L’emigrazione italiana in Argentina dall’Unità alla Grande Guerra

In Argentina c’era bisogno di immigrati per colonizzare le sterminate terre vergini del Paese, per questo fin dal momento dell’indipendenza (dichiarata formalmente il 9 luglio  del  1816 ) i governi incentivavano l’immigrazione dall’Europa.

Il Presidente Bernardino Rivadavia emanò nel 1826 una legge di enfiteusi ed altre disposizioni che favorirono l’impianto dei migranti europei nelle campagne argentine.

Dal 1827 al 1852 gravi problemi di ordine pubblico e la tirannia di Juan Manuel de Rosas, arrestarono l’immigrazione, e provocarono parecchi rientri.

Nel 1853, essendo Presidente il Generale Justo José de Urquiza, l’immigrazione fu regolata da un articolo della Costituzione nell’interesse dell’agricoltura, dell’industria, delle arti e delle scienze.

« Articolo 25: Il governo federale incoraggerà l’immigrazione europea; non potrà restringere, limitare o gravare con alcuna imposta l’ingresso nel territorio argentino degli stranieri il cui scopo sia quello di coltivare la terra, migliorare le industrie, introdurre e insegnare le scienze e le arti». Questo articolo è ancora in vigore.

Dal 1857, operavano nello stato di Buenos Aires e in altri stati della federazione associazioni per l’immigrazione sostenute da finanziamenti privati e da sovvenzioni statali; queste associazioni  inviavano i loro agenti in Europa per reclutare gli immigrati. La Provincia di Buenos Aires  dal 1870 assegnava gratuitamente terreni a giovani coppie di agricoltori a condizione che vi costruissero una casa e che li coltivassero. Nel 1876 (presidente Nicolás Avellaneda) fu emanata una legge generale sull’immigrazione in base alla quale gli immigrati, al momento dello sbarco, dovevano essere ricevuti gratuitamente, ospitati in un hotel (o qualcosa di simile) a spese del governo, con il permesso di soggiorno di una settimana o più lungo; e, oltre ad altri vantaggi, doveva essere dato loro lavoro in qualsiasi parte della repubblica.  Inoltre la legge prevedeva la possibilità di assegnazioni agli immigrati di lotti di terreno sia gratuitamente, sia pagabili ratealmente a prezzi molto convenienti. La legge è rimasta in vigore fino al 1981.

Ma per lo più l’immigrazione sovvenzionata era gestita da società private in collegamento con le compagnie di navigazione e non mancavano gli abusi.

Nel 1882 il governo distribuì gratuitamente venticinque ettari di terreno a tutti i nuclei familiari. Bisogna ricordare che dal 1874 al 1884 il governo si impegnò nella campagna contro le popolazioni indigene delle Pampas che furono decimate. 

Nella prima parte del secolo XIX la nostra emigrazione era diretta soprattutto a Buenos Aires, e si fermava di preferenza nella città e negli immediati dintorni, contribuendo in parte non piccola allo sviluppo della città. Nel 1856, secondo il censimento di Buenos Aires che non era ancora la capitale (lo diventerà nel 1880) e che si governava come uno stato indipendente, gli italiani erano saliti al primo posto tra gli stranieri, superando anche gli spagnoli, e ammontavano a 10.276.

La maggior parte dei migranti italiani arrivavano dal Piemonte e da Genova. Essi lavoravano come marinai, venditori ambulanti, piccoli commercianti. Sui fiumi avevano centinaia di piccole imbarcazioni. Un censimento in provincia di Santa Fe nel 1858, registrò 1.156 italiani, per lo più raggruppati intorno alla città di Rosario. Già nel 1864 gli italiani residenti in Argentina  erano 89000, dei quali 30000 a Buenos Aires, nonostante il viaggio in veliero da Genova costasse parecchio e durasse tra 60 e 75 giorni. Costituivano i due quinti di tutti gli immigrati.

Numerosi esuli politici giunsero dall’Italia dopo i moti rivoluzionari del 1815 e successivi fino agli esuli della Repubblica Romana del 1858 e molti di loro presero parte alle vicende politico militari del Paese.

L’esploratore ligure Nicola Descalzi compì per incarico del governo argentino un’esplorazione nel bacino del Paraguay, ma dovette sopportare cinque anni di prigionia. Esplorò quindi il Río Negro della Patagonia tra il 1833 e il 1834.

