Manfredi di Sicilia

Alla morte di Federico II, avvenuta il 13 dicembre 1250, il Pontefice Innocenzo IV continuò l’azione del papato tesa ad allontanare dall’Italia la casa Sveva. Corrado IV di Svevia (Corrado I di Sicilia), figlio ed erede universale di Federico, ancorché eletto re dei Romani, fu escluso dal seggio imperiale. Per sottrargli i domini meridionali, il Papa prometteva ai popoli libertà, allettava i baroni, esortava i vescovi e il clero e dispensava indulgenze a chi collaborasse al suo disegno.

Zelanti oratori e frati si ingegnavano a sollevare i popoli contro il potere imperiale in ogni luogo. Era l’anarchia nei reami: chi poteva prendeva la sua fetta di potere, chi a nome del re, chi del papa, chi del Comune, e chi di nessuno.

Essendo Corrado impegnato in Germania fu il fratellastro Manfredi, nato dalla unione di Federico II con Bianca Lancia, a difendere il dominio svevo. Alla morte del padre Manfredi aveva solo diciotto anni, era un giovane di gentile aspetto cresciuto nella Corte tra le lettere e le arti, eppure si rivelò abile guerriero e uomo di stato riuscendo a ricondurre all’obbedienza varie città ribelli tra le quali Barletta e Capua. Non riuscì invece a prendere Napoli.

Nell’ottobre 1251 Corrado scese in Italia per proseguire insieme al fratellastro la riconquista del regno. Arrivato in Puglia mandò dal Papa, che si trovava a Perugia, come ambasciatori Bartolomeo marchese di Hohemburg, l’arcivescovo di Trani, e Guglielmo da Ocra suo cancelliere, per chiedere l’investitura del regno di Sicilia e Puglia, dicendosi pronto a sottomettersi al Papa. Ma il Pontefice rimase saldo nel pretendere che quel regno, per i reati di Federico suo padre, fosse devoluto alla Chiesa romana. Da ciò irritato, Corrado cominciò ad attaccare chiunque s’era ribellato con il suo esercito rinforzato dai Saraceni di Lucera e di Sicilia.

Nell’ottobre 1253 anche Napoli cadde dopo lungo assedio nelle mani di Corrado che punì duramente la città con una crudeltà che a fatica solo Manfredi riuscì a mitigare.

Il Papa cercava nuovi mezzi per opporsi a Corrado e Manfredi e desiderava trovare un principe straniero che avrebbe potuto intraprendere la conquista del Regno di Sicilia. Si rivolse all’Inghilterra, prima con Riccardo di Cornovaglia, poi con Enrico III al quale offrì l’investitura per il figlio Edmondo.

Nel frattempo si raffreddarono i rapporti tra Corrado e il fratellastro Manfredi, o per invidia nel vederlo amato dai popoli, oppure per sospetti sulle sue intenzioni alimentati dai nemici di Manfredi. Manfredi però si mantenne prudente: rinunziò in favore di Corrado ai contadi di Gravina, Tricarico e Montescaglioso e accettò la riduzione della sua giurisdizione nel principato di Taranto. Accettò pure pazientemente la cacciata dal regno di alcuni suoi parenti di parte materna.

Nell’aprile 1254 Innocenzo scomunicò Corrado IV, accusato di aver commesso gravi soprusi contro la Chiesa. Il Pontefice promise l’investitura del feudo della Sicilia al principe inglese Edmondo, figlio di Enrico III re d’Inghilterra, che allora aveva solo 9 anni, purché Enrico la conquistasse con uomini e mezzi propri.

Corrado si preparava a ripassare in Germania per far guerra al suo competitore Guglielmo d’Olanda, quando si ammalò forse di malaria vicino a Lavello e morì il 21 di maggio del 1254. Il cuore e le viscere di Corrado vennero seppellite a Melfi. Il suo corpo venne portato nella cattedrale di Messina, dove si svolse la cerimonia funebre. Durante la cerimonia, forse a causa del numero eccessivo di ceri e candele accese accanto al catafalco, si sviluppò un furioso incendio che distrusse il Duomo.

