Corradino di Svevia contro Carlo d’Angiò

Dopo la morte di Manfredi, i Guelfi, partecipi della vittoria di Carlo d’Angiò, prendevano il sopravvento in tutta Italia. Rimanevano Ghibelline Verona, Siena e Pisa. Papa Clemente IV diede al re il titolo di vicario dell’impero in Toscana, per aprirgli la strada a quello di Imperatore. I Ghibellini guardarono allora in Germania, a Corradino Hohenstaufen, figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera, appena entrato nell’adolescenza, signore di Sicilia e di Puglia. I popoli di quelle terre sotto Carlo non vedevano ridurre i tributi, sentivano crescere anzi le malversazioni dei ministri e degli ufficiali del re, ingordi e arroganti. Con i Ghibellini s’intendevano anche tanti che erano usciti da quei reami, e quei notabili che per debolezza s’erano sottomessi a Carlo.

Corradino
Corradino- Monumento nella Chiesa di Maria del Carmine a Napoli

Dopo un anno dunque dalla conquista congiuravano Ghibellini, fuoriusciti, baroni sottomessi a Carlo e principi stranieri. Volenteroso entrò il giovane Corradino nell’impresa, seguito dal duca d’Austria Federico I, suo quasi coetaneo e amico d’infanzia. Li seguirono molti baroni e uomini d’arme di Germania. Dall’Africa si mossero due uomini della famiglia reale di Castiglia, Enrico e Federico, che fuggiti dalla loro patria, si erano messi al servizio del re di Tunisi.

Enrico di Castiglia aveva combattuto in Italia con Carlo d’Angiò, suo cugino, nel 1266 e gli aveva prestato ingenti somme di denaro. Carlo gli aveva conferito il titolo di Senatore di Roma ma non gli aveva restituito il denaro né gli aveva conferito la sovranità della Sardegna alla quale aspirava. Perciò Enrico cercava vendetta.

Federico di Castiglia, fratello di Enrico, aveva combattuto in Italia al servizio di Manfredi. Dopo la disfatta nella battaglia di Benevento era tornato a Tunisi.

Tra i partigiani di Corradino al servizio del re di Tunisi vi era pure Corrado Capece, signore di Atripalda, che aveva combattuto a Benevento per Manfredi.

Corradino nel settembre del 1267 si mosse finalmente alla riconquista del suo regno. Arrivato in Italia, venne ben accolto a Verona, a Pavia e specialmente a Pisa. I pisani misero a sua disposizione danaro e soprattutto la loro potenza marinara. Giunto a Roma, dove era Senatore Enrico di Castiglia, gli venne tributato un vero e proprio trionfo. Il papa prudentemente si ritirò a Viterbo.

Don Federico di Castiglia e il Capece alla notizia dell’arrivo di Corradino, si mossero dall’Africa, per riportare in Sicilia l’insegna sveva. Con una ventina di cavalli e con circa 800 fanti spagnoli, tedeschi e saraceni, sbarcarono a Sciacca dove Capece si proclamò vicario generale di Corradino e cominciò ad esortare i siciliani a prestare obbedienza al giovane re che veniva a scacciare l’oppressore, l’usurpatore del regno. Fulcone di Puy-Richard, reggitore dell’isola per Carlo, mosse con i suoi armati e con milizie feudali siciliane contro gli assalitori. Al primo scontro i feudatari siciliani accennarono a fuggire; poi si arrestarono, stracciarono le bandiere angioine e spiegarono le sveve. Fulcone allora, lasciato il campo, rapidamente si rifugin Messina. E questa città, con Palermo e Siracusa, restarono le sole fedeli a Carlo. Nel resto della Sicilia divampò l’incendio della ribellione, e tutti gridavano il nome di Corradino. Ma non a Corradino obbedivano né a Carlo ma a chi tra i loro capi prevaleva in questo o quel luogo. Alla venuta di re Carlo, per vocazione servile, o per una speranza di guadagno e autorità, molti si erano precipitati a prostrarsi alla nuova dominazione, molti più profondamente l’aborrirono. Si erano formate due fazioni: Ferracani erano detti i seguaci del re, Fetenti i fedeli alla casa sveva. Nomi la cui origine va forse ricercata in private dispute locali. In realtà baroni, borghesi, vassalli con rapine e omicidi e violenze d’ogni maniera si laceravano tra loro: i deboli, al solito oppressi dai nemici e dagli amici, non sapevano a chi ubbidire. Era piena la Sicilia di sangue, di fame, di pestilenza e di anarchia.

Invano qui venne per Corradino il conte Federico Lancia con una armata di galee pisane. Invano per Carlo venne il priore Filippo d’Egly, degli Spedalieri, frati combattenti temprati nelle Crociate. Avversi ai carlisti erano i popoli ma i tre capi corradiniani si disputavano l’autorità suprema dividendo le loro forze.

Rimase sbigottito Carlo a vedere mezza penisola votarsi a Corradino; la Sicilia perduta; la Puglia piena d’umori di ribellione; e Corradino vincere sull’Arno, accrescersi in Roma e, incurante delle scomuniche, minaccioso venire alla volta del regno con dieci migliaia di cavalli, e ancora più fanti, tra tedeschi, spagnoli, italiani, e usciti di Puglia. Carlo aveva meno uomini in armi; ma erano Francesi i più, e con migliore disciplina, e con altri capitani.

Presso Tagliacozzo nel pian di San Valentino, si combattè la battaglia decisiva il ventitrè agosto del 1268. Era in vantaggio Corradino, quando la terza schiera francese istruita dal vecchio Alardo di Valery e da Guglielmo principe di Morea, entrò in azione. Lo schieramento ghibellino non resse il colpo e si disperse, subendo una strage. Tra i soldati di Corradino si trovavano parecchi Romani: a Carlo non bastava la loro morte, per vendicarsi del loro tradimento fece chiudere i sopravvissuti dentro una casa, e vivi li fece bruciare.