Nel 1855 emigrò in Argentina il pittore Baldassarre Verazzi specializzato in composizioni storiche e allegoriche. A  Buenos Aires realizzò le scenografie del Teatro Colón e il ritratto del Generale Justo José de Urquiza allora Presidente della Confederazione Argentina.

Ma l’immigrazione di massa degli italiani iniziò dopo il 1870. Dal 1871 al 1914 emigrarono in Argentina 1 842 000 italiani.  Inizialmente prevalevano quelli provenienti dall’Italia Nord Occidentale. Nel 1895 iniziò il sorpasso da parte dei meridionali. Nel periodo 1910-1914 la percentuale dei meridionali fu del 54,40 %; dalla regioni nord occidentali proveniva il 27,40 % e dalle altre regioni il 18,20 %. Nel 1895, a Buenos Aires su 663.864 abitanti ben 181.361 erano italiani. Il quartiere più popolato da italiani era quello di “La Boca”. La Boca è situata nella parte sud-est del territorio della capitale argentina, presso la confluenza del Riachuelo nel Río de la Plata. A partire dagli anni trenta del XIX secolo iniziarono ad insediarsi nell’area numerosi immigrati provenienti per lo più dalla  Liguria, dediti principalmente alle attività legate alla navigazione fluviale, ai commerci e alla cantieristica. Alcuni immigrati genovesi appassionati di calcio fondarono nel 1905 quella che è ancora oggi una delle più popolari squadre di calcio argentine: il  “Boca Juniors”.

La Boca nel 1900
La Boca nel 1900

Secondo il calcolo delle autorità consolari, gli Italiani dimoranti nelle provincia di Buenos Aires intorno alle soglie della Grande Guerra erano almeno 250 000. La città in certi punti ricordava molto una città italiana. Sulle pubbliche piazze sorgevano monumenti di Cristoforo Colombo, Garibaldi, Mazzini; in alcuni quartieri la lingua parlata preferibilmente era l’italiano. Esistevano vari alberghi, ristoranti e negozi italiani. Per lo più italiani erano i piccoli lustra-scarpe e i venditori di giornali che si incontravano per le strade. Molti italiani c’erano tra i marinai del porto, i pescatori, i barbieri, i sarti. Già nel 1883 erano attivi nella città e nel circondario 17 sodalizi filantropici e di mutuo soccorso italiani, alcuni organi di stampa, numerose scuole sovvenzionate anche dal Governo italiano ed un Ospedale.

Nello stesso periodo nella provincia di Santa Fé gli Italiani ammontavano a 220 000, dei quali 34.000 circa  a Rosario. Gli Italiani nella provincia di Santa Fé erano per lo più agricoltori, adibiti principalmente alla coltura dei grani e dei foraggi. Nel 1907 nelle colonie di Rosario, facente parte di quella provincia, la popolazione agricola era quasi interamente italiana.

Nelle colonie di Entre Rios, i proprietari italiani, secondo i registri ufficiali del 1896, erano circa un sesto del totale.

Nella provincia di Cordova gli Italiani ammontavano a circa 150 000. Qui nel 1905 su 13.435 famiglie coloniali insediate, ben 10.291 erano italiane. Ed erano in massima parte italiani i coloni insediati nelle terre del bacino idrico di San Roque dove era stato creato un grande lago artificiale per l’irrigazione di un’area agricola di 48000 ettari.

Nel dipartimento di San Justo, nel 1905, su 3508 famiglie coloniali, 3086 erano italiane.
Nella provincia di Mendoza nel 1906 gli Italiani erano calcolati dal Commissariato in circa 13.000 e in gran parte possedevano vigneti o lavoravano nella produzione di vini.

Antonio Tomba, giunto in Argentina nel 1873 da Valdagno, si dedicò alla produzione e commercio del vino a Godoy Cruz nella provincia di Mendoza. Da imprenditore realizzò diverse importanti aziende vinicole, ma è ricordato anche per per le  istituzioni benfiche e assistenziali dovute alla sua generosità come l’ospedale “El Carmen” di Mendoza. Fu anche il fondatore, nel 1921, di una squadra di calcio ancora oggi in attività nel campionato argentino con il nome “Club Deportivo Godoy Cruz Antonio Tomba”.

Altro importante produttore di vino era il friulano Giovanni Giol che era giunto in Argentina nel 1887 anche lui nella provincia di Mendoza. I fratelli Piccione, napoletani, svolgevano la stessa attività imprenditoriale a Rodeo de La Cruz.

