L’emigrazione italiana dall’Unità alla Grande Guerra

Nei 70 anni precedenti la Prima Guerra Mondiale più di 30 milioni di europei migrarono nelle Americhe e molti di essi vi si stabilirono definitivamente. Questo grande movimento migratorio fu fortemente stimolato da un lato dall’industrializzazione degli Stati Uniti e dalla colonizzazione di vastissime terre vergini negli Stati Uniti stessi, nel Canada, nell’Argentina e nel Brasile, e dall’altro dall’eccedenza di manodopera in molti paesi europei come conseguenza dallo sviluppo del capitalismo. Inoltre tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento si ebbe un notevole incremento demografico grazie all’abbattimento della mortalità infantile.
L’Italia era allora un paese ad economia prevalentemente agricola e nel complesso arretrata. Già prima dell’unità esistevano forme di emigrazione temporanea, soprattutto dalle regioni del Nord, verso la Francia, la Svizzera e i paesi dell’Europa centrale. Negli anni precedenti l’unità c’era stata anche una limitata emigrazione permanente, verso Francia, Tunisia, Egitto, Argentina e Uruguay. Intorno al 1870 cominciarono a partire gruppi di lavoratori anche dalle zone più povere del Mezzogiorno continentale in particolare dalla Campania, Basilicata e Calabria. Alla fine degli anni 1870 le provincie che davano i maggiori contingenti all’emigrazione verso Stati europei erano Udine, Cuneo, Torino, Belluno, Como, Lucca. Per paesi fuori d’Europa le provincie che davano il maggiore contributo all’emigrazione erano Salerno, Potenza, Genova, Cosenza, Torino, Cuneo, Milano. (Fonte Società Geografica Italiana. 1882).
Dopo il 1880, quando scoppiò la crisi agraria conseguenza della grande depressione mondiale, si intensificarono le partenze da tutte le regioni, soprattutto da quelle meridionali inclusa la Sicilia, e dal Veneto. Si accrebbe soprattutto l’emigrazione transoceanica. Bisogna dire che il fenomeno, negli anni 1880, riguardò anche molti altri paesi europei soprattutto la Germania e il Regno Unito.
Gli emigranti italiani fra il 1876 e il 1900 furono 5.300.000. In testa il Veneto con 940 mila seguito dalla Venezia Giulia con 840 mila. Tra il 1901 e il 1915 furono 8.800.00, dei quali 5.200.000 verso paesi extraeuropei. In testa la Sicilia con 1.126.000. (Fonte Centro studi emigrazione – Roma ). Tra il 1906 ed il 1910 emigrarono 19 italiani ogni mille abitanti. (Fonte Istat).

Solo per gli Stati Uniti nel 1906 furono 358.569, nel 1907 scesero a 298.124, nel 1909 aumentarono di nuovo arrivando a 280.351 e nel 1910 se ne contarono 262.554. Nel 1908 furono poco più di 130 mila a causa presumibilmente della crisi economica che colpì gli USA nell’ottobre del 1907. (Fonte Istat).

L’emigrazione italiana negli Stati Uniti era diventata nel 1910 la più numerosa tra quelle di tutte le nazionalità. La colonia italiana di New York contava più di 500 mila persone delle quali 340 mila erano nate in Italia. (John Horace Mariano, The Italian Contribution to American Democracy, Boston 1921).

 

Mulberry Street, Little Italy, Manhattan, 1900 circa
Mulberry Street, Little Italy, Manhattan, 1900 circa United States Library of Congress’s Prints and Photographs division ID cph.3g04637

In Argentina dal 1856 al 1914 arrivarono 2.275.000 italiani. In Brasile dal 1820 al 1908 emigrarono 1.227.000 Italiani. Bisogna comunque ricordare che non si tratta solo di emigrazione permanente. Negli stessi anni considerati c’erano anche decine di migliaia di rimpatri. E numerosi andavano e venivano più volte. Tra il 1887 e il 1914 il movimento inverso dalle Americhe ha riguardato circa 2.400.000 persone.

Nel 1913 gli emigranti furono complessivamente 872.598 dei quali 559.325 diretti oltre oceano Atlantico. L’anno prima era stata completata la conquista della Libia che secondo i suoi fautori doveva essere una miniera di ricchezze per i proletari italiani. Nel 1914, anno di inizio della Grande Guerra, furono soltanto 479.152. Infatti il 6 agosto 1914, un decreto reale aveva sospeso l’emigrazione di tutti gli uomini in età da militare. Per lo stesso motivo alle donne, ai bambini e agli anziani fu proibito partire per ricongiungersi ad uomini emigrati soggetti ai doveri militari.

