Federico II e la Scuola Poetica Siciliana

La Scuola Poetica Siciliana fu una corrente filosofico-letteraria che si sviluppò in Sicilia dal 1166 (ascesa al trono di Sicilia di Guglielmo II d’Altavilla) al 1266 (morte di Manfredi di Svevia).

La conquista normanna, compiutasi definitivamente nel 1138 con l’unificazione di quasi tutta l’Italia meridionale nel regno di Puglia e di Sicilia aveva fatto conoscere la lingua, le usanze, le tradizioni, le leggende e la poesia dei Francesi. Sede del regno normanno era Palermo, dove la corte di Ruggero II (1101-1154) viveva con lusso orientale. Ruggero amava lo sfarzo, le feste, i giochi, l’esercizio fisico, il piacere. Nel parco, presso la capitale del suo regno, si addestrava alla caccia e spesso soggiornava a Messina dentro una magnifico castello, che un’epigrafe araba definiva un vero paradiso terrestre. Ruggero II favoriva la cultura della tolleranza. Nel Regno si parlavano tutte le lingue della multietnica popolazione: latino, greco, arabo, francese. Per l’amministrazione Ruggero si affidava soprattutto ad amministratori arabi e bizantini. Il geografo arabo Al-Idrisi gli dedicò il Libro di Ruggero, il testo geografico più importante dell’epoca.

Sotto Ruggero vennero tradotti in latino Platone, Euclide e Tolomeo. Si svilupparono studi di scienza, medicina, giurisprudenza.

In Sicilia risiedevano diversi poeti arabi, protetti dal sovrano, che trattavano temi importati dall’Africa e dalla Spagna. Ibn-Hamdìs, è stato il massimo esponente della poesia araba di Sicilia a cavallo tra l’XI e il XII secolo.

Ma si diffondono anche le storie dei Paladini, portate dai cantastorie francesi. Le leggende francesi, dalla corte passarono fuori, tra il popolo, e fissarono in Sicilia la loro ambientazione.

La corte di Guglielmo II, re di Sicilia, che salì sul trono nel 1166, era il convegno dei migliori trovatori ita­liani.

Dopo il matrimonio tra Costanza d’Altavilla, zia ed erede di Gugliemo II, con Enrico VI Hohenstaufen, figlio di Federico Barbarossa, iniziava il dominio Svevo del regno di Sicilia nel 1194. Il successore di Enrico VI, morto a Messina nel 1197, fu il figlio Federico II.

Federico II, nacque il 26 dicembre 1194 a Jesi e passò i primi anni della sua vita a Foligno. Fu proclamato re di Sicilia, all’età di quattro anni, nel 1198. Nel 1209 sposò Costanza, sorella del Re d’Aragona; passò le Alpi nel 1212 e rimase sino al 1220 in Germania, ove ottenne il titolo di Re (1215). Nel 1220 a Roma fu incoronato imperatore dal Papa Onorio III. Nel 1225 sposò Isabella di Brienne, figlia del re Giovanni di Gerusalemme e passò, più tardi, a nozze una terza volta con una sorella di Enrico III d’Inghilterra. Morì il 4 dicembre 1250 a Fiorentino.

Federico II e il suo falco. Dal suo libro De arte venandi cum avibus in Biblioteca Vaticana
Federico II e il suo falco. Dal suo libro De arte venandi cum avibus in Biblioteca Vaticana

Il suo regno fu principalmente caratterizzato da una forte attività legislativa e di innovazione artistica e culturale, volta a unificare le terre e i popoli, ma fortemente contrastata dalla Chiesa, di cui il sovrano mise in discussione il potere temporale. Ebbe infatti ben due scomuniche da Papa Gregorio IX, che arrivò a vedere in lui l’anticristo. Continuò a combattere contro i Guelfi e i Comuni della Lega Lombarda e nella vittoriosa battaglia di Cortenuova conquistò il Carroccio , che inviò al Pontefice a Roma per attestare la potenza dell’Impero. Non riuscì però a ricondurre all’obbedienza tutti i Comuni ribelli.