 

Dal dicembre 1870 al maggio successivo morivano a Buenos Aires, vittime della febbre gialla, ben sedicimila persone delle quali novemila di nazionalità italiana.

Il 19 agosto 1872 nasceva il « Banco de Italia y Rio de la Plata » con l’appoggio della Banca di Genova e della Banca Lombarda di Depositi e Conti Correnti di Milano.  L’8 dicembre del 1872 ebbe finalmente luogo la definitiva apertura dell’Ospedale Italiano la cui prima pietra era stata posta quasi venti anni prima, nel 1856. Alla presenza del Duca di Genova, il 5 agosto 1873 fu inaugurato a Buenos Aires il cavo telegrafico sottomarino interoceanico con un telegramma diretto al Re d’Italia. Il 19 febbraio 1889 veniva inaugurato l’Ospedale italiano di Santa Fe e  il  10 gennaio 1890 quello di Rosario.

Il 21 dicembre 1901 fu inaugurato il nuovo Ospedale italiano di Buenos che sostituiva quello che era in funzione dal 1872 divenuto inadeguato alle accresciute esigenze. Nel febbraio 1903 fu inaugurato l’Ospedale italiano di La Plata.

Il forlivese Ing. Giuseppe Pedriali nel 1907 fu chiamato in Argentina dalla “Anglo – Argentina Tramways Co” con l’incarico di riorganizzare il sistema del trasportoi urbano di Buenos Ayres. Rimase in Argentina fino al 1926 e in quegli anni realizzò una delle più grandi imprese di trasporto urbano elettrificato del mondo comprendente anche la ferrovia sotterranea dell’Avenida de Mayo. Creò una “Società Mutua” per l’assistenza medica e una colonia per i figli dei dipendenti.

Fin dal 1856 si pubblicavano in Argentina diversi giornali in lingua italiana. Tra questi ricordiamo La Patria degli Italiani fondato da Basilio Cittadini nel 1876.  Basilio Cittadini (Brescia 1846 – Buenos Aires, 1921) fu giornalista, editore e direttore di numerosi giornali. Ricoprì il ruolo di segretario della Banca d’Italia e di Rio de la Plata. Fu Professore di letteratura classica presso la Scuola Nazionale di Buenos Aires e Presidente dell’Associazione Dante Alighieri di Buenos Aires. Durante l’epidemia di febbre gialla del 1870/1871 fece parte del Comitato di Sanità Pubblica costituito per aiutare le molte vittime del flagello e ricevette dal governo argentino una medaglia d’oro per il suo coraggio e l’altruismo. In Italia sarà insignito del titolo di “Grande Ufficiale”.

 

Nel 1902 fu varata una legge, Ley de residencia, che permetteva di espellere qualsiasi straniero ritenuto “pericoloso” senza un intervento giudiziario, soltanto attraverso un provvedimento del ministero dell’interno. La legge faceva parte di una serie di misure repressive (promosse dai proprietari terrieri e dai settori industriali e recepite dal del Partito Nazionale Autonomo) contro anarchici, socialisti e attivisti del lavoro in generale. Queste misure includevano lo stato di assedio, la confisca dei locali della Federazione Argentina dei Lavoratori e del Partito Socialista, il sequestro di giornali, la repressione di scioperi e manifestazioni attraverso arresti e deportazioni. Molti italiani ne furono colpiti, alcuni per motivi sindacali e politici, altri con motivazioni generiche. In particolare gli italiani che lavoravano nelle fabbriche come operai erano accusati di aver portato l’anarchismo in Argentina e tutti gli italiani di essere responsabili dell’aumento della criminalità.
La legge conteneva norme che andavano contro la libertà di associazione, la libertà di riunione, la libertà di stampa e le libertà sindacali. Il Governo e il Parlamento italiani reagirono con vivaci proteste riportate e sostenute in Argentina dal giornale in lingua italiana “La Patria degli Italiani”. Non mancarono negli anni seguenti occasioni per applicare la legge, come nel Primo Maggio del 1909 quando un corteo pacifico di lavoratori con donne e bambini organizzato per commemorare la festa del lavoro fu sciolto dalla polizia con il ricorso ad armi da fuoco causando undici morti e un centinaio di feriti tra i quali diversi bambini.  

