ritmi di consumo e non può in nessun caso restituire nella stessa misura la totalità delle risorse degradate dall’attività industriale. I processi di trasformazione dell’energia non sono reversibili e la stessa cosa avviene, in pratica, anche per la materia che pur essendo parzialmente riciclabile, a differenza dell’energia non può essere rimpiazzata da nuova materia.

Latouche ricorda i dati dell’istituto californiano Redifining Progress e del World Wildlife Fund (WWF) che hanno calcolato che lo spazio bioproduttivo del Pianeta è tale che ne spetterebbe 1,8 ettari per abitante. L’umanità invece consuma oggi 2,2 ettari in media per abitante; siamo quindi oltre la sostenibilità. Ma questo è solo il dato medio dell’impronta ecologica pro capite. Se si va nel dettaglio si scoprono grandi disparità tra le nazioni: un cittadino degli Stati Uniti consuma 9,6 ettari, un canadese 7,2, un europeo 4,5, un francese 5,26, un italiano 3,8. Al di sotto della soglia critica sono i paesi dell’Africa, dell’America latina e molti asiatici. È evidente che i paesi del sud del mondo “aiutano” quelli del nord. Già oggi il pianeta non ci basta più, ma ne occorrerebbero da tre a sei se si dovesse estendere a tutto il globo lo stile di vita occidentale.

Se si prendono in considerazione indicatori diversi dal PIL che sono stati ideati da vari centri di ricerca per misurare in vario modo il benessere o la felicità delle persone, la qualità della vita piuttosto che la quantità delle transazioni economiche, si osserva che mentre il PIL prosegue nel suo trend di crescita il benessere segue la tendenza opposta.

Anche Latouche come Georgescu-Roegen ha qualcosa da obiettare all’ottimismo degli economisti e degli industriali, nonché dei politici, che si fonda sull’ingegno umano e sui futuri traguardi della tecnologia e della scienza. E anche sulla buona stella dell’umanità.

Sappiamo tutti quanto si enfatizzi il ruolo della nuova economia fondata sui servizi e sulla realtà virtuale e quante speranze si ripongono nelle nuove tecnologie per poter crescere sempre di più in maniera immateriale evitando così i problemi connessi con la crescita tradizionale. Ma questa, secondo Latouche, più che sostituire perfeziona la vecchia economia. Questo capitalismo cognitivo spesso consuma più materie prime ed energia di quanto possa sembrare; per esempio per la costruzione di computer e affini e relativo materiale di consumo e per lo smaltimento dell’usato. Ogni mese partono dagli Stati  Uniti 500 navi piene di computer usati e accessori, che peraltro contengono metalli preziosi, che vanno ad inquinare le falde freatiche del Ghana e della Nigeria. Un lavoratore del terziario alla fine consuma più materia ed energia rispetto al meno tecnologico agricoltore della “vecchia economia”. Sappiamo quanto l’economia dei paesi del Nord del mondo si fonda sul trasferimento di parte della sua produzione e dell’inquinamento conseguente, verso le economie emergenti. Globalmente, la società mondiale non è mai stata tanto industriale quanto oggi, fa osservare Latouche.

Per quanto riguarda l’efficienza ecologica, Latouche ammette che il suo aumento sia una cosa positiva. Solo che ammonisce sull’“effetto rimbalzo” o “Paradosso di Jevons”: un fenomeno noto da tempo che consiste nell’aumento dei consumi conseguente alla riduzione nei limiti d’uso di una tecnologia e al miglioramento della sua efficienza. Le tecnologie efficaci spingono all’aumento dei consumi; in molti casi il risparmio energetico è più che compensato dall’aumento delle quantità consumate. Se utilizziamo  lampadine a basso consumo teniamo più a lungo la luce accesa. Inoltre vale anche in questo caso l’effetto dello spostamento verso il sud del mondo delle produzioni meno efficienti.

Gli economisti il più delle volte passano sotto silenzio la questione delle diseguaglianze e delle ingiustizie, ma è arduo sostenere che l’ordine ecologico ed economico mondiale prodotto dall’economia liberista sia equo. 
Le contraddizioni sociali prodotte dalla crescita e i limiti del pianeta rendono questo sistema insostenibile sotto il profilo economico e sociale. Per Latouche il sistema oltre a non essere sostenibile non è neanche auspicabile perché tradisce anche la promessa della felicità enunciata nel 700 da Cesare Beccaria: “la più grande felicità condivisa dal più grande numero”; ma la felicità nelle mani degli economisti si è trasformata in Prodotto Interno Lordo che non porta la felicità perché la sua crescita genera dei costi umani e sociali sempre più grandi e superato un certo limite il benessere comincia a diminuire.  Per tutto questo, anche nel caso che potesse durare all’infinito, sarebbe auspicabile cambiare questo sistema.