Federico II di Svevia entra in Cremona col Carroccio (II Villani illustrato L VIII 296 della Biblioteca Vaticana, a cura di Chiara Frugoni, Città del Vaticano
Federico II di Svevia entra in Cremona col Carroccio (II Villani illustrato L VIII 296 della Biblioteca Vaticana, a cura di Chiara Frugoni, Città del Vaticano)

 

Non amava invece combattere nelle Crociate ed essendo costretto a prendere parte alla sesta crociata la risolse per via diplomatica con il Sultano al-Malik al-Kamil trasformandola in un proficuo  incontro tra intellettuali. Fu siglato tra i due un accordo che portò ad un considerevole aumento degli scambi culturali e commerciali tra Levante ed Europa.

 

Federico II incontra al-Kamil Muhammad al-Malik (Libreria Vaticana)
Federico II incontra al-Kamil Muhammad al-Malik (Libreria Vaticana)

 

Le Costituzioni di Melfi (dette anche Liber Augustalis) costituiscono una fra le manifestazioni della cultura di Federico II di Svevia. Esse furono promulgate il 1º settembre 1231 nella città di Melfi. Le Costituzioni, prevedevano norme e leggi che regolamentavano il vivere comune nel regno di Sicilia. Lo scopo di tale riorganizzazione legislativa era soprattutto quello di ricercare la pace nel regno, grazie alla quale garantire il progresso sociale ed economico.

Alla corte di Federico II, Re di Sicilia, a palazzo della Favara con letterati, artisti e studiosi siciliani. Michael Zeno Diemer (1867–1939) - Monaco Oberammergau
Alla corte di Federico II, Re di Sicilia, a palazzo della Favara con letterati, artisti e studiosi siciliani. Michael Zeno Diemer (1867–1939) – Monaco Oberammergau

Il regno di Sicilia era amministrativamente diviso in due grandi sezioni, governate ciascuna da un capitano o maestro di giustizia. La prima comprendeva l’Abruzzo, la Terra di Lavoro, il Principato con Benevento, la Capitanata, la Terra di Bari, quella d’Otranto e la Basilicata; la seconda racchiudeva la Terra Giordana (oggi in Calabria), la Calabria e la Sicilia. Queste Provincie costituivano il vero e proprio « regno » quale era venuto dai Normanni al padre Enrico VI; ma il governo imperiale si estendeva all’Italia intera, considerata parte dell’impero, di modo che la civiltà di Federico II fu diffusa su tutta la penisola. C’era un rappresentante superiore (totius Italiae legatus), la cui azione si esercitava nominalmente su tutta Italia dalle Alpi sino alle soglie del vero regno, e ne dipendevano cinque vicari generali.

Nel 1224 diede vita all’Università di Napoli destinata alla formazione del personale amministrativo e burocratico della curia regis (la classe dirigente del regno) e quindi alla preparazione dei giuristi che avrebbero aiutato il sovrano nella definizione dell’ordinamento statale e nell’esecuzione delle leggi. Inoltre con l’Università Federico intendeva agevolare i propri sudditi nella formazione culturale, evitando loro costosi viaggi all’estero. Essendo la prima istituzione statale e laica, libera da ingerenze confessionali, riuscì ad attirare docenti da ogni parte dell’Impero.

Riordinò anche la Scuola Medica Salernitana, dove fu istituita la prima cattedra di Anatomia.

Istituita intorno al 1140 dal re Ruggero II di Sicilia la Magna Curia del Regno di Sicilia era l’organo centrale della amministrazione pubblica. Al tempo di Federico era composta da sette grandi ufficiali e da vari consiglieri e funzionari.

La Magna Curia era un vero tribunale con figure giuridiche e giudici, sulla quale l’imperatore esercitava la suprema giurisdizione. Alla Magna curia competevano gli appelli dalle baronie e dei feudi, con un maestro di giustizia che girava e visitava il reame esercitando il suo grado. La Magna Curia infatti era ambulante. Ambulanti erano i magistrati locali e provinciali ed anche la Suprema Autorità giudiziaria che girava in ogni luogo del regno così ciascun suddito poteva implorarla dinanzi alla propria porta.

La Corte sveva divenne così uno straordinario centro culturale e scientifico. Vi ebbero accoglienza anche le scienze e la filosofia degli Arabi, i cui dotti Federico teneva in grande considerazione. Amante della caccia, uno dei più nobili esercizi a quel tempo, compose in Latino un saggio di falconeria. Parlava più lingue: il latino, l’italiano, il tedesco, il francese, il catalano, il greco e anche l’arabo.