La legge è stata abrogata soltanto nel 1958 sotto il mandato presidenziale di Arturo Frondizi. 

Nel 1910 diventò presidente della repubblica argentina Roque Saenz Peña il quale nel 1912 fece approvare una legge che concedeva il suffragio segreto (in busta chiusa), universale maschile e obbligatorio. Fino a quel momento, infatti, in Argentina si era praticato il “voto cantado”: l’elettore entrato nel seggio pronunciava ad alta voce il proprio voto o mostrava come votava sulla scheda. Il diritto di voto fu esteso  anche agli immigrati che così diventavano cittadini argentini di pieno diritto. Si temeva infatti che la percentuale enorme di popolazione straniera, che non partecipava in alcun modo alla politica, potesse cadere in posizioni estreme o rimanere un corpo estraneo nella società.

Alle elezioni amministrative che si tennero tra il 1912 ed il 1916, l’UCR (Unione Civica Radicale) prevalse quasi ovunque. I radicali vinsero anche le elezioni politiche del 1916. Ciò aprì un periodo di 14 anni di governo radicale. Furono infatti eletti Presidente: Hipólito Yrigoyen (1916-1922), Marcelo T. de Alvear (1922-1928), e nuovamente Hipólito Yrigoyen (1928-1930).

Nel 1912, Roque Saenz Peña si trovò a fronteggiare un grande movimento di protesta degli agricoltori non proprietari, contro il peggioramento delle condizioni dei loro contratti con i proprietari dei campi, noto come “Grito de Alcorta“. Il movimento, nato dall’azione di coloni italiani, si diffuse in tutta la regione della Pampa e terminò con un massiccio abbassamento dei contratti di locazione.

 

Chacras e colonie

La migrazione italiana si concentrò in parte nelle principali città del paese, in parte in centinaia di colonie sparse per tutta l’Argentina.

La coltivazione  si faceva in piccole fattorie dette chacras oppure nelle colonie; tanto nelle une come nelle altre il terreno veniva concesso ai singoli lavoratori o  a famiglie agricole in piccole porzioni dai 25 ai 100 ettari.

Le chacras si incontravano in grande numero nella provincia di Buenos Aires, in vicinanza delle città, villaggi, o grandi vie di comunicazione.

Le colonie occupavano regioni più lontane: moltissime nella provincia di Santa Fé, Cordoba ed Entre Rios ed un piccolo numero anche nei territori nazionali di Chaco, Pampas, Patagonia e Missiones.

Le colonie si distinguevano, secondo la loro fondazione, in colonie dello Stato, provinciali e private. Le colonie dello Stato (situate su terre pubbliche, federali o provinciali) erano spesso di cattiva qualità o situate in località scomode e lontane, erano soggette alla burocrazia e spesso agli speculatori che si accaparravano le terre migliori che poi davano in affitto o a mezzadria. E molti coloni preferivano passare al servizio dei proprietari privati, e collocandosi come fittavoli o mezzadri piuttosto che correre i rischi della colonizzazione ufficiale in regioni lontane o di difficili comunicazioni.

Nelle colonie il terreno veniva diviso in modo geometrico in tanti quadrati o rettangoli e ciascuno di essi dato in concessione.  Quattro concessioni formanvano un podere. Ogni podere veniva dato a mezzadria ad una famiglia colonica. Nel centro del proprio podere il colono poteva fabbricare la sua casetta. Essa era solitamente costruita sul suolo battuto con fango, il tetto era di paglia, di stuoie, tela incerata o zinco.  Il colono possedeva anche degli animali per lavoro, latte e carne.

Il grano doveva essere seminato prima della fine di agosto e raccolto a dicembre, il mais indiano un po ‘più tardi. La coltivazione del grano era la più rimunerativa ma richiedeva anche maggiori spese per attrezzi e manodopera bracciantile. La coltivazione del mais offriva il vantaggio che le pannocchie potevano essere raccolte e sgranate senza ricorso ad operai, dalla sola famiglia del colono. Gli steli e le pannocchie sgranate erano per la mancanza di legna un pregevole combustibile. Si coltivavano inoltre lino, trifoglio, legumi, frutta e patate.

I mugnai acquistavano direttamente il grano raccolto. Frutta e verdura venivano vendute nelle città come anche i prodotti degli animali. Il colono era esente da tutte le tasse dirette per un periodo da sei a dieci anni.

