Il soggiorno di Riccardo Cuor di Leone e Filippo II a Messina

In Sicilia nel 1189 moriva il re Normanno Guglielmo II detto il Buono. Non essendovi discendenti diretti, si pose il problema della successione. In punto di morte Guglielmo avrebbe indicato la zia Costanza come erede e obbligato i cavalieri a giurarle fedeltà. Costanza, figlia di Ruggero II che era stato re di Sicilia fino al 1154, era sposata dal 1185 con Enrico VI di Germania, figlio dell’Imperatore Federico Barbarossa. Ma allora era molto forte l’opposizione dei cavalieri normanni di Sicilia alla dinastia imperiale sveva. Una parte della corte, appoggiata dal Papa, simpatizzava per Tancredi di Lecce che per quanto illegittimo era l’ultimo discendente maschio della famiglia Altavilla. Egli era infatti figlio naturale di Ruggero III di Puglia a sua volta figlio di Ruggero II di Sicilia ed era quindi anche lui nipote di Costanza.

Inoltre, essendo l’imperatore Federico Barbarossa impegnato nella crociata in Terra Santa, Enrico VI e Costanza erano costretti a rimanere nel Regno di Germania, dove dovevano contrastare i tentativi dei Guelfi accorsi dall’Inghilterra per insidiare il trono di Federico Barbarossa.

Nel novembre 1189, con il benestare del Papa Clemente III, Tancredi fu incoronato a Palermo Re di Sicilia.

A Palermo viveva pure Giovanna d’Inghilterra, che era la vedova di Gugliemo II ed era sorella del Re d’Inghilterra e Duca di Normandia Riccardo I detto Cuor di Leone. Dopo l’incoronazione di Tancredi fu confinata nel Castello della Zisa.

Il 10 giugno del 1190 moriva in Terra Santa Federico Barbarossa ed Enrico VI diventava Imperatore.

Nel settembre dello stesso anno arrivarono in Sicilia Filippo II Augusto re di Francia e Riccardo I Cuor di Leone con i loro eserciti ed un seguito di pellegrini. I due re si riunivano in Sicilia per poi procedere verso la Terra Santa per partecipare alla terza Crociata.

Riccardo I d'Inghilterra
Riccardo I d’Inghilterra Artsta: Merry-Joseph Blondel.

Filippo II Augusto
Filippo II Augusto Artista: Louis-Félix Amiel (1802–1864) Musée historique de Versailles.

Filippo, arrivato a Messina il 16 settembre  fu accolto con tutti gli onori nel Palazzo Reale e i suoi uomini furono alloggiati dentro la città.

Riccardo arrivò qualche giorno dopo, essendo partito da Marsiglia e avendo costeggiato la riviera occidentale d’Italia, parte navigando e parte cavalcando. Un poeta francese cantava allora :

E Richarz li reis de Engleterre
costeia la mer terre a terre
et s’en ala dreit a Marseille,
de part Deu, qui toz biens conseille.

Riccardo non fu gratificato degli stessi onori del francese e rimase sul lato calabrese dello stretto fino a quando l‘intera sua flotta, formata da ben 107 navi, si avvicinò per prenderlo a bordo e scortarlo. Riccardo entrò nel porto di Messina come se fosse un conquistatore che tornava a casa. Le navi e le galee erano tutte completamente decorate e Riccardo aveva schierato un gran numero di musicisti sui ponti per far suonare trombe e corni mentre entrava nel porto. Riccardo non appena sbarcò le sue truppe, formò un grande accampamento per loro in riva al mare, fuori città. Gli uomini al suo comando erano di diverse nazionalità, principalmente Inglesi, Normanni e Guasconi.

Erano i siciliani piuttosto allarmati nel vedere una moltitudine di soldati stranieri così formidabili venire tra loro oltre a tanti pellegrini al seguito degli eserciti. A temere la presenza di Riccardo a Messina era soprattutto la comunità dei Greci/Bizantini e dei Saraceni, detti tutti Griffoni, influente e dispotica. Questa comunità deteneva il potere a spese degli abitanti Latini. Oltre ai problemi contingenti i Griffoni covavano vecchi rancori verso gli inglesi, sempre favoriti in Corte, e nei nuovi venuti vedevano la schiatta di quei potenti conti normanni che erano venuti nell’isola come conquistatori.

