Le navi di Lazzaro

Il trasporto dei migranti avveniva spesso con carrette del mare, navi a vapore con molti anni di navigazione alle spalle che spesso venivano caricate con molti più passeggeri di quelli che avrebbero potuto trasportare. In genere gli emigranti venivano stivati in terza classe, in condizioni pietose e prive di igiene. E molti persero la vita in quei tragici viaggi della speranza perché le navi erano scarsamente attrezzate per le emergenze sanitarie e la condizione di sovraffollamento e la precarietà dell’igiene favorivano il diffondersi delle malattie contagiose. Ma in quelle “Navi di Lazzaro” come venivano chiamate, poteva capitare di morire anche per asfissia e perfino per fame. Nel 1888 sul piroscafo “Cachar” diretto in Brasile vi furono 34 morti per asfissia e l’anno successivo sulla stessa rotta 27 morti sul “Frisia”.

Il piroscafo “Matteo Bruzzo” della “Compagnia La Veloce”, era partito da Genova il 30 ottobre del 1884, per raggiungere l’Uruguay con 1333 migranti, dopo un faticoso viaggio fu respinto  dal porto di Montevideo perché a bordo c’erano stati alcuni casi di colera con il decesso di una passeggera. Il piroscafo  fu indirizzato verso Rio de Janeiro dove sembrava possibile lo sbarco e l’utilizzo di locali strutture sanitarie. Durante il viaggio da Montevideo a Rio vi furono altri decessi. Nel porto di Rio però il bastimento fu accolto con tre cannonate non a salve sparate dal forte Santa Cruz. Al comandante fu intimato di recarsi all’Isola Grande dove era il lazzaretto e attendere disposizioni. Rifornita la nave di carbone e pochi viveri fu indirizzata a Capo Verde dove però fu accolta ancora a cannonate. Alla fine dovette far ritorno in Italia dove equipaggio e passeggeri furono sottoposti ad un periodo di rigorosa quarantena nell’isola di Pianosa fino al 27 gennaio.  L’odissea era durata quasi tre mesi e decine di cadaveri erano stati sepolti in mare. (Fonte Gazzetta Piemontese)

La vicenda suscitò molte polemiche  nei confronti dell’armatore che aveva fatto partire la nave nonostante i porti di Brasile, Uruguay e Argentina fossero stati interdetti alle navi italiane a causa dell’epidemia di colera che aveva colpito alcune città del nostro paese inclusa Genova. Non mancarono le accuse anche nei confronti del governo e in particolare del ministro Mancini per non aver difeso i connazionali nei confronti dei governi di Uruguay e Brasile. 

Sul “Remo”, partito da Genova il 15 agosto 1893 con 1.500 emigranti, in parte imbarcati a Napoli, vi furono 96 morti per colera e difterite e dovette rientrare in patria perché le autorità brasiliane non autorizzarono lo sbarco. Dopo un perido di quarantena all’Asinara i passeggeri poterono raggiungere i porti da dove erano partiti il 26 ottobre. Nel 1894 il “Carlo Raggio”, partito da Napoli, ebbe 206 morti di cui 141 per colera e morbillo. Quando la nave giunse a Rio de Janeiro fu dirottata al lazzaretto dell’Isola Grande, dove già si trovavano in quarantena altre navi italiane, la Remo, il Vincenzo Florio, l’Andrea Doria. Le navi furono rifornite di viveri, carbone e medicinali e costrette a rientrare in Italia.

La traversata oceanica con le navi a vapore durava da 21 a 30 giorni, a seconda della destinazione. E non mancavano gli incidenti e i naufragi. Il 4 lug 1898 il piroscafo francese La Bourgogne, che era partito da Le Havre, a causa di una fitta nebbia entrò in collisione con il veliero britannico Cromartyshire al largo della Nuova Scozia Il piroscafo trasportava 506 passeggeri e 220 uomini di equipaggio. I morti furono 549 e tra questi parecchi italiani.

 

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