Corrado aveva indicato il figlio Corradino (ancora bambino e rimasto in Germania) come suo erede universale, lo aveva posto sotto la tutela del Papa e aveva nominato governatore del regno il marchese Bertoldo di Hohenburg. Il reggente inviò un’ambasciata di cui faceva parte anche Manfredi a trattare con il pontefice ad Anagni. Il tentativo fallì e Bertoldo rinunciò alla carica lasciando campo libero a Manfredi per riprendere il controllo del Regno di Sicilia.

Manfredi tentò di organizzare un esercito per attaccare il Papa, che si trovava a Napoli, arruolando anche truppe saracene. Ma mancando il denaro e trovando resistenza nelle stanche popolazioni preferì sottoporsi all’ubbidienza del pontefice, e a cedere alle contingenze del tempo, salvi nondimeno i diritti del re suo nipote e i suoi propri.

Il 27 luglio del medesimo anno Manfredi si recò a Napoli a prestare giuramento di fedeltà e di obbedienza al legato del papa. Al pontefice Innocenzo IV, che si trovava ad Anagni, mandò come ambasciatori Galvano Lancia e Riccardo Filangieri. Il papa li accolse amichevolmente. In seguito, con bolla del 27 settembre 1254, confermò a Manfredi le concessioni fattegli da Federico II, cioè il principato di Taranto, le contee di Gravina e di Tricarico, l’onore di Monte Sant’Angelo, e la contea di Andria, con l’obbligo di fedeltà alla Chiesa romana e di servizio militare all’occorenza. E nello istesso tempo creò Manfredi vicario generale del regno a vita.

La posizione di Manfredi divenne più difficile, e si ruppe l’armonia con il Pontefice, in seguito all’uccisione di un barone protetto dalla Curia pontificia.

Nell’autunno del 1254 il Papa si trovava infermo a Teano. Manfredi si era recato da lui per protestare contro l’usurpazione della contea di Lesina, che apparteneva al suo principato, da parte del nobile Borrello di Anglone (o Agnone). Non avendo Manfredi ottenuto soddisfazione dal Papa, si allontanò sdegnato dalla città con la sua scorta di militi per andare incontro al Marchese di Hohenburg, che si portava a visitare il Papa. Appena fuori Teano i suoi cavalieri si accorsero della presenza di gente armata che si apprestava ad un agguato. Gli armati erano capeggiati proprio dal Borrello, che nella scaramuccia che ne seguì fu leggermente ferito alla schiena da un soldato di Manfredi. Fuggito a Teano, fu assalito e ucciso, forse dal popolo che credeva avesse assassinato Manfredi, forse da uomini della scorta di Manfredi. Dell’assassinio di Borrello fu comunque accusato Manfredi, che mandò al Papa dei messi per informarlo della verità dell’accaduto. Gli fu imposto dal Papa di presentarsi dinanzi a lui per giustificarsi, ma Manfredi, non fidandosi, fuggi di notte con due suoi fidi compagni napoletani, i fratelli Marino e Corrado Capece, e raggiunse Lucera, dove si trovava la colonia saracena ivi stanziata da Federico II. Una volta assicuratasi la loro fedeltà e radunati anche parecchi Tedeschi che si trovavano sparsi per la Puglia, poté muovere guerra all’esercito pontificio, che sconfisse presso Foggia. Il Papa morirà a causa della sua malattia pochi giorni dopo e gli succederà Alessandro IV, per indole non portato a sostenere con convinzione i disegni del fiero predecessore.

Manfredì continuò nella sua azione di riconquista del regno sottomettendo con le buone o con le cattive Venosa, Mefi, Trani, Bari e altre terre della Puglia.