Neanche i francesi erano contenti. Filippo cominciò a essere geloso del potere superiore di Riccardo e ad allarmarsi per il suo comportamento presuntuoso e arrogante.

La flotta di Filippo era inferiore, essendo formata dalle navi che aveva potuto noleggiare a Genova, e in più era stata gravemente danneggiata dalle tempeste durante il viaggio. E ora vedere Riccardo fare una parata della sua superiorità, lo rendeva ansioso e inquieto. Lo stesso sentimento si manifestò anche tra le sue truppe, e a tal punto da minacciare di scoppiare in aperti litigi tra i soldati dei due eserciti.

Filippo avrebbe voluto riprendere presto il suo viaggio preoccupato soprattutto dei problemi creati tra la popolazione dall’eccessiva presenza di stranieri nella città. Di conseguenza si affrettò a salpare; ma fu di nuovo sfortunato: Incontrò un’altra tempesta e dovette rimettere in sesto le navi, così fu costretto a rinunciare a ogni speranza di lasciare la Sicilia fino alla primavera.

Quando Riccardo sbarcò in Sicilia trovò sua sorella, la moglie dell’ex re del paese, vedova e prigioniera, e le sue proprietà confiscate, mentre una persona che considerava un usurpatore era sul trono. Uno stato migliore delle cose per fornirgli un pretesto per le aggressioni sul Paese non avrebbe potuto desiderare.

Riccardo inviò subito una delegazione a Tancredi a Palermo, chiedendo che avrebbe dovuto rilasciare Giovanna e restituire la sua dote. Tancredi negò che Giovanna fosse stata imprigionata e, in ogni caso, accettò immediatamente la richiesta del fratello. La mise a bordo di una delle sue galee reali, e la fece trasportare, con una onorevole scorta, a Messina, e la consegnò alle cure di Riccardo.

Riguardo alla dote che Riccardo aveva chiesto di restaurare, Tancredi iniziò a dare alcune spiegazioni, ma Riccardo non voleva accettare scuse e pretesti. Quindi imbarcò Giovanna con una parte del suo esercito a bordo di alcune navi e le trasportò sull’altra sponda dello Stretto, a Bagnara, dove conquistò un castello e una porzione di territorio che lo circondava. Mise una forte guarnigione nel castello a protezione di Giovanna, mentre lui tornò a Messina per rafforzare la posizione del resto del suo esercito.

Pensò che il monastero basiliano del SS Salvatore che fiancheggiava il suo accampamento sul lato più lontano dalla città avrebbe costituito una buona fortezza se ne avesse avuto il possesso, e che, se ben fortificato, avrebbe rafforzato molto le difese del suo accampamento nel caso in cui Tancredi dovesse tentare di molestarlo. Quindi ne prese immediatamente possesso. Trasferì i monaci fuori dalle porte, rimosse tutti gli strumenti e gli emblemi sacri e trasformò gli edifici in una fortezza. Mise un presidio di soldati a guardia e riempì le stanze che i monaci erano abituati a usare per i loro studi e le loro preghiere con depositi di armi e munizioni portati dalle navi e con altri apparati di guerra.
Poco dopo scoppiò un grave
problema tra i soldati dell’esercito e il popolo di Messina. I messinesi erano già insofferenti perché Ia presenza di tanti soldati e pellegrini aveva causato l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e ridotta la loro disponibilità. I soldati di Riccardo entrarono a Messina e si comportarono così oltraggiosamente verso gli abitanti, e specialmente verso le giovani donne, che l’indignazione dei mariti e padri raggiunse il massimo grado.  I soldati furono attaccati per le strade. Molti di loro furono uccisi. Gli altri fuggirono e furono inseguiti dalla folla fino alle porte.