Dal sogno del 700 di Adam Smith secondo il quale ci si poteva arricchire tutti grazie all’effetto sgocciolamento (quando i ricchi diventano più ricchi, un po’ di ricchezza si diffonde anche tra i poveri) e dalla favola delle api di Bernard de Mandeville (i vizi privati, come l’avidità, fanno la ricchezza pubblica) siamo passati all’austerità. Ma anche all’inizio le cose non sono andate esattamente come immaginavano gli economisti classici. I ricchi sono diventati più ricchi ma in mezzo ad una miseria incredibile durata un secolo. I contadini e gli artigiani sono stati proletarizzati, cacciati dalla loro terra, ammassati nelle periferie di Liverpool e di Manchester. Lo stesso dramma vive oggi la Cina, ricorda Latouche. Dopo, l’utopia liberista è diventata più o meno realtà perché il sistema si è evoluto e per un secolo effettivamente l’effetto di sgocciolamento ha funzionato almeno per i paesi occidentali. Non si può dire altrettanto per il resto del mondo. Ma non funzionava ancora molto bene: ogni 10 anni c’era una crisi di sovraproduzione che creava disoccupazione e miseria. Passando da una crisi all’altra siamo arrivati negli anni 50 del Novecento, alla società dei consumi, con la pubblicità, il credito, l’obsolescanza programmata, il marketing e abbiamo pensato che potesse funzionare fino alla fine del mondo. Ma dopo 50 anni abbiamo praticamente consumato tutto il patrimonio facilmente accessibile e ora la crescita che portava un vero miglioramento del livello di vita per i paesi occidentali è finita. Ora siamo all’incubo della società di crescita senza crescita. Quando in una società di crescita la crescita non c’è, è una tragedia perché non ci sono più soldi, tra le altre cose, per finanziare lo stato sociale.  (Conferenza “L’abbondanza frugale”, 2 maggio 2012 a Brescia organizzata dall’associazione ‘Ripensare il mondo’).

Nel saggio Breve trattato sulla decrescita serena Latouche suggerisce e spiega una serie di comportamenti virtuosi che si rafforzano reciprocamente per realizzare una società della decrescita e che insieme costituiscono il circolo virtuoso delle otto R: rivalutare (cambiare i valori dominanti), riconcettualizzare (passare ad un alto modo di vedere la realtà), ristrutturare (adeguare l’apparato produttivo al cambiamento dei valori), ridistribuire (ripartire più equamente la ricchezza), rilocalizzare (riconsiderare la produzione locale), ridurre (diminuire il nostro impatto sulla biosfera), riutilizzare e riciclare (ridurre lo spreco e contrastare l’obsolescenza programmata).

Nel saggio Per un’abbondanza frugale, che ha per sottotitolo Malintesi e controversie sulla decrescita, Latouche precisa il significato della decrescita rispondendo puntualmente alle critiche che vengono fatte e precisando i concetti che sono alla base della teoria. La felicità è ridefinita come “abbondanza frugale in una società solidale” realizzabile attraverso il progetto della Decrescita. Per aspirare a raggiungere la felicità bisogna uscire dal circolo vizioso costituito dai bisogni indotti, dai prodotti atti a soddisfarli momentaneamente e dalla frustrazione crescente che ne deriva. Contemporaneamente bisogna ritessere il legame sociale lacerato dalla legge della giungla del sistema economico. Bisogna reinserire l’economia nel sociale rivalutando solidarietà e reciprocità e ritrovare lo spirito del dono. Dobbiamo trovare una organizzazione che non superi l’impronta ecologica sostenibile per il Pianeta.  Tutto questo però è possibile solo attraverso la politica e Latouche descrive una serie di riforme, un programma politico, che i parlamenti e i governi dovrebbero attuare per ridurre i consumi inutili, innescare processi virtuosi di produzione e consumo nel rispetto dell’ambiente, distribuire più equamente la ricchezza e in definitiva per  costruire la “società dell’abbondanza frugale”. E Latouche non ha paura di usare il termine “protezionismo” nel senso di protezione sociale ed ambientale contro il falso mercato libero che si risolve in una truffa perché mette in concorrenza entità che non possono operare nelle stesse condizioni.

Latouche critica invece le attuali politiche di austerità adottate dai governi per far fronte alla crisi, che colpiscono soprattutto i lavoratori dipendenti e le classi medie e inferiori con abbassamento dei redditi e riduzione delle prestazioni sociali il cui sistema viene gradualmente privatizzato. Questa austerità è cosa ben diversa dalla frugalità perché non ci libera soltanto del superfluo ma anche di buona parte del necessario e non modifica il modo di produrre e consumare che ha causato la crisi. La globalizzazione e la finanziarizzazione innescano una competizione al ribasso che può portare ad un ciclo deflazionistico e quindi ad una nuova crisi.

Ma contemporaneamente sono sempre pressanti le sollecitazioni a consumare perché sui consumi si regge il sistema. E chi non può consumare accumula frustrazioni e sensi di colpa.

L’alternativa tra austerità e rilancio scriteriato dei consumi può essere rappresentata proprio dalla Decrescita. Non un passo indietro dunque, ma un passo di lato verso un’abbondanza virtuosa.

Riassunto e commento di Giuseppe Picciolo

 

Fonti

Breve trattato sulla decrescita serena, Torino, Bollati Boringhieri, 2008. ISBN 978-88-339-1869-3.