Arthur Georg von Ramberg - La corte di Federico II in Palermo . Monaco di Baviera
Arthur Georg von Ramberg – La corte di Federico II in Palermo . Monaco di Baviera

Federico II, con il suo seguito ed il suo governo, non risiedeva mai a lungo presso una stessa sede fissa. Anche se possedeva castelli in tutto il Meridione d’Italia e palazzi sontuosi nelle fedeli Cremona e Parma, la sua era una Corte itinerante. Questo fatto dipendeva dalle esigenze di governo che gli imponevano continui trasferimenti. Così, la Corte imperiale si muoveva spesso dalla Sicilia alla Germania animando le strade e i centri abitati che attraversava con uno spettacolo esclusivo, che colpiva la fantasia delle popolazioni, il cui unico diversivo erano le funzioni religiose e le sagre paesane. Il corteo vedeva sfilare cavalli saraceni, elefanti, cammelli, odalische, eunuchi, saltimbanchi, e con loro paggi, ministri, burocrati, notai, scrivani; ed ancora militari, cani da caccia, animali feroci, e vi si aggregavano popolani in cerca di fortuna ed avventurieri.

Particolare menzione merita l’attività letteraria, dato che Federico II raccolse attorno alla Magna Curia la scuola che fu detta Siciliana, alla quale è riconosciuta la priorità storica nel poetare in lingua volgare e nella formazione del nostro linguaggio poetico.

Con la Scuola Siciliana egli volle creare una nuova poesia che fosse laica, e si potesse così contrapporre al predominio culturale che la Chiesa aveva nel periodo, e aristocratica.

Ispirati inizialmente dai trobadour (trovatori) provenzali in esilio, rifugiati presso la corte siciliana, I poeti di questa corrente letteraria appartenevano all’alta borghesia, ed erano tutti funzionari e burocrati che lavoravano presso la corte di Federico. La produzione poetica era per loro una libera espressione dello spirito e non costituiva un lavoro o una funzione obbligatoria.

Poeta lui stesso, sono sei i componimenti che, con vario grado di attendibilità, diversi studiosi attribuiscono a Federico.

De le mia disïanza

c’ò penato ad avire,

mi fa sbaldire – poi ch’i’ n’ò ragione,

chè m’à data fermanza

com’io possa compire

[ lu meu placire ] – senza ogne cagione,

a la stagione – ch’io l’averò [‘n] possanza.

Senza fallanza – voglio la persone,

per cui cagione – faccio mo’ membranza.

A tut[t]ora membrando

de lo dolze diletto

ched io aspetto, – sonne alegro e gaudente.

Il successore di Federico quale animatore della scuola poetica siciliana fu il figlio Manfredi, avuto da Bianca Lancia che sposò in punto di morte. Alto, biondo e di gentile aspetto, fu amante dei canti, delle feste, del lusso e di tutte le più squisite e aristocratiche manifestazioni della vita. I cronisti sono concordi ad esaltarne l’intelligenza e il valore. Fu bello e disgraziato. Le perfidie, gli inganni e le simulazioni, che lo circondavano, lo resero astuto e diffidente. Incoronato re di Puglia e Sicilia nel 1258, incoraggiò l’industria e protesse le arti e le scienze nel suo breve regno, raccogliendo le gloriose tradizioni del padre.

È di Stefano Protonotaro da Messina l’unico componimento poetico della Scuola Siciliana ad esserci pervenuto interamente in lingua siciliana; si tratta del famoso Pir meu cori alligrari. Il resto della produzione poetica di tale scuola ci è giunto principalmente tradotto in toscano.

La canzone pervenutaci è pertanto un rarissimo esempio di siciliano illustre, cioè del linguaggio che i seguaci colti di Federico elaborarono attraverso il raffinamento della lingua parlata e comune, rendendo più regolari certe forme e introducendo il lessico tecnico della poesia d’amore provenzale

Stefano Protonotaro tradusse dal greco in latino, e dedicò due trattati arabi di astronomia a Manfredi.

Pir meu cori alligrari,

chi multu longiamenti

senza alligranza e joi d’amuri è statu,

mi ritornu in cantar

ca forsi longiamenti

ca forsi levimenti

da dimuranza turniria in usatu

di lu troppu taciri;

e quandu l’omu ha rasuni di diri,

ben di’ cantari e mustrari alligranza,

ca senza dimustranza

joi siria sempri di pocu valuri:

dunca ben di’ cantar onni amaduri.