Sia che l’immigrato entrasse in una colonia privata, come di solito accadeva, o in una colonia statale, era necessario procurarsi un certo capitale. Con l’aumento della popolazione e lo sviluppo del paese e l’aumento dei prezzi dei terreni, il capitale necessario diventava sepre più consistente. Il costo del denaro, e altre condizioni contrattuali rendevano difficile l’acquisizione e la conservazione dei terreni.

Dal momento che un singolo uomo non poteva  condurre una fattoria senza aiuto, avrebbe dovuto assumere degli aiutanti o avere una famiglia e quindi più braccia. La prima alternativa richiedeva il pagamento di salari che in un paese in crescita non erano bassi, per la seconda c’era il problema, almeno all’inizio, che la maggior parte dei coloni italiani erano maschi. 

Nelle concessioni poste a mezzadria, il padrone o primo fittavolo forniva gli animali, gli strumenti da lavoro, ed  i materiali  per  le  necessarie costruzioni. Riceveva la metà od i 2/3 dei prodotti, il che equivaleva ad un interesse dal 28 al 50 % del capitale investito. I vecchi coloni già  provvisti  di  qualche capitale spesso cedevano a mezzadria le loro concessioni ai nuovi venuti.

Numerose colonie furono fondate proprio da italiani. Tra le altre, Nuova Italia, Humberto 1 °, Emilia, Cavour, Lago di Como, Garibaldi, Toscana, Bella Italia, Piemonte, Firenze, Victor Manuel, Rufino.  Nel 1905, nel ricco dipartimento di Cordoba, su 13.435 famiglie coloniali, 10.291 erano Italiane. Nel dipartimento di San Justo, nel 1905, vi erano 3.508 famiglie coloniali delle quali 3086 erano italiane. E nelle vaste terre irrigate del territorio di San Roque la maggior parte dei coloni erano italiani. 

 

 

Soprattutto nella provincia di Santa Fé si registrava una speciale emigrazione di carattere temporaneo. Si trattava di migranti che approfittando della differenza delle stagioni, si recano, alla fine del raccolto estivo in Italia, a lavorare in Argentina all’inizio del nostro inverno corrispondente all’ estate dell’emisfero australe. Questa emigrazione non era tuttavia ben vista dalle autorità e dal popolo argentino che preferivano immigrati animati dalla volontà di diventare argentini.

 

L’allevamento del bestiame

Molto importante per l’economia argentina era l’allevamento del bestiame. Si chiamava estancia il complesso dei pascoli e delle costruzioni necessario all’allevamento. I pascoli avevano una estensione che variava da 1 a 10 leghe, ed erano generalmente chiusi da recinti di filo di ferro. Le costruzioni consistevano nella casa dell’estanciero in alcune  baracche (galpones) dove dimoravano i mandriani (peones) ed in un certo numero di cortili chiusi da forti palizzate, entro i quali si raccoglievano in determinate circostanze gli animali. Verso la periferia dell’estancia si trovavano talora piccole case o capanne, dette puestos in cui abitavano i pastori (puesteros) per essere meglio in grado di sorvegliare il loro gregge.

Il bestiame era allevato in piena libertà, non aveva riparo alcuno dalle intemperie, doveva cercarsi il nutrimento e l’acqua negli immensi pascoli che aveva a disposizione. I prodotti principali delle estancie erano  pelli, crini e lane, oltre alla carne. Il cavallo era il compagno di lavoro più fidato, il mezzo indispensabile di trasporto per le grandi distanze che dovevano percorrere ogni giorno gli abitanti della campagna.

Il personale era comandato da un capataz (o caporale). Quando il proprietario non viveva sul luogo la gestione dell’estancia era affidata ad un amministratore.

 

 

Approfondimenti e testimonianze

“La Boca”
La Boca del Riachuelo è genovese. Qui l’aspro dialetto ligure è la lingua comune. I genovesi sono pressochè i soli italiani che vivano riuniti in Buenos Aires, che abbiano formato una comunità separata, e che s’impongano talvolta anche alle autorità ora per avere una «Calle Ministro Brin», ora per reclamare il diritto ad un corpo di pompieri speciale, italiano. Sono marinai e figli di marinai, gente che vive sempre del mare; scaricatori, piloti, battellieri, qualche armatore di velieri: alcuni passati poi al commercio e divenuti grossisti, almacenieri; e osti e mestieranti. Solo gli arricchiti lasciano la Boca. (Luigi Barzini, L’Argentina vista come è, 1902)