Corradino, raggiunta con i suoi compagni Torre Astura, località del litorale laziale, tentò di prendere il mare, probabilmente diretto verso la fedelissima Pisa. Fu invece tradito da Giovanni Frangipane, signore del luogo, e consegnato a Carlo d’Angiò

Carlo convocò un parlamento di baroni e notabili delle città di Puglia per giudicare e condannare Corradino. E quella straordinaria corte lo condannò a morte con tutti i seguaci suoi, come Carlo pretendeva. Un fanciullo di sedici anni, ultimo erede di tanti imperatori e re, signore egli stesso di Sicilia e di Puglia, il ventinove ottobre del 1268, era portato al patibolo in Piazza del Mercato a Napoli. Insieme a lui era l’inseparabile duca d’Austria. Biondi e gentili nel sembiante, impavidi, con fermo passo andavano verso il palco. Di porpora era coperto il palco circondato da torvi uomini armati; foltissimo il popolo in piazza; dall’alto d’una torre stava a guardare Carlo. Salì Corradino, e quando gli fu letta la sentenza che lo chiamava sacrilego traditore, ne protestò nobilmente al popolo e a Dio. Alle sue parole la moltitudine si turbò un istante; ma poi ghiacciata di paura, tacque. Corradino nell’abbassare lo sguardo su quella marea di volti spaventati, ghignò di amaro disprezzo, poi gli occhi alzò al cielo, e ogni terreno pensiero depose. Lo scosse un colpo: vide il capo del duca d’Austria già tronco sul palco; allora lo raccolse, se lo strinse al petto, lo baciò più volte, baciò gli astanti, baciò il carnefice, pose il capo sul ceppo; e la scure si abbattè.

Decapitazione
Decapitazione di Corradino

Nel Paese quanti erano fedeli a Carlo divennero giudici insieme e carnefici degli scoperti ribelli. E i più zelanti furono quelli che volevano allontanare da se ogni sospetto di qualche inclinazione verso gli svevi. Presero i beni, rapirono, uccisero, accecarono, straziarono: fu tanto, che Carlo trattenne limmane zelo che faceva del regno un deserto.

Ma per i Siciliani nessun perdono. A farne macello mandò i suoi baroni francesi: e Guglielmo l’Estendard era il primo; uomo di guerra e di strage, che la pietà aveva a scherno, più crudele d’ogni crudeltà, e di sangue ebbro e mai sazio. Costui valicò lo stretto con un drappello di Provenzali fortissimi, accresciuto da una schiera di Siciliani; abbattè senza ostacolo la fazione di Corradino, cui non restava alcuna speranza. Ma in Augusta mille cittadini armati, insieme a duecento cavalieri toscani, fieramente si difendevano, favoriti dal sito inespugnabile. Guglielmo cinse d’assedio la città ma non riuscì ad espugnarla. Alla fine riuscì a prenderla senza battaglia, perchè sei traditori, aperta di notte una porta gli consegnarono quel valente presidio. Guglielmo nè valore rispettò, nè innocenza, nè ragione d’uomini alcuna. Andavano i suoi per la città, contaminando ogni luogo con uccisioni, stupri, saccheggi; e alla fine fece seviziare e uccidere anche quanti erano stati fatti prigionieri. Non rimase persona viva in Augusta. Molti fuggendo al mare, precipitosamente si accalcarono sopra un legnetto, che si capovolse ed affondò. La città rimarrà deserta e squallida per lunghissimi anni. Corrado Capece si era arroccato in Centuripe: ma visto lo scoramento dei suoi, uscì da solo per darsi nelle mani di Guglielmo; e quegli lo fece accecare, e tradurre a Catania, dove lo fece impiccare. Marino e Giacomo fratelli di lui perirono anche loro sulle forche a Napoli. Federico di Castiglia si difese invano in Girgenti, ma Guglielmo essendo Federico cugino di re Carlo gli concesse di partire con una nave. Nel Maggio 1269 Sciacca viene assediata per mare e per terra ed espugnata. Nei primi del 1270 l’Isola era passata sotto il dominio Angioino. Sulle misere città di Sicilia, che fossero state ribelli, o che fossero state fedeli, piombò la rapace mano d’Estendard, con rapine e ladrocini.

Nel febbraio 1268 papa Clemente IV indisse una Crociata per debellare tutti i musulmani presenti a Lucera. Carlo fu a capo dell’assedio e la città venne espugnata per fame il 27 agosto 1269.

I cadaveri di Corradino e degli altri giustiziati non ebbero sepoltura; furono trascinati vicino al mare, e abbandonati, ricoperti solo parzialmente con sassi dal popolo impietosito. Solo le preghiere della disperata madre, Elisabetta di Baviera, riuscirono a ottenere che il corpo di Corradino avesse infine sepoltura.

Le spoglie di Corradino riposano nella chiesa di Santa Maria del Carmine. Il monumento funebre fu fatto erigere, secoli dopo, da Massimiliano II di Baviera e disegnato dallo scultore danese Bertel Thorvaldsen. La lastra frontale del basamento reca incisa la dedica del Duca di Baviera.

Sul luogo dove avvenne l’esecuzione fu edificata la chiesa di Santa Croce e Purgatorio al Mercato, dove si trova una colonna commemorativa in porfido che reca incisa questa frase (in latino): «Ad Astura il leone rapì l’aquilotto con i suoi artigli,qui gli strappò le piume e lo decapitò»