Quelli che erano fuggiti raggiunsero il campo, senza fiato per l’eccitazione e bruciando di rabbia, e invitarono tutti i compagni a unirsi a loro per vendicarsi. Bande di uomini furiosi, raccolti frettolosamente insieme, avanzarono verso la città, brandendo le loro braccia ed emettendo grida minacciose, determinati a uccidere tutti quelli che incontravano.

Riccardo venne a sapere del pericolo giusto in tempo per montare sul suo cavallo e cavalcare fino alle porte della città, e lì fermare i soldati e respingerli. Fu costretto a cavalcare in mezzo a loro, e ad usare le maniere forti per costringerli a rinunciare al loro disegno.

Il giorno successivo si tenne una riunione degli ufficiali dei due eserciti, con il duca di Borgogna, il conte di Poìtiers, il conte di Nevers, a cui si aggiunsero gli arcivescovi di Messina, Reggio e Monreale e  i governatori di Messina, ammiraglio Margarito e Jordan del Pin, per considerare cosa fare per risolvere la disputa e prevenire futuri disordini. Ma lo stato di eccitazione tra le due parti era troppo grande per essere risolto in modo amichevole. Mentre la conferenza procedeva, una grande folla di persone, soprattutto Greci,  si radunò su un terreno sopraelevato vicino al luogo in cui si teneva la conferenza. Dissero di essere venuti solo come spettatori. Riccardo affermava, invece, che si stavano preparando ad attaccare la conferenza. Ad ogni modo, erano eccitati e arrabbiati e avevano un atteggiamento molto minaccioso. Alcuni Normanni dell’esercito di Riccardo entrarono in alterco con loro, e alla fine uno dei Normanni fu ucciso. La conferenza si interruppe. Riccardo si precipitò al campo e chiamò i suoi uomini. Era in uno stato di rabbia. Filippo fece tutto ciò che era in suo potere per placare la tempesta e prevenire un combattimento, e quando scoprì che Riccardo non lo avrebbe ascoltato, dichiarò di essere tentato di unirsi ai siciliani e combatterlo. Questo, tuttavia, non lo fece, ma si accontentò di fare tutto il possibile per calmare l’eccitazione del suo alleato arrabbiato. Ma Riccardo si precipitò, a capo delle sue truppe, su per la collina fino alla spianata dove erano riuniti i siciliani.

Li attaccò furiosamente. Erano, in una certa misura, armati, ma non erano organizzati e,ovviamente, non potevano resistere alle cariche dei soldati. Fuggirono in confusione verso la città. Riccardo e le sue truppe li seguirono, uccidendone tanti. I siciliani si affollarono nella città e chiusero le porte. Ovviamente, l’intera città era ora allarmata e tutte le persone che potevano combattere venivano mandate sulle mura e alle porte per difenderla.

Riccardo si ritirò per un breve periodo ma poi portò un grande attacco alle mura. Molti dei suoi ufficiali e soldati furono uccisi dalle frecce lanciate dai bastioni, ma alla fine le porte furono aperte e Riccardo entrò alla testa delle sue truppe. Quando il popolo fu completamente sottomesso, Riccardo appese la sua bandiere sulle torri e le mura in segno di aver preso il pieno e formale possesso della capitale di Tancredi.

Filippo si oppose con forza a questo, ma Riccardo dichiarò che avrebbe mantenuto il possesso fino a quando Tancredi non fosse venuto a patti con lui. Filippo insistette che non avrebbe dovuto farlo, e minacciò di rompere l’alleanza. Alla fine fu raggiunto un compromesso e Riccardo accettò di togliere le bandiere e di ritirarsi dalla città stessa, che fu messa sotto il governo di alcuni cavalieri scelti da lui e da Filippo tra i Templari e gli Ospitalieri.

Dopo che l’eccitazione di questa vicenda si fu un po’ placata, Riccardo e Filippo iniziarono a considerare quanto fosse sconsigliabile litigare tra loro, mentre erano impegnati insieme in un’impresa di tale portata e di così tanto pericolo come la Crociata. Tuttavia, nonostante le promesse, Riccardo continuò a comportarsi con i siciliani in modo arrogante. Alcuni nobili di alto rango erano così indignati per i suoi modi da lasciare la città. Riccardo confiscò immediatamente le loro proprietà e convertì il ricavato a suo uso. Continuò a fortificare il suo accampamento sempre più.