 

Un torbido affluente del Rio s’insinua tra le case, forma un porto sudicio, affollato di golette e di brigantini da carico, che si chiama “La Boca del Riachuelo”. La Boca ricorda lontanamente Sampierdarena, nelle vie pavesate di fasce, di cenci, di bandieruole marinare, nelle abitazioni addossate, polverose e brulicanti, come ricorda lontanamente Chioggia, nell’acqua quasi morta, in cui i colori delle imbarcazioni si rispecchiano con torpidi riflessi.
Vista dallo stradone, dal porto, La Boca è una città nostra, italiana; vista dal treno, somiglia ad un infinito assembramento di baracche zingaresche, in un giorno di fiera. Il treno che passa lungo il fiume fangoso spia nelle case di legno e di zinco, che sembran proprio case di zingari, costrutte con economia, godute per ogni verso, variopinte, con piccole verande fiorite e scalette di legno davanti alla porta, quali ne hanno i carrozzoni dei saltimbanchi e tutte quelle nomadi case di legno che ciascuno di noi ha guardato più d’una volta con segreta nostalgia,col desiderio di viver la vita libera, vagabonda, folle, di andar lontano lontano, senza pensieri, senza vincoli, senza meta !
La Boca è, per ogni verso, una città curiosa. Sulle brevi verande di legno dipinte in verde, le donne lavorano, i ‘bimbi giuocano, qualche gabbia di canarino si dondola, qualche pianticella di geranio occhieggia, tra i pannolini tesi ad
asciugare ; dalle finestrucce aperte, senza tende, si scorge il mobilio scarso, disadorno ; davanti alle scalette, nei cortili fangosi che han due metri di lato, le galline razzolano fra le immondizie. Pozzanghere d’acqua morta sono un po’ dappertutto, formano qua e là piccoli stagni, da cui emergono una latta di petrolio vuota, un alberetto tisico, un mobile sfondato. Dietro sta il fiume, con gli alberi e le corde delle vele che disegnano un arruffìo di pali e di fili sul cielo latteo.
[……………..] Ben è vero che vi sono anche le case in muratura, basse ed alte, massicce, intrepide sfidatrici delle acque; ma l’abitazione caratteristica della Boca è pur sempre, sino ad ora, la palafitta di legno o di lastra di zinco, sollevata dal suolo, leggera, povera, ardente nell’estate, gelida d’inverno, suonante al vento che l’attraversa tutta.

[……………..]  In quelle casette è un brusìo di voci, di richiami, di saluti, di alterchi, tutti in lingua genovese. Chi non parla genovese alla Boca? Ed è, nell’aria, un odor acuto di olio fritto e di farinata, un odore di pesto ligure.

[……………..] Così è La Boca, un basso-porto italiano, trapiantato qui, intero intero, come se fosse miracolosamente scivolato pian piano, giù dalla riviera ligure a traverso il mare, fino al rio color di mostarda. È una cittaduzza che ha, senza saperlo, un nobile còmpito : quello di dare a noi Italiani, a traverso uno spazio di seimila miglia, una visione di cose nostre, di farci sentire che la patria lontana può esser presente ovunque l’uomo la ricordi e la sappia ricostruire.
(Cesarina Lupati, Argentini e Italiani al Plata, 1910)

 

Il primo tipo di italiano immigrato nell’Argentina è il marinaio. Era un marinaio Giuseppe Garibaldi che tanta parte ebbe nella storia della prima metà del secolo delle repubblicbe del Piata. I marinai della riviera ligure che per la decadenza graduale della marina a vela non trovavano occupazione lucrosa in patria, seppero impadronirsi della navigazione nell’immenso estuario del Piata e dei vasti e profondi fiumi Paranà ed Uraguay. Gli Argentini, gementi sotto la tirannide del Rosas o dilaniantisi a vicenda in guerre intestine, non si curarono di fronteggiare la lenta infiltrazione dei marinai-mercanti liguri. Venne un giorno in cui gli Argentini si accorsero che una intiera citta era sorta nelle vicinanze di Buenoa-Ayres, laddove sbocca nel Piata ìl Riachuelo, piccolo ma profondo fiume. Quando se ne accorsero, la innata oziosità impedì agli Argentini di ripigliare il primato nella vita marinaresca, ed il primato rimase definitivamente ai liguri, fusisi poi con italiani di altre provincie. (Luigi Einaudi, Un Principe mercante, 1900)