Tra i migranti c’erano anche i clandestini, ovvero persone che erano partite senza passaporto o nulla osta, in molti casi perché non potevano ottenerlo non avendo ottemperato agli obblighi del servizio militare di leva o per motivi politici o giudiziari, in altri casi per superare le restrizioni poste dal governo per motivi diversi al rilascio di passaporti per l’America o altri Paesi o ancora per restrizioni poste dai Paesi di destinazione. I rapporti ufficiali dichiaravano che quasi ogni nave con licenza per i viaggi transoceanici trasportava qualche emigrante clandestino ma c’erano anche navi senza tale licenza che ne trasportavano molti. Secondo le statistiche ufficiali nel 1870 a fronte di 56.839 emigranti regolari vi furono 8.643 clandestini. A Milano, nel 1913, più di 13.000 di tali emigranti furono fermati prima che potessero partire, e l’ufficio di Udine ne rimpatriò 360 che avevano cercato di sbarcare in Brasile. E più di 300 agenti di navi a vapore sono stati perseguiti per violazione della legge. Solo dal porto di Napoli questi emigranti abusivi si è stimato che ammontassero ogni anno a 20.000. (Fonte Robert F. Foerster, The Italian Emigration of our times, Harvard University Press, 1919)

Oltre alla emigrazione temporanea e a quella permanente si può parlare di una emigrazione semipermanente diretta soprattutto in America, in particolare negli Stati Uniti. Questi emigranti vi restavano alcuni anni e poi tornavano a casa con un capitale con il quale potevano comprare un campo da coltivare o per costruirsi una casa.
Non mancavano emigranti spinti dal desiderio di maggiori guadagni piuttosto che da condizioni di particolare miseria. L’emigrazione dalla Liguria riguardava in buona parte persone relativamente agiate di commercianti e gente di mare; così dal Piemonte e dalla Lombardia partivano anche artigiani ed operai non del tutto poveri.
Complessivamente comunque il movente principale era costituito dalle precarie condizioni di vita e dalle scarse prospettive di un futuro migliore per sé e per i propri figli nella propria terra. Secondo Francesco Saverio Nitti, ai poveri del meridione si prospettava come unica via di uscita il dilemma tra diventare “brigante o emigrante”. Molto indicativo è il caso della Sicilia, che proprio dopo la dura repressione della sollevazione popolare dei “fasci dei lavoratori” passò dagli ultimi ai primissimi posti nella graduatoria delle regioni di emigrazione verso gli USA.
Le “rimesse”, i soldi inviati a casa dagli emigrati, facevano intravedere a chi non era ancora partito le grandi possibilità offerte specialmente dall’America. Questa impressione era confermata nelle lettere ai familiari e agli amici di chi era già emigrato e dalle testimonianze dirette dei rimpatriati anche se tra questi non mancavano i delusi. Ma spesso i delusi evitavano di manifestare pubblicamente la loro delusione che poteva apparire come la confessione di un fallimento.
Anche gli imprenditori americani incentivavano la propaganda a favore dell’emigrazione attraverso i loro dipendenti italiani. Infine contribuiva l’azione svolta inizialmente dagli agenti della Agenzia dell’Emigrazione, che era una società privata, e dopo il 1901, abolita l’Agenzia, dalle compagnie di navigazione attraverso i loro agenti presenti in tutta Italia. Questi agenti svolgevano una attiva opera di persuasione incitando anche i potenziali emigranti a vendere i loro beni per investire il ricavato in un biglietto di sola andata verso la fortuna. E accanto a questi c’erano i mediatori di manodopera che spesso anticipavano i soldi per il viaggio.

Fra le cause della spinta verso l’emigrazione non bisogna dimenticare inoltre il desiderio di possedere la casa e la terra, il sogno di tutti i contadini.

Nei luoghi di destinazione una parte degli emigranti italiani riusciva a condurre una vita normale o agiata, qualcuno diventava anche ricco, ma tanti vivevano miseramente, facendo ogni più duro ed umile mestiere, con un salario che bastava appena a vivere tollerabilmente. Ma, per mandare danaro a casa, soprattutto quelli che avevano lasciato mogli e figli, si sottoponevano ad ogni più dura privazione .
E le rimesse degli emigranti aiutavano sia l’economia dei luoghi di origine sia l’economia nazionale.