Il monastero che aveva strappato con la forza ai monaci si trasformò in un castello completo con  merlature sulle mura e circondato da un fossato. Costruì anche un altro castello in legno sulle colline che dominano la città e che fu denominato ironicamente Mata Grifoni, ovvero Ammazza Greci. Agiva, in una parola, sotto tutti gli aspetti come se si considerasse padrone del Paese. Non consultò affatto Filippo in merito a nessuno di questi procedimenti e non prestò attenzione alle rimostranze che Filippo di volta in volta gli rivolgeva. Filippo era estremamente arrabbiato, ma non vedeva cosa potesse fare salvo avvertire Tancredi che Riccardo intendeva impossessarsi della Sicilia.

Torre e macchine da guerra
Torre e macchine da guerra (da Jacob Abbott, Richard I)

Anche Tancredi cominciò ad essere molto allarmato. Chiese allora a Riccardo cosa chiedeva rispetto a Giovanna. Riccardo in breve tempo fece conoscere le sue richieste. Disse che Tancredi doveva restituire a sua sorella la Contea di Monte Sant’Angelo (in Puglia) che le era stata donata dal marito e altri beni che le erano appartenuti o che aveva ereditato dal marito e inoltre quelle donazioni che erano previste dalla tradizione dei Normanni di Sicilia.

Chiese anche per se stesso un contributo molto grande per la crociata asserendo che era stato promesso a suo padre Enrico d’Inghilterra da Guglielmo II. Essendo il padre morto senza poter partecipare alla Crociata quel contributo spettava a lui ed essendo morto anche Guglielmo II doveva essere Tancredi a pagarlo.

Dopo molte trattative, condotte per conto di Riccardo dal  duca di Borgogna e dal conte Robert de Sablé (maestro dei Cavalieri Templari), la controversia fu risolta su una base nuova e diversa. Riccardo non aveva figli ma aveva un nipote di due anni di nome Arturo (Arturo di Bretagna) che sarebbe stato il suo erede. Tancredi aveva una figlia, ancora bambina. Così i due decisero il fidanzamento dei due bambini. Tancredi doveva pagare quindi la dote per la figlia in pezzi d’oro nelle mani di Riccardo.

Così si usava allora e lo stesso Riccardo era stato fidanzato in questo modo nella sua infanzia ad Alice, la figlia dell’allora re di Francia in carica, e sorella di Filippo II.

Riccardo e Tancredi stabilirono un’alleanza difensiva e offensiva tra di loro. Riccardo si impegnava ad aiutare Tancredi a mantenere la sua posizione di re di Sicilia contro tutti i suoi nemici. Ma il primo dei nemici di Tancredi era l’imperatore Enrico VI che rivendicava la Sicilia come eredità della moglie Costanza d’Altavilla.

Il trattato tra Riccardo e Tancredi fu redatto nella giusta forma e fu inviato per essere conservato in sicurezza a Roma, presso il Papa. Tancredi pagò a Riccardo i soldi che gli spettavano per Giovanna e per la dote della promessa sposa di Arturo.

Il re d’Inghilterra, avendo finalmente risolto la questione e stabilitasi qualcosa di simile alla pace in Sicilia, iniziò a rivolgere la sua attenzione ai preparativi per la primavera quando pensava di salpare con la sua flotta e il suo esercito e procedere verso la Terra Santa. Ora faceva esaminare tutte le sue navi al fine di accertare di quali riparazioni avessero bisogno .

Fece anche costruire un certo numero di macchine da guerra con il legno che i suoi uomini raccoglievano nelle foreste intorno alla base del monte Etna.

Nel mese di marzo giunsero in Sicilia anche la madre di Riccardo, Eleonora d’Aquitania, che rientrò in Inghilterra quasi subito, e Berengaria di Navarra, promessa sposa di Riccardo.