In quegli anni, per l’odio maturato verso gli Svevi, accresciuto al tempo di Corrado, molti baroni tendevano ad allontanarsi dall’obbedienza a Manfredi e le maggiori città aspiravano alla libertà politica sull’esempio di quelle di Toscana e di Lombardia.

In Sicilia l’anarchia prendeva le sembianze di repubblica. Era viceré di Sicilia e di Calabria Pietro Ruffo. L’imperatore Federico II lo aveva nominato a suo tempo giustiziere, gran maresciallo del regno di Sicilia e balio del figlio Corrado. Era sembrato a Corrado che per opera di costui gli fosse rimasta fedele la Sicilia nei turbamenti seguiti alla morte del padre, e pertanto gli aveva concesso il titolo di Conte di Catanzaro e lo aveva nominato vicerè.

Prendendo la rivolta la via della repubblica il vicerè non la contrastava con decisione ma manteneva un atteggiamento ambiguo. Innocenzo istigava caldamente i Siciliani a gridare il nome della Chiesa e allettava Messina con le vecchie lusinghe di privilegi. Il viceré intrigava con gli inviati della città di Sicilia a trattare con il papa e mandò dal papa, con gli ambasciatori di Messina e col vescovo di Siracusa, un suo nipote tramando sottomano per farlo nominare re di Sicilia. Quando Manfredi, risorto a Lucera, lo chiamò all’antica obbedienza, il conte rispose proponendo una confederazione con reciproci patti.

Il vicerè cominciò a battere moneta a nome di Corradino, la qual cosa era una sconfessione della Repubblica. Le città siciliane si ribellarono e rivendicarono la loro indipendenza sotto la protezione della Chiesa: prima Palermo, poi Patti, mossa dal vescovo; ed altre seguirono. Il viceré mandò ambasciatori a Palermo, ma furono respinti. Cresceva il numero delle città che si sollevavano e tra queste Caltagirone. Raccolto tra i Messinesi e tra quanti gli rimanevano fedeli un esercito, il viceré assalì Castrogiovanni e la espugnò. Ma lo stesso giorno si sollevava Nicosia e poco dopo molte altre città. Anche i Messinesi dell’esercito si ribellavano. Respinto da un assalto ad Aidone, le sue truppe stesse lo costrinsero a tornare a Messina. E a Messina trovò una congiura, per disperdere la quale si affrettò a entrare in città dove fece imprigionare Leonardo Aldighieri e parecchi altri cittadini capi della rivolta. Inferocito il popolo messinese chiese e ottenne la liberazione degli imprigionati, e, ottenutala, portò Leonardo in trionfo. Al vicerè fu garantita la libertà purché lasciasse la città. Il conte cercò di riorganizzare le sue forze in Calabria ma qui fu attaccato ancora dai messinesi e, dall’altra parte, dall’esercito di Manfredi. Alla fine andò a rifugiarsi alla corte del Papa.

La Sicilia intanto, senza altri ostacoli, si ordinava in repubblica. Messina volle un podestà straniero al quale ufficio chiamò Jacopo de Ponte, romano. Poi assalì ed espugnò Taormina che si rifiutava di obbedirle e in Calabria occupò molti luoghi. Palermo, sospinta dagli stessi umori, occupava il castello di Cefalù. Il papa nominò vicario Fra Ruffino Gorgone da Piacenza, dei frati Minori: il quale fu con grandissimo onore e con festeggiamenti accolto in Palermo, in Messina, e in ogni luogo. Furono richiamati allora il conte Guglielmo d’Amico, Ruggiero Fimetta ed altri Siciliani che avevano abbandonato l‘isola fin dai tempi dell’imperatore Federico.

Libertà gridavano tutti. Le città si unirono con patti reciproci: e su questa confederazione il vicario pontificio comandava nel nome della Chiesa.