Quando l’emigrazione cominciò a crescere si manifestò una corrente avversa, specialmente fra i proprietari terrieri del Mezzogiorno che temevano difficoltà di reperimento della forza lavoro. E vi furono iniziative governative per mettere un freno al fenomeno. Già nel 1873 una circolare firmata dal ministro Lanza, invitava i Sindaci a negare il nulla osta all’espatrio ai giovani di leva, ai militari senza congedo assoluto, agli inabili e a chi era sprovvisto di mezzi. Inoltre si obbligava l’emigrante a provvedere personalmente all’eventuale viaggio di ritorno anche in caso di malattia o indigenza ovvero di situazioni che richiedevano il rimpatrio ad opera del Consolato italiano.

Ma ben presto si dovette prendere atto che le restrizioni facevano solo aumentare 1′emigrazione clandestina. Nel 1876, essendo al potere la sinistra con il primo governo Depretis, il ministro Nicotera abolì la circolare Lanza ed emanò diposizioni per contrastare l’emigrazione fomentata dagli agenti (l’emigrazione “artifciale”). E quando si cominciò a vedere che gli emigrati mandavano in Italia parecchi milioni, che potevano contribuire non poco alla prosperità economica del paese, l’emigrazione apparve come una grande opportunità per le pubbliche finanze e piuttosto che essere frenata incominciò ad essere aiutata. (Pasquale Villari, Scritti sulla emigrazione,1909)
Ma i luoghi di origine si impoverivano di braccia giovani. E ciò era vero soprattutto nelle regioni meridionali come la Basilicata e la Calabria, dove alcuni paesi si vuotavano di tutta la popolazione valida fino al punto da rendere impossibile la coltura dei campi che bisognava abbandonare o mettere a pascolo. Inoltre si producevano scompensi nel tessuto sociale e nei legami familiari poiché ad emigrare erano soprattutto i maschi specialmente per quanto riguarda l’emigrazione temporanea.
In compenso aumentavano i salari ed il prezzo dei terreni e cresceva il numero dei contadini proprietari. Il ridursi della manodopera disponibile costituiva uno stimolo, per i proprietari più avveduti e provvisti di mezzi finanziari, ad utilizzare le macchine agricole e metodi più razionali di coltivazione. Questo tuttavia faceva aumentare la disoccupazione e incentivava ulteriormente l’emigrazione. Un altro fenomeno che si poteva rilevare, favorito dalle rimesse degli emigranti, era la diminuzione dei prestiti usurai ai quali i contadini dovevano ricorrere nei momenti difficili.

Gli emigranti che tornavano, che venivano chiamati Americani,  in patria portavano non soltanto dei risparmi, ma anche i germi di una civiltà  più moderna che influivano beneficamente sui costumi e sulle tendenze generali dell’ambiente; specialmente quelli che rientravano dagli Stati Uniti.

 

Manifesto per emigranti brasiliano
Manifesto per emigranti brasiliano

 

Con la legge di Francesco Crispi del 30 dicembre 1888 venne riconosciuto all’emigrante il pieno diritto di espatriare per motivi di lavoro ma furono introdotte delle restrizioni in particolare per l’assolvimento degli obblighi militari. La legge  introduceva e regolamentava la figura dell’agente che aveva il compito di rappresentare gli interessi degli armatori e  introduceva qualche sia pur timida tutela dell’emigrante nei confronti delle compagnie di navigazione come la definizione delle condizioni minime relative alla sistemazione a bordo delle navi. La legge tuttavia non prevedeva alcuna penalità per l’istigazione all’emigrazione.

Con la legge del 31 gennaio 1901 n. 23 veniva creato il Commissariato Generale per l’Emigrazione nel quale venivano accentrate tutte le competenze sino ad allora svolte da altre amministrazioni pubbliche in materia di emigrazione. Venivano inoltre costituiti altri due organismi: il  Consiglio dell’Emigrazione e la Commissione di vigilanza sul Fondo dell’Emigrazione.  Il Consiglio era un organo consultivo che doveva assistere il ministro nell’adozione dei provvedimenti legislativi relativi all’emigrazione e nel formulare consigli riguardanti gli aspetti tecnici della politica di indirizzo nei confronti del Ministero e del Commissariato.