Riccardo e Filippo rimasero in Sicilia ancora per un po’, ma ciò portò ad un inasprimento delle tensioni tra loro e i loro uomini, con il re francese che tramava con Tancredi contro Riccardo. Finalmente nell’aprile 1191 i due re si decisero a partire dopo aver raggiunto alcuni accordi, tra cui la fine del fidanzamento tra la sorella di Filippo, Alice, e Riccardo.
Riccardo portò con se verso la Terra Santa la sorella Giovanna e la fidanzata Berengaria di Navarra che sposerà  a Cipro il 12 maggio 1191, dopo la conquista dell’isola.

Berengaria di Navarra regina d'Inghilterra
Berengaria di Navarra regina d’Inghilterra

Le due donne si stabilirono ad Acri, in Palestina, mentre Riccardo combatteva contro il Saladino. Rientreranno in Europa nel 1191, alcuni mesi prima di Riccardo.

 

Castello Matagrifoni
Castello Matagrifoni in epoca sveva

 

Note

Il Regno di Sicilia includeva tutta l’Italia meridionale.

Il Castello Matagrifoni fu chiamato anche Rocca Guelfonia probabilmente perché Riccardo I era Guelfo.

La Terza Crociata, denominata “parata dei principi”, fu indetta da papa Gregorio VIII nel 1187 e vide la partecipazione di Federico Barbarossa, Filippo II Augusto e Riccardo Cuor di Leone, nel tentativo di riconquistare Gerusalemme e di contrastare i successi del Saladino. I Templari e gli Ospitalieri contribuirono in modo decisivo. Nella battaglia di Arsuf  il Saladino fu sconfitto definitivamente.  Federico Barbarossa morì annegando nelle acque del fiume Göksu il 10 giugno 1190.

Morte di Federico Barbarossa (Gustave Dorè)
Morte di Federico Barbarossa (Gustave Dorè)

Riccardo e Saladino alla battaglia di Arsuf (Gustave Doré)
Riccardo e Saladino alla battaglia di Arsuf (Gustave Doré)

Riccardo cuor di Leone tornò in Inghilterra nel 1194. Sulla via del ritorno era stato imprigionato in Austria dal duca Leopoldo V nel 1192.  Il 28 marzo 1193  fu consegnato all’imperatore Enrico VI che lo rinchiuse nel castello di Trifels nella speranza di ottenere un riscatto per la liberazione. Eleonora d’Aquitania si prodigò per mettere insieme la cifra richiesta.  Il 4 febbraio 1194 Riccardo venne liberato e rientrò in Inghilterra. Prima del suo arrivo il fratello Giovanni senza Terra che aveva cercato di usurparne il trono lasciò l’Inghilterra e andò a rifugiarsi presso il re di Francia.

Tancredi morì nel mese di febbraio del 1194 lasciando a Palermo la moglie Sibilla di Medania con le figlie e con il giovanissimo erede Guglielmo III. Nel dicembre di quell’anno l’imperatore Enrico VI conquistò, in nome della moglie Costanza d’Altavilla, il Regno di Sicilia e il fidanzamento di Arturo di Bretagna con la figlia di Tancredi non ebbe seguito. Enrico VI fece arrestare Sibilla, rea di avere complottato contro di lui, e le figlie che furono deportate in Alsazia. Il piccolo Guglielmo fu evirato e accecato  in Germania dove morirà nel 1198 all’età di 13 anni.
Intanto a Jesi Costanza dava alla luce il futuro imperatore Federico II.

 

 


Fonti


Jacob Abbott, Richard I, Harper & Brothers Publishers, New York and London, 1902

Ettore Rota, Il soggiorno di Riccardo Cuor di Leone a Messina e la sua alleanza con Tancredi, in Archivio Storico per la Sicilia Orientale, Tipografia  Cav. Giannotta, Catania 1906

Ferdinand Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, B. Franklin, New York 1960

John Gillingham, Richard I, Yale University Press, London 1999

Wikipedia

 

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