Intanto risorgeva Manfredi in terraferma e Federigo Lancia riportava le Calabrie sotto la casa sveva. Un esercito organizzato dai feudatari siciliani si formò in Sicilia. Arrigo Abate con esso entrò in Palermo e imprigionò il legato del papa, e quanti parteggiavano per lo stato libero. Corse per l’isola poi vittorioso; sconfisse a Lentini Ruggiero Fimetta, principale sostenitore della repubblica. Cresceva ogni giorno di più in Sicilia il partito di Manfredi. Federigo Lancia dalla Calabria minacciava Messina dove la fazione filo sveva riprendeva il sopravvento e innalzava le insegne di Casa Sveva. Le ultime città ad essere soggiogate furono Piazza, Aidone e Castrogiovanni.

Cosi Manfredi ricondusse tutti i popoli dell’isola e della Calabria all’obbedienza. Mosse quindi le bandiere verso la Terra di Lavoro. Gli vennero incontro i deputati spediti da Napoli offrendogli la città, e pregandolo di voler dimenticare le ricevute offese. A Napoli ricevette i delegati di Capua, che si sottomisero alla di lui signoria. Dopo che ebbe conquistato Aversa, altre città di Terra di Lavoro alzarono le sue bandiere. E poi passarono sotto il suo dominio anche Brindisi e L’Aquila.

Più tardi essendosi sparsa la voce (forse ad opera dello stesso Manfredi) che Corradino era morto in Germania si fece incoronare a Palermo il giorno 11 agosto 1258. Tale elezione non venne riconosciuta dal papa Alessandro IV che ritenne pertanto Manfredi un usurpatore.

Incoronazione di Manfredi - Miniatura
Incoronazione di Manfredi – Miniatura

 

E fortemente regnò Manfredi continuando a combattere contro il papato e i Guelfi suoi seguaci. Grazie alle sue vittorie divenne capo dei Ghibellini e la sua potenza si estese in tutta Italia. In Toscana fornì truppe al partito ghibellino, capitanato dalla città di Siena guidata da Farinata degli Uberti, che ottenne una netta vittoria nella battaglia di Montaperti (4 settembre 1260)  e divenne così padrone assoluto di Firenze. Anche in Italia settentrionale i ghibellini fecero capo a lui. Il comune di Roma, ribelle al Papa e retto da un senatore, Brancaleone, strinse un’alleanza con lui. Poté nominare vicari imperiali in Toscana, nel ducato di Spoleto, nella Marca anconitana, in Romagna e in Lombardia. Il suo dominio si estese anche in Epiro (Grecia), sulle terre portategli in dote dalla seconda moglie Elena Ducas; la sua potenza fu accresciutata anche dal matrimonio della figlia Costanza con Pietro III d’Aragona (1262).

Manfredi poteva credere di avere definitivamente consolidato la sua monarchia e di aver assicurato al suo regno la pace e il benessere. Debellati i più fieri nemici, ridotta la Curia romana all’impotenza, restaurato l’ordine all’interno, Manfredi poteva dedicarsi alle arti della pace.

Manfredi cercò di far rifiorire l‘industria ed il commercio che tanti anni di guerra civile avevano depresso, facendo costruire numerose opere pubbliche e siglando trattati commerciali con Venezia, con Genova, con l’Egitto. A Salerno fu costruito un grandioso molo; per sostituire il porto di Siponto,da lungo tempo abbandonato per l’insalubrità di quel territorio, creò una nuova città portuale alle falde del Gargano, la quale porta ancora oggi il nome del suo fondatore, vale a dire Manfredonia.

Anche le università di Napoli e di Salerno ritornarono all’antico splendore.

Nella corte siciliana era tornata quella magnificenza, quella mondanità che sotto Federico II aveva scandalizzato i Guelfi e aveva provocato tante maledizioni dei Papi.

La nuova Corte Sveva era un ritrovo di poeti e cantori di ogni nazione; poeta era egli stesso come lo era la sua consorte.