Poeta era Re Enzo di Sardegna, figlio naturale di Federico. Nato forse nel 1220, giovanissimo ancora sposò Adelaide di Massa, erede dei giudicati di Gallura e di Torres ed ebbe il titolo di re di Sardegna per la qual cosa fu scomunicato dal Papa Gregorio IX, che aveva la giurisdizione dell’isola. Combatté a lungo contro i Comuni lombardi. Fatto prigioniero nella battaglia di Fossalta che vide la vittoria dei bolognesi sulle truppe imperiali (26 maggio 1249) fu costretto al domicilio coatto, benché dorato, nel castello di Bologna, da dove non fu mai rilasciato sino alla sua morte (1272), nonostanze le reiterate offerte di riscatto da parte di Federico II. Di là scriveva questi versi dedicati all’amata Puglia forse quando gli giungeva  l’eco delle disfatte della sua casa

 Va, canzonetta mia,

 e saluta Messere,

 dilli lo mal ch’i’ aggio:

 quelli che m’à ‘n bailìa

 sì distretto mi tene,

 ch’eo viver non porraggio

 salutami Toscana,

 quella ched è sovrana,

 in cui regna tutta cortesia;

 e vanne in Puglia piana,

 la magna Capitana,

 là dov’è lo mio core nott’e dia.

 

Giacomo o Jacopo da Lentini, detto “il notaro” da Dante, è considerato l’ideatore del sonetto. Al “Notaro” si attribuiscono 16 canzoni e 22 (o 24) sonetti, tutte composizioni di contenuto amoroso. Si deve alla sua iniziativa la rivisitazione in lingua volgare dei temi e delle forme della poesia provenzale che ha dato inizio alla lirica d’arte italiana.

Amore è uno desi[o] che ven da’ core

per abondanza di gran piacimento;

e li occhi in prima genera[n] l’amore

e lo core li dà nutricamento.

Ben è alcuna fiata om amatore

senza vedere so ’namoramento,

ma quell’amor che stringe con furore

da la vista de li occhi ha nas[ci]mento:

ché li occhi rapresenta[n] a lo core

d’onni cosa che veden bono e rio

com’è formata natural[e]mente;

e lo cor, che di zo è concepitore,

imagina, e [li] piace quel desio:

e questo amore regna fra la gente.

Se Giacomo da Lentini é forse il più antico rimatore della scuola siciliana, Giacomino Pugliese ne è certamente il maggiore per grazia, per colorito e per vigoria. Il suo poetare è più libero, svelto e franco di quello del Notaro ma di lui ci siano rimasti pochi componimenti.

«Donna, di voi mi lamento,

bella di voi mi richiamo

di sì grande fallimento:

donastemi auro co ramo.

Vostro amor pensai tenere

fermo, senza sospecione;

or sembra d’altro volere,

truovolo in falsa cascione,

amore».

Pier della Vigna, noto anche come Pier delle Vigne, nato a Capua nel 1180, notaio nel 1220 in curia, giudice di corte nel 1225 e poi gran cancelliere imperiale dal 1247 al 1249. Nel febbraio-maggio del 1235, in Inghilterra, registrò nella veste di procuratore il matrimonio fra l’imperatore e Isabella, sorella di re Enrico III. Fu arrestato a Cremona all’inizio del 1249 come traditore. I motivi dell’arresto non sono mai stati chiariti: si è ipotizzata una congiura o un’accusa di corruzione. Fu fatto accecare da Federico II a Pontremoli. Morì poco dopo non si sa se per suicidio o per le conseguenze dell’accecamento.

Iulius Schrader (1815—1900) Federico II e il tradimento di Pier delle Vigne suo cancelliere. Dusseldorf, Kunstmuseum Kupferstichkabinett
Iulius Schrader (1815—1900) Federico II e il tradimento di Pier delle Vigne suo cancelliere. Dusseldorf, Kunstmuseum Kupferstichkabinet

La sua opera più nota è l’Epistolario latino nel quale applica i precetti della retorica delle artes dictandi. Ha dato un contributo anche allo sviluppo del volgare di scuola siciliana con alcune canzoni, anche se solamente due sono a lui attribuibili con certezza, ed un sonetto sulla natura dell’amore.

Amore, in cui disio ed ho fidanza,

Di voi, bella, m’ha dato guiderdone:

Guardomi in fin che vegna la speranza,

pur aspettando bon tempo e stagione.