Con legge del febbraio 1901 fu affidato al  Banco di Napoli il servizio della raccolta, tutela, impiego e trasmissione nel Regno dei risparmi degli emigrati italiani.
Il Banco aveva la facoltà di stabilire accordi con le altre banche e con il Ministero delle Poste e dei Telegrafi.
Gli utili netti derivanti dall’incasso delle commissioni  erano per la metà di competenza del Banco, e per metà dovevano essere destinati al Fondo per l’emigrazione precedentemente istituito.

 

 

 

Note

Così Leone Carpi descrive la condizione dei contadini che decidevano di emigrare:

«Nelle campagne e specialmente dove prevale la grande coltura, i salari ed i proventi dei contadini non variano quasi mai dalla loro miserabile tangente, come lamentano tutti coloro che si occuparono sul serio di questa questione, per cui, quando rialzano a dismisura i prezzi delle derrate, i contadini piombano in maggior povertà e si trovano in ristrettezze spaventevoli. [….]È cosa che io ho constatata le mille volte in Italia; e posso attestare che quelle sofferenze fanno spavento. L’intermittenza del lavoro, l’insufficienza assoluta dei salari, che nell’inverno, quando pure i contadini riescono qualche giorno a trovar lavoro, variano da centesimi cinquanta a una lira il giorno, pone a dure prove milioni e milioni di individui. Prego inoltre il lettore a voler considerare che attorno a questa grande arte pullula nei campi e nei villaggi gran copia di modeste professioni che vivono della vita di lei, soffrono delle sue sofferenze, si spengono quand’essa vien meno. Parecchi descrissero con accenti pietosi la miserrima condizione degli operai agricoli, ed in generale dei contadini, ma ben pochi hanno assistito, come ho assistito io tante volte nei ributtanti loro tuguri, a scene compassionevoli e strazianti nella più cruda stagione dell’anno. Accade quindi che i campagnuoli, cui nulla pur troppo alletta a rimanere fra i campi, emigrano tutti gli anni a diecine di migliaia nei centri popolosi ed all’estero. [….] Queste centinaia di migliaia di contadini coll’emigrare cessano di essere produttori di generi che servono all’alimentazione dell’uomo. [….] Da ciò emerge grave squilibrio nella produzione agricola, quantunque sia ben lungi il caso che la terra manchi all’uomo. Si crea per tal modo un circolo vizioso, avvegnaché il caro dei viveri faccia fuggire i contadini, e la fuga di questi aumenti il caro de’ viveri ….

Leone Carpi, Delle colonie e dell’ emigrazione d’Italiani all’estero sotto L’aspetto dell’industria, commercio, agricoltura, e con trattazione d’importanti questioni sociali, Tipografia Editrice Lombarda (pp 117-118), Milano 1874.


Francesco Saverio Nitti era un politico ed economista, e uno dei massimi esponenti del Meridionalismo. Nel dibattito sviluppatosi intorno alla questione dell’emigrazione, assunse un atteggiamento più favorevole. Mentre tanti pensatori suoi contemporanei, come il Carpi, la consideravano una possibile causa di sfascio della società contadina e possibile generatrice di un preoccupante spopolamento nazionale, nel primo lavoro in cui affrontò l’argomento dal titolo L’emigrazione italiana e i suoi avversari assunse un atteggiamento differente. Per Nitti i gli effetti negativi attribuiti al fenomeno dell’emigrazione erano da considerarsi frutto per lo più di analisi sbagliate quando non create apposta per favorire interessi delle classi padronali. La causa della specifica emigrazione nelle provincie meridionali era la risposta sociale alle condizioni socio-economiche esistenti nel Mezzogiorno, una risposta spontanea, ineluttabile e inderogabile, un bisogno sociale, che veniva dal modo come la proprietà era distribuita.

« Chi non ha visto la condizione dei braccianti delle province del Mezzogiorno d’Italia, non può avere una idea esatta della miseria grande che li costringe ad abbandonare il proprio paese. Si aggiunga a tutto questo l’infingardaggine e la cattiveria delle classi dirigenti. In alcune province ogni borghese che possa contare sopra un cinquecento o seicento lire di rendita annua si crede in diritto di non lavorare e di vivere, come essi dicono, di rendita. Non mai, come in molti paesi dell’Italia meridionale, ho visto maggior numero di vagabondi, e di persone che vivono di rendita. Fino a che quelle cause non fossero state rimosse, non si potevano evitare certi risultati».