Manfredi, sempre abbigliato di verde, il colore della speranza, percorreva nella notte le vie delle sue città, con lieta comitiva di musicanti, che con lui cantavano versi d’amore, ch’egli componeva nel volgare siciliano. Quel volgare che doveva di lì a poco trionfare nel più grande monumento della moderna letteratura..

I Guelfi con disprezzo chiamarono quella corte “lasciva corte, focolare di corruzione“, un luogo dove si rovinavano le genti” e misero in atto contro il sovrano una violenta campagna diffamatoria.

E per Manfredi non poteva esserci pace. Dopo quattro mesi dalla morte di Alessandro IV, il 29 agosto del 1261, il collegio cardinalizio elesse Papa il francese Jacques Pantaleon nato a Troyes nella Champagne nel 1220, patriarca di Gerusalemme. II nuovo Pontefice, che prese il nome di Urbano IV, fin dall’inizio del suo pontificato si mostrò nemico di Manfredi e continuatore della politica dei suoi predecessori. Ordinò allo svevo di richiamare i Saraceni che erano penetrati nella campagna romana; bandì contro il re di Sicilia una crociata; arruolò nelle milizie papali tutti i fuorusciti del Regno di Sicilia e ne nominò capo Ruggero di Sanseverino, acerrimo nemico di Manfredi. Infine, il 6 aprile del 1262, rinnovò la scomunica contro il figlio di Federico per le gravissime colpe che riguardavano anche la cultura, i commerci, la mondanità, le vita familiare, i diletti. A sostegno delle accuse papali c’erano i predicatori, i flagellanti, che invocavano il castigo divino sull’intera umanità corrotta da siffatto sovrano.

Urbano IV pensò che occorreva scatenare contro lo svevo un competitore valoroso, potente, ambizioso, che potesse con le sue forze togliere iI regno al rivale, capeggiare i Guelfi e mantenersi devoto alla Santa Sede. Fallito l’accordo con Enrico III d’Inghilterra, iI Pontefice posò lo sguardo su Carlo D’Angiò uomo sempre bramoso di conquistare terre e signorie, che il cardinale Riccardo Annibaldi aveva fatto eleggere senatore di Roma, carica che equivaleva a quella di governatore della città.

Carlo accolse l’invito del papa, prendendo precisi accordi per intervenire nella lotta contro i Ghibellini e la casa di Svevia con il legato pontificio Bartolomeo Pignatelli, arcivescovo di Cosenza, e, morto Urbano IV nel 1264, concluse la trattativa col suo successore, papa Clemente IV.

Clemente promulgò il 26 febbraio 1265 la bolla, per la quale il reame di Sicilia e la terra che si stende tra lo stretto di Messina e i confini degli Stati della Chiesa, eccetto Benevento, furono concessi a Carlo, in feudo dalla Chiesa, per censo di ottomila once di oro all’anno, e servizio militare al bisogno. Il papa aggiunse molte clausole atte ad impedire l’ingrandimento eccessivo del re e a confermare i privilegi di cui i siciliani godevano sotto il regno di Guglielmo II.

L’Angioino raggiunse Roma via mare il 14 maggio 1265 e il 28 giugno ottenne l’investitura a re di Sicilia, prese l’ufficio di senatore di Roma e fu contemporaneamente proclamato comandante in capo della spedizione contro il sovrano svevo.

Rapidamente si misero in punto le armi per la guerra a Manfredi. Cavalieri e uomini d’arme, bramosi di operare, e di acquistare gloria e sostanze giunsero dalle Fiandre, dalla Provenza e da altre parti della Francia e nell’autunno valicarono le Alpi, non trovando resistenza da parte dei Ghibellini d’italia.

La fortuna volgeva le spalle a Manfredi abbandonato anche da molti suoi baroni chi per convenienza, chi per paura.