 

Edmondo De Amicis tra i contadini italiani in Argentina

Arriva il contadino alle colonie con pochi soldi e un involto di panni, e quasi sempre, se cade in una colonia avviata bene, trova compaesani o stranieri che gli danno ricovero e pane fin che si sia riavuto dallo sbalordimento del viaggio e abbia trovato lavoro. Se arriva prima del raccolto del grano, trova facilmente lavoro sull’atto, e più durante il raccolto, quando si ricercan braccia da ogni parte.
Campa cosi il primo anno, lavorando da giornaliere, con un sufficiente compenso. Nell’anno seguente, secondo il numero delle braccia di cui può disporre la sua famiglia, piglia una o più concessioni di terreno a mezzeria, ricevendo dal proprietario gli animali e gli strumenti.

In due, in tre anni, se le annate son buone, mette tanto da parte da comprar prima gli utensili e il bestiame, e poi un pezzo di terreno da coltivare per conto proprio.
Prende questo terreno, come suol dirsi, a respiro; la fortuna aiutandolo, lo paga a poco a poco ; e poi lo accresce di nuovi acquisti; e, fatti questi, dà a mezzeria i primi a nuovi venuti, come con lui fu fatto: e cosi via.

Procedono in tal modo la maggior parte. E quel che agevola un tal processo è il prezzo mite e la fecondità giovanile del terreno, netto di sassi e aperto al sole da ogni lato, la gravezza minima dell’imposta, la minor cura clie ricliiedon gli animali, lasciati liberi ; e lo impulso nuovo e gagliardo d’attività che viene anche alle più pigre nature dal trovarsi là in un continente sconosciuto a cominciar una lotta nuova per l’esistenza, davanti a mille esempi di rapida fortuna, in mezzo a una società impaziente di conquistatori, ivi una vasta libertà di spazio e di vita che rammenta l’infanzia del mondo.
Ho detto: gli esempi di rapida fortuna. E dev’esser viva infatti, se debbo giudicarne da quella ch’io n’ebbi, l’impressione che producono nei nuovi arrivati i coloni che han fatto fortuna! Io non riconoscevo più in loro i contadini piemontesi. È una trasformazione stupefacente.
Gli abiti, i visi erano ancora quelli ; ma tutto il rimanente era mutato. I visi stessi avevano non so che di più aperto e di più simpatico; i modi non so che di più sciolto e di più cordiale. Pareva che, rotto come l’involucro che le teneva compresse, tutte le loro facoltà dell’intelletto e dell’animo avessero avuto uno svolgimento inatteso.
Avvezzo al lamentio, al malcontento eterno dei nostri, diffidenti sempre o fintamente ossequiosi coi signori, con qualcosa di contratto e di chiuso, ignari e indifferenti a tutto ciò che non tocca il loro interesse immediato, rimanevo stupito al veder dei lavoratori trattarci da pari a pari con una disinvoltura allegra e cortese, al sentirli ragionar d’amministrazione e di politica, far dei brindisi nei banchetti, esporre dei progetti di riforma delle scuole elementari, e rivolgermi intorno al loro paese delle interrogazioni che nessun di loro, in Italia, non avrebbe mai né fatte né sognate! Ho conosciuto dei personaggi curiosi, assolutamente nuovi per me, specie per un certo misto d’affabilità e d’aria d’importanza.
Un contadino mi disse all’orecchio, gravemente: — Dica in Italia che vengano, che qui quello che ci manca, son le braccia: le teste… ci sono ! — E alludeva evidentemente alla testa propria. (Edmondo De Amicis, In America, 1897)

 

I Peones

L’emigrante che sbarca col solo patrimonio delle sue braccia è un “peon”. Il peon è l’essere più umile che esista. È qualche cosa meno di un uomo: è una macchina da lavoro della forza d’un uomo. Il peone fa di tutto: è facchino, manuale, spazzino.
Vive alla giornata, oggi trasporta le pietre nei cantieri, domani trasporta i covoni sui campi. Gira sempre in traccia di lavoro; passa da colonia a colonia, da provincia a provincia, ben felice quando un’occupazione lunga lo fissa in qualche parte. Viaggia quasi sempre a piedi come l’Ebreo Errante, ma senza le scarpe leggendarie, perchè le sue si logorano.