Com’om ch’è in mare, ed ha spene di gire,

Quando vede lo tempo, ed ello spanna,

E già mai la speranza no lo ’nganna:

Cosi faccio, madonna, in voi venire.

Altro poeta traditore fu Rinaldo d’Aquino, nato a Montella (Avellino) in una delle più nobili case dell’Italia del Sud. Fu valletto di corte nella sua giovinezza e addetto forse alle cacce imperiali. Nel 1266 si rese traditore della casa Sveva passando agli angioini. Prima della battaglia di Benevento lo troviamo a Sessa a ricevere, in nome di Carlo d’Angiò, il giuramento di fedeltà di quei cittadini. I suoi componimenti devono essere stati scritti durante la giovinezza, quando ancora era ligio della casa Sveva.

Già mai non mi conforto

né mi voglia rallegrare;

le navi sono giunte al porto

e vogliono colare

 

Alla corte sveva appartenne pure Percivalle Doria, genovese. autore di due componimenti italiani, Imparò forse a poetare nella sua patria; ma presto abbandonò Genova, mettendosi a servigi dell’imperatore. Vicario generale di Re Manfredi per la marca di Ancona e il ducato di Spoleto e poi per la Romagna, fu poeta sia in lingua provenzale sia in volgare siciliano.

Amore m’a[ve] priso
e miso m’à ’n balìa
d’alto mare salvagio;
posso ben, ciò m’è aviso,
blasmar la segnoria,
che già m’à fatto oltragio,
chè m’à dato a servire
tal donna, che vedire,
nè parlar non mi vole,
onde mi grava e dole
si duramente – ca, s’io troppo tardo,
consumerò ne lo doglioso sguardo.

 

Di Guido delle Colonne (Roma o Messina, 1210 circa – 1287 circa) di professione giudice a Messina ci rimangono cinque canzoni. La canzone Amor, che lungiamente m’ài menato fu elogiata da Dante nel De Vulgari Eloquentia.

Amor, che lungiamente m’ài menato

a freno stretto senza riposanza,

alarga le toi retine, in pietanza,

chè soperchianza – m’a vinto e stancato;

c’ò più durato – ch’eo non ò possanza,5

per voi, madonna, a cui porto lianza

più che non fa assessino asorcuitato,

che si lassa morir per sua credanza.

Ben este affanno dilittoso amare,

e dolze pena ben si pò chiamare;10

ma voi, madonna, de la mia travaglia,

ca sì mi squaglia, – prenda voi merzide,

che ben è dolze mal, se no m’auzide.

 

Cielo (o Ciullo) d’Alcamo, poeta e drammaturgo, è uno dei più significativi rappresentanti della poesia popolareCielo d'Alcamo giullaresca della scuola siciliana. A lui dobbiamo il celebre componimento Rosa fresca aulentissima. Si tratta di un contrasto, scritto da un poeta, che non appartenne al popolo, ma che volle imitare la poesia del popolo. Poeta che si rivela buon conoscitore della lirica francese e capace di avvalersene, in più punti, sia nella forma, sia nel contenuto. È un’opera dallo stle molto personale, d’intonazione popolaresca. Stile che vuole apparire plebeo, benché l’autore non riesca a svestirsi completamente dai virtuosismi lirici dei poeti di corte.

Rosa fresca aulentis[s]ima ch’apari inver’ la state,

le donne ti disiano, pulzell’ e maritate:

tràgemi d’este focora, se t’este a bolontate;

per te non ajo abento notte e dia,

penzando pur di voi, madonna mia».

 

«Se di meve trabàgliti, follia lo ti fa fare.

Lo mar potresti arompere, a venti asemenare,

l’abere d’esto secolo tut[t]o quanto asembrare:

avere me non pòteri a esto monno;

avanti li cavelli m’aritonno».

 

«Se li cavelli artón[n]iti, avanti foss’io morto,

ca’n is[s]i [sí] mi pèrdera lo solacc[i]o e ’l diporto.

Quando ci passo e véjoti, rosa fresca de l’orto,

bono conforto dónimi tut[t]ore:

poniamo che s’ajúnga il nostro amore».

 

«Che ’l nostro amore ajúngasi, non boglio m’atalenti:

se ci ti trova pàremo cogli altri miei parenti,

guarda non t’ar[i]golgano questi forti cor[r]enti.