Manfredi si sforzava di reclutare Tedeschi e Italiani e quanti Pugliesi credeva fedeli, e i Saraceni siciliani, che, odiosi a tutti, tenevano a lui solo. E attendeva temporeggiando nella speranza di ingrossare il suo esercito.

Carlo, raggiunto dal grosso del suo esercito, rinforzato dai Guelfi italiani, incominciò l’attacco il 10 febbraio 1266 e subito i baroni della Terra di lavoro si schierarono con lui, abbandonando il sovrano svevo. Il ponte di Ceprano presidiato da Riccardo di Caserta, cognato di Manfredi, fu abbandonato dai suoi difensori in modo così vile da indurre Dante a riservare loro un posto nell’Inferno. Lo scontro decisivo avvenne a Benevento, nei pressi del ponte sul fiume Calore dove era l’accampamento di Manfredi, il 26 febbraio 1266. Durante la battaglia vi furono altri tradimenti da parte dei nobili che dovevano essere fedeli a Manfredi. La battaglia si concluse con la sconfitta di Manfredi che morì lui stesso combattendo con disperato valore. Il corpo fu seppellito sul campo di battaglia sotto un mucchio di pietre da parte degli stessi cavalieri francesi, che ne vollero così onorare il valore.

Battaglia di Benevento - Miniatura
Battaglia di Benevento – Miniatura

Con questa vittoria Carlo, non solo conquistò il regno di Sicilia, ma fece sì che tutta l’Italia passasse sotto il dominio dei guelfi, con l’eccezione di Verona e Pavia, che rimasero fedeli agli Svevi.

Sette mesi dopo la morte di Manfredi, la tomba fu violata da Bartolomeo Pignatelli, vescovo di Cosenza, che nutriva per Manfredi un profondo odio personale. Il corpo riesumato fu deposto o disperso, quale scomunicato, fuori dai confini del regno angioino, nei pressi del fiume Garigliano, in un luogo tuttora sconosciuto.

 

Note

L’insediamento musulmano di Lucera era stato creato da Federico II che vi aveva deportato dalla Siicilia circa 20000 dei sudditi musulmani che erano rimasti nell’isola dopo la conquista da parte dei Normanni.

Dante nella Divina Commedia incontra Manfredi nel Purgatorio, tra gli scomunicati. Tra gli scomunicati c’è un bel giovane con due ferite, una delle quali al petto, il quale chiede a Dante se lo ha mai visto. Dante risponde di non sapere chi sia e il giovane gli racconta la sua storia rammaricandosi che le sue spoglie giacciano insepolte. Alla fine gli chiede di parlare di lui alla figlia Costanza se dovesse incontrarla.

E un di loro incominciò: “Chiunque
tu se’, così andando, volgi ’l viso:
pon mente se di là mi vedesti unque”.

Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

Quand’io mi fui umilmente disdetto
d’averlo visto mai, el disse: “Or vedi”;
e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.

Poi sorridendo disse: “Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond’io ti priego che, quando tu riedi,

vadi a mia bella figlia, genitrice
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.

Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.

Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.

Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,

l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,
dov’e’ le trasmutò a lume spento.

Per lor maladizion sì non si perde,
che non possa tornar, l’etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.

Vero è che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,

per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
in sua presunzïon, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.

Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m’ hai visto, e anco esto divieto;

ché qui per quei di là molto s’avanza”.

 

 

Fonti e bibliografia

Michele Amari, La guerra del Vespro Siciliano, Le Monnier, Firenze 1876

Lodovico Antonio Muratori, Annali d’Italia

Giuseppe Di Cesare, Storia di Manfredi Re di Sicilia, Raffaele De Stefano e soci, Napoli 1837

Ugo Balzani, The Popes and the Hohenstaufen, Hanson D.F. Randolph & C,, New York 1888

Steven Runciman, The Sicilian Vespers, Penguin Books, Baltimore Maryland, 1960

Risorse nella Rete Internet: Wikipedia, Internet Archive, Liber Liber, Project Gutenberg

 

 

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