Durante i lavori della campagna trova facilmente a vendere le sue braccia, se però qualche flagello non ha distrutto i raccolti. Quando sulle grandi aie le trebbiatrici rumorose ed ansimanti divorano i covoni, ed il frumento scorre via dal loro fianco come un liquido d’oro, una folla d’uomini s’affatica intorno alle macchine, porge loro i bocconi, raccoglie il grano nei sacchi che poi trasporta sui carri enormi. Sono centinaia di peoni. Da dove vengono? Nessuno si cura di saperlo; nessuno domanda il loro nome. Giungono a branchi, attirati dal frumento come le formiche. Sono accettati fino a che ve n’è bisogno; vengono contati e distribuiti al lavoro sotto la sorveglianza di “capataz”. Ricevono un nutrimento che varia a seconda dei luoghi ma che è invariabilmente cattivo; bevono acqua calda e quasi sempre melmosa, raramente mescolata con un po’ di  “caña” acquavite ricavata dalla distillazione della canna di zucchero. Il loro lavoro è aspro, terribile, sotto al sole torrido. Hanno un salario che può andare dal mezzo peso al giorno fino ai due pesos. Quando il raccolto è cattivo, il salario diminuisce. Quest’anno un numero grandissimo di peoni lavora nelle estancias per il solo cibo, ossia per il permesso di vivere.

I peoni più fortunati sono quelli che trovano un lavoro fisso; essi ricevono quindici, venti pesos al mese, ed hanno il vitto.

Purtroppo non è rarissimo il caso di peoni ai quali viene rifiutata la mercede pattuita. Finito il lavoro vengono qualche volta scacciati. Si sa bene che le loro proteste non sono ascoltate.

Vivono come le bestie, dormono in molti dentro un tugurio, che nella città è una camera di “conventillo” e in campagna una capanna od anche una semplice tettoia. Se ammalano cadono nelle mani di una “curandera”
(poter chiamare il medico nelle campagne argentine è un lusso), la quale lega loro dei nastri rossi al polso per guarirli dalla febbre palustre, cava loro qualche libbra di sangue se accusano un grande male alla testa, fanno loro ingoiare le cose più strane e repugnanti per guarirli da un po’ di tutto. E muoiono così, sul loro giaciglio.

Il peone che ha una famiglia, non sempre ne è unito. È il primo consiglio che gli emigranti poveri ricevono dalle «Guide» distribuite in Italia, e dagli impiegati dell’_Hôtel de Inmigrantes_: separatevi dalla vostra famiglia; le donne trovano facilmente ad occuparsi in Buenos Aires! Ed essi e le loro donne si separano: partono alla ricerca del lavoro per vie diverse che talvolta non s’incontrano più.

Il sogno del peone è divenire “mediero”, ossia affittuario di un pezzo di terra. Talvolta riesce a mettere da parte un po’ di denaro, qualche centinaio di pesos, realizza il suo sogno. Le economie del peone sono il risultato di una vita miserabile, sordida, piena di sacrificî inauditi, di avvilimenti e di rinuncie spesso vergognosi. Se nella patria s’imponessero questi lavoratori una parte dei sacrificî che compiono sotto la sferza del bisogno laggiù, e se dedicassero alla loro terra soltanto un po’ di quelle fatiche crudeli, alle quali li costringe la necessità in America, allora l’Italia sarebbe senza dubbio il più ricco paese del mondo. (Luigi Barzini, L’Argentina vista come è, 1902)

 

Da una ricerca di Giuseppe Picciolo


Fonti e Bibliografia

Ministero degli Affari Esteri – Regio commissariato dell’emigrazione, Bollettino dell’emigrazione anni 1883-1908

Francesco Scardin, Vita italiana nell’Argentina, Compania Sud-Americana de Billetes de Banco, Buenos Aires 1899

Paulo G. Brenna, L’emigrazione italiana nel periodo ante bellico, Bemporad, Firenze 1918

Robert F. Foerster, The italian emigration of our times, Oxford University Press, London 1924

Luigi Barzini, L’Argentina vista come è, Tipografia del Corriere della Sera, Milano 1902

Edmondo De Amicis, In America, Enrico Voghera Editore, Roma 1897

Cesarina Lupati, Argentini e Italiani al Plata, Treves, Milano 1910

Luigi Einaudi, Un Principe mercante, Fratelli Bocca Editori, Torino 1900

Wikipedia


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