Emigrazione italiana in Brasile dall’Unità alla Grande Guerra

Per molto tempo dopo la sua scoperta, il Brasile non è stato un paese di immigrazione. Il Portogallo proibiva agli stranieri di entrare nel suo possedimento e poneva molte restrizioni agli stessi portoghesi. La forza lavoro era costituita inizialmente dagli indigeni che erano pochi e di difficile adattamento. Per questo furono importati schiavi neri dall’Africa in gran numero.  Tuttavia lo sviluppo del Paese procedeva molto a rilento. Nel 1808 un decreto del principe reggente autorizzò il governo a concedere terre agli stranieri. Negli anni precedenti il 1850, varie  colonie furono fondate, soprattutto ad opera di tedeschi e portoghesi. Erano pochi gli immigrati italiani ed erano soprattutto genovesi: marinai, musicisti erranti, alcuni pittori, decoratori e  rifugiati politici.  Tra questi dal 1835 al 1848 vi era Giuseppe Garibaldi le cui imprese sono ben note.

Nel 1843 fu celebrato il matrimonio tra l’Imperatore Dom Pedro II di Bragança e la principessa napoletana Teresa Maria Cristina di Borbone, figlia di Francesco I di Borbone, e ciò contribuì al realizzarsi, per interessamento della stessa Imperatrice, di alcuni esperimenti di impianto di colonie formate da famiglie provenienti dall’Italia.

Nel 1831, l’importazione legale di schiavi africani in Brasile era stata proibita, e dal 1850 cessava anche l’importazione illegale. Inoltre Dom Pedro II sempre nel 1850  varava la Lei de Terras che introduceva un nuovo sistema coloniale consistente nell’assegnazione di lotti di terreno vergine ai coloni da parte del Governo centrale e dei Governi provinciali. Con una legge del 1867 Il governo incentivava l’immigrazione e la costituzione di colonie anticipando il denaro necessario e dando alle colonie una amministrazione propria.  Sul fronte dello schiavismo una legge del 1871, Lei do ventre livre (legge del ventre libero) concedeva la libertà ad ogni figlio nato da una madre schiava. Questa legge era stata voluta perché, anche quando il trattamento era buono, da tempo la mortalità tra i neri aveva notevolmente superato le nascite. La stessa legge agevolava le affrancazioni e costituiva un fondo speciale destinato a finanziare il riscatto di un certo numero di schiavi ogni anno.

Il venir meno dello schiavismo portò ad aumentare notevolmente l’immigrazione dall’Europa.

Accanto al Governo centrale e ai Governi provinciali, ben presto anche i grandi proprietari e fazendeiros si convinsero che, a causa del declino dello schiavismo, conveniva ad essi provvedere gradatamente all’inevitabile sostituzione del lavoro degli schiavi con quello dei lavoratori stranieri. Il tipo di contratto prevalente nella colonizzazione privata era la colonia parziaria (parceria) ma venivano applicati anche altri tipi come l’affitto o il lavoro salariato e in alcuni casi la piccola proprietà. 

Sull’immigrazione  coesistevano due linee guida. Una di incoraggiamento dell’agricoltura di sussistenza, basata su contadini, piccole proprietà e lavoro familiare, che si è sviluppata principalmente nel sud del Brasile, e una  che tendeva a ottenere lavoro salariato per grandi piantagioni di caffè, principalmente nella provincia di San Paolo.

Dall’azione combinata Stato-privati nascevano  le Compagnie o Società di Colonizzazione che erano promosse, agevolate o sussidiate dallo Stato. Il Governo concedeva i terreni alla Compagnia che da parte sua si impegnava ad importare annualmente un determinato numero di famiglie di coloni da uno o più paesi europei. Venivano stampati volantini e manifesti in diverse lingue da distribuire in Europa per pubblicizzare i vantaggi offerti dal Brasile nell’agricoltura, allevamento e industria, nonché le modalità per l’acquisizione di terreni. Inoltre il Governo  centrale e i Governi provinciali stipulavano con imprenditori privati brasiliani o stranieri contratti per l’introduzione di migranti con o senza l’obbligo di fondare colonie. Questi imprenditori si servivano di agenti che spesso però ingannavano i potenziali emigranti alterando le reali condizioni previste dal contratto di reclutamento con promesse che non sarebbero state mantenute. 

Un altra modalità consisteva nell’accordare sovvenzioni agli armatori o alle Compagnie di navigazione per l’introduzione di un determinato numero di emigranti.

A questi dobbiamo aggiungere l’iniziativa di diversi immigrati italiani.

