Joker (USA 2019)

Genere drammatico, thriller
Regia Todd Phillips
Soggetto Bob Kane, Bill Finger, Jerry Robinson 
Sceneggiatura Todd Phillips, Scott Silver
Casa di produzione Joint Effort
Musiche Hildur Guðnadóttir

Interpreti e personaggi

Joaquin Phoenix: Arthur Fleck / Joker

Robert De Niro: Murray Franklin

Zazie Beetz: Sophie Dumond

Frances Conroy: Penny Fleck

Brett Cullen: Thomas Wayne

Glenn Fleshler: Randall

Bill Camp: ispettore Garrity

Shea Whigham: ispettore Burke

Marc Maron: Gene Ufland

Douglas Hodge: Alfred Pennyworth

Leigh Gill: Gary

Josh Pais: Hoyt Vaughn

Brian Tyree Henry: Carl

Dante Pereira-Olson: Bruce Wayne

 

Recensione di Salvatore Venuleo

Joker: la genesi dell’odio

Credo che diventi sempre più difficile produrre opere ispirate a distopie. Ovvero è difficile immaginare un mondo peggiore da quello orrendo in cui siamo – forse a torto- convinti di vivere. Succede a me vedendo Joker di Todd Phillips. L’immaginaria Gotham city mi appare troppo simile non solo ad una metropoli Usa (che conosco vagamente), ma anche a Roma, anzi soprattutto a Roma. Le immondizie invadono la città ed è emergenza cittadina. La città è spaccata in due, fra quella elegante dei privilegiati e i condomini squallidi degli altri. Le metro sono sporche di unto e di graffiti. E gli adolescenti non trovano nulla di più interessante da fare che picchiare a sangue un passante. Gli stessi adulti appartenenti alla élite acquisiscono passatempi simili a quelli delle bande adolescenziali, imprese utili per sedare la solitudine nel calore di un gruppo che si dà una vacanza criminale. Insomma, mi pare che Orwell avesse assai più immaginazione dell’autore di Joker per la distanza fra la sua distopia e il suo tempo. Per quanto sempre l’immaginazione distopica parli di fatto del presente variamente camuffato.
E’ un bel film Joker per l’efficacia con cui narra la genesi dell’odio di un uomo normale, normalmente fallito nella vita e nel lavoro. Efficacemente il film mette in scena ciò che nei film su Batman era taciuto perché irrilevante: la genesi della devianza e dell’odio. Mi è apparso oltremodo persuasivo il meccanismo psicosociale che fa sì che masse crescenti insorgano attorno ad un eroe assassino, simbolo della insubordinazione al sistema e alla élite (dell’economia, della politica, dei media). In questo il finale mi ha ricordato la conclusione del Caimano di Moretti. Con una differenza significativa. Che lì nell’insurrezione c’è una regia , quella del Caimano. Qui no. Segno terribile della percezione che il Caso è sempre più forte rispetto ad ogni progetto. Segno che ogni rivolta nasce ormai priva di progetto, figlia di un malessere che non trova medicina. E muore quindi consegnandoci un mondo sempre più privo d i speranza. Che ne è oggi degli Indignados? Che ne è degli italici Forconi? Che ne è dei Gilet gialli? Sospetto che domani mi chiederò: “Cosa ne è dei duri e puri del Vaffa”?