Como ti seppe bona la venuta,

consiglio che ti guardi a la partuta».

«Se i tuoi parenti trova[n]mi, e che mi pozzon fari?

Una difensa mèt[t]onci di dumili’ agostari:

non mi toc[c]ara pàdreto per quanto avere ha ’n Bari.

Viva lo ‘mperadore, graz[i’]a Deo!

Intendi, bella, quel che ti dico eo?»

«Tu me no lasci vivere né sera né maitino.

Donna mi so’ di pèrperi, d’auro massamotino.

Se tanto aver donàssemi quanto ha lo Saladino,

e per ajunta quant’ha lo soldano,

toc[c]are me non pòteri a la mano».

 

Note

Di Ibn Ḥamdīs ci è pervenuto un dīwān, ossia un canzoniere di componimenti poetici, composto di 360 qasāʾid (poesie), per un totale di più di 6000 versi. I temi trattati sono vari, dalla descrizione di particolari della vita di tutti i giorni, al panegirico in onore di principi alla corte dei quali era ospitato. Molte qaside sono dedicate alla Sicilia della sua giovinezza. Molte sono dedicate alla bellezza femminile e al vino. Nel 2011 il musicista siciliano Franco Battiato ha messo in musica alcune opere di Ibn Hamdis in un progetto musicale intitolato Diwan: L’essenza del reale, al fine di festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia con un omaggio alla ricchezza delle sue radici culturali.

Altri principali poeti della Scuola Siciliana furono:  Ruggieri d’Amici, Odo delle Colonne,  Arrigo Testa, Filippo da Messina, Mazzeo di Ricco, Jacopo Mostacci, Ruggierone da Palermo. Fu poeta della scuola siciliana anche Giovanni di Brienne, che fino al 1212 fu Re di Gerusalemme in quanto consorte della Regina Maria ed era padre della seconda moglie di Federico II Isabella di Brienne.

Recentemente si è avuto il ritrovamento di alcune poesie della scuola siciliana nella Biblioteca Angelo Maj di Bergamo, da parte del ricercatore Giuseppe Mascherpa. Si tratta di frammenti di poesie, ascrivibili tra gli altri a Giacomo da Lentini e forse a Federico II, in forma originale (non toscanizzata). Questi ritrovamenti rafforzano la convinzione che la nostra lingua sia nata e si sia diffusa nella penisola agli inizi del Duecento dalla rivolta dei poeti siciliani contro il latino ecclesiastico. 

http://www.dantesiracusa.com/dante-perde-la-paternita-la-lingua-italiana-e-nata-in-sicilia/

Nel 1909 Giovanni Pascoli si ispirerà a Re Enzo nelle celebri composizioni poetiche “Canzoni di re Enzo”, liriche di argomento storico scritte per far conoscere aspetti significativi della storia d’Italia.

La Canzone è un genere metrico formato da un numero variabile di strofe dette stanze, di solito 5, 6 o 7,. Ciascuna strofa di una canzone è divisa in due parti, una detta fronte divisa in piedi con un numero identico di versi e con uguale disposizione di versi; l’altra, chiamata coda o sirma, può rimanere indivisa oppure può dividersi in due parti chiamate volte, periodi metrici strutturalmente identici come nel caso dei piedi. Fronte e sirma sono di solito uniti da un verso chiamato chiave o concatenatio. Alla fine della canzone, può trovarsi un congedo che consiste in una strofa più breve con una struttura metrica ripresa dalla sirma, o da parte di essa, e che ha lo scopo di specificare il significato o fine della canzone. Generalmente i versi che compongono la canzone sono endecasillabi misti a settenari e le rime di regola sono disposte in modo che la chiave (il primo verso della sirma, chiamato anche diesi), faccia rima con l’ultimo verso della fronte. Importata dalla tradizione provenzale la canzone venne perfezionata da Dante e soprattutto da Petrarca.

Il sonetto è una composizione la cui struttura metrica è formata da quattordici versi endecasillabi suddivisi in due quartine e due terzine.

 

Fonti

Adolfo Gaspary, La scuola poetica siciliana del XIII secolo, Vigo Editore, Livorno 1882

Giulio Bertoni, Storia Letteraria d’Italia. Il Duecento, Vallardi, Milano

Ernst Kantorowicz, Frederick The Second, Ederick Ungar Publishing Co., London 1957

Wikipedia

 

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