La modenese Clementina Tavernari, compagna del musicista Alfonso Malavasi, rifugiata politica dopo i moti del 1948, nel 1874 fu incaricata dal governo di reclutare 50 famiglie di contadini mantovani ed emiliani per fondare una colonia nella provincia di Santa Catarina. Molte più famiglie di quelle richieste risposero all’appello ma il progetto fu bloccato dall’opposizione di sindaci e prefetti e si sbloccò, per 50 famiglie, solo dopo l’intervento favorevole del Parlamento. Dopo aver accompagnato i coloni da Genova in Brasile, la Tavernari morirà di febbre gialla nel 1875. La colonia sarà ufficialmente inaugurata a Porto Real nel 1876 per la coltivazione della canna da zucchero.

Si ritiene che la spedizione organizzata dal trentino Pietro Tabacchi per Santa Cruz sia stato il primo caso di immigrazione di massa in Brasile proveniente dal nord Italia.  La spedizione ha avuto luogo il 3 gennaio 1874 dal Porto di Genova con una nave a vela, la “Sofia”, arrivata in Brasile nel febbraio 1874 con 386 famiglie trentine, tirolesi, venete, friulane, piemontesi e lombarde. La colonia, chiamata Nova Trento, non ebbe lunga vita a causa delle avverse condizioni climatiche ed igieniche. Molte famiglie la abbandonarono per cercare altrove condizioni di vita migliori che trovarono soprattutto a Santa Teresa nello Stato di Espirito Santo.

Un secondo gruppo di tirolesi, trentini, e altri italiani del nord, partì con la nave  “Rivadavia”, raggiungendo il Brasile il 31 maggio 1875 con 150 famiglie che si stabilirono inizialmente a Santa Leopoldina nello Stato dello Espirito Santo e successivamente a Santa Teresa.

Il signor Tripoti tra il 1875 e il 1876 portò nella colonia da lui fondata nel Paranà e chiamata “Alexandra”, una cinquantina di famiglie provenienti da Teramo, da Porto Recanati, dalla Basilicata, dalla provincia di Mantova, dal Veneto. Questi immigrati però abbandonarono la colonia, pare a causa delle cattive condizioni ambientali, e si stabilirono in altri luoghi della regione.
Nel 1875 erano attive dodici colonie istituite da parte del governo imperiale, quindici dai governi provinciali, e venticinque da società private.  Queste colonie contenevano circa 48.000 abitanti.  Altri immigrati si erano stabiliti nelle terre di latifondisti,  altri ancora erano immigrati indipendenti che vivevano nelle città. 

Dal 1865 al 1873 gli immigrati italiani furono poco più di 10 000. Dal 1877 al 1880 furono circa 34 000.

Nel 1880 alcuni veneti che erano stati nella colonia di “Alexandra” acquistarono dei lotti di terreno e fondarono nelle vicinanze di Curitiba nel Paranà la colonia di “Santa Felicitade”. La colonia, ben gestita in una zona fertile e dal clima ideale, si ampliò nel tempo e nel 1900 contava circa 2000 abitanti. Un gruppo di questi coloni staccandosi fonderà nel 1896 la feconda colonia “Bella Vista” nel territorio di Santo Antonio de Imbitura. C’erano anche altri esempi positivi di colonie abitate da italiani nel Paranà come quelle chiamate “Colombo” e “Acqua Verde”. (Bollettino dell’Emigrazione Anno 1903. La colonizzazione e l’immigrazione italiana in Paranà Dal rapporto dell’Avv. G. Sabetta, R. Viceconsole  a Santos; maggio 19O2). (Pag. 113)

Nell’anno 1888 la schiavitù fu abolita del tutto.  Gli immigrati europei, desiderosi di entrare in possesso delle ricchezze che venivano promesse, sostituivano gli schiavi africani. I fazendeiros si adoperavano per far venire, anche per proprio conto, immigrati stranieri che potessero supplire alla mancanza di manodopera nelle piantagioni  mentre le compagnie di colonizzazione, gli imprenditori del settore  e le compagnie di navigazione e si impegnavano nella promozione di un nuovo modello di traffico umano. . Ma i fazendeiros in molti casi non cambiavano mentalità rispetto al tempo dello schiavismo e tendevano ad usare con i lavoratori europei gli stessi metodi che prima usavano con gli schiavi.

A dispetto di quanto promesso dagli agenti dei reclutatori, dalla pubblicità del Governo brasiliano e dagli agenti delle Compagnie di Navigazione, quando, superate le sofferenze del viaggio, raggiungevano la fattoria di destinazione, i coloni trovavano spesso condizioni di vita terribili, isolati dai centri urbani, senza cure mediche, senza la scuola per i loro figli, con piccole case e senza le condizioni minime di igiene.

Nel 1889 finiva in Brasile l’era della Monarchia e veniva proclamata la Repubblica, l’Imperatore e l’Imperatrice erano costretti all’esilio.

Nel 1892 i rappresentanti consolari d’Italia informavano che  vi erano a San Paolo 300.000 italiani, a Santa Catharina 50.000, in Rio Grande do Sul e Mato Grosso 100.000, nella città  di Rio de Janeiro 20000, in Minas Geraes 10.000, e in Espirito Santo 2O 000. 

Nei primi anni di forte emigrazione verso il Brasile i quattro quinti degli emigranti provenivano dal Nord. Dopo il 1902, numerosi italiani del Sud si sono stabiliti nelle città, a San Paolo, a Santos, Rio, Bahia.

Numericamente molto importante fu l’emigrazione italiana a San Paolo. Nel 1887-1906, gli italiani ammessi a San Paolo furono 804.598 i due terzi di tutti.  Quanto alla professione esercitata dagli immigranti italiani, il maggior numero era rappresentato dagli agricoltori, quasi tutti impiegati nelle fazendas private in qualità di coloni salariati. Il nucleo coloniale, la piccola proprietà, i contratti di mezzadria, non erano che l’eccezione. San Paolo produceva i cinque sesti del raccolto del caffè brasiliano e due terzi della fornitura mondiale; e non è esagerato dire che senza l’apporto degli immigrati italiani, il prodigioso incremento della produzione si sarebbe difficilmente verificato. 

Non solo a San Paolo, ma anche in altri Stati, a Minas Geraes, a Rio de Janeiro, e in Espirito Santo, un gran numero di italiani erano impiegati nella coltivazione del caffè. Nel 1887, circa un terzo degli italiani, erano nelle fazendas dove costituivano due quinti dei lavoratori. Relazioni consolari confermavano che  gli italiani costituivano la grande maggioranza dei lavoratori delle piantagioni di caffè.

A Rio de Janeiro nei primi anni del 900 gli Italiani erano quasi esclusivamente originari delle provincie meridionali in particolare Cosenza, Potenza, Salerno, Napoli, Caserta e Reggio Calabria con una minoranza di veneti, lombardi e toscani. La parte la più importante della colonia italiana  si dedicava  al commercio, specialmente d’importazione dall’Italia. Molti erano occupati nel ramo imprese e costruzioni. Ma la grande maggioranza praticava piccolo commercio, specialmente ambulante. Erano italiani i venditori ambulanti di giornali, di pesce, di pollame, di scope, di legumi, di frutta, di pentole e padelle, di mercerie, che richiamavano l’attenzione dei clienti con grida in cui si riconosceva l’accento delle regioni di provenienza. Un’altra parte trovava impiego nei tramways, nelle ferrovie, nella nettezza ed illuminazione pubblica, nonché negli altri servizi cittadini. Molti erano impiegati in qualità di muratori, scalpellini, manovali, sterratori nei lavori di costruzione e specialmente nelle opere di risanamento della città. Altri, per lo più veneti e lombardi, lavoravano nelle fabbriche, specialmente in quelle di tessuti.

Nei sobborghi più lontani dalla città, vivevano quelli che si dedicavano alla coltivazione, e nel sobborgo di Campo Grande oltre 500 Italiani, per la maggior parte toscani, erano occupati nella fabbricazione e nel commercio del carbone vegetale. Altri ancora erano camerieri, giardinieri, parrucchieri, sarti, calzolai. Alcuni praticavano attività tipiche dei luoghi di origine, come gli emigranti di Torre del Greco che lavoravano il corallo. (Bollettino dell’Emigrazione Anno 1905—Gl’interessi economici italiani nel Distretto consolare di Rio de Janeiro. Relazione del Dott– Ferdinando Mazzini, R. Vice Console).

Ma non mancavano i problemi. Alcuni degli intervistati dai corrispondenti della Società Geografica Italiana, nel 1888, descrivevano grandi sofferenze e privazioni .

Oltre alle malattie epidemiche che interessavano periodicamente il Brasile come il vaiolo e la febbre gialla e oltre alla malaria, i lavoratori delle piantagioni di caffè erano soggetti a specifici rischi sanitari come l’anchilostomiasi e il tracoma. A parte la febbre gialla non si trattava di malattie sconosciute agli italiani ma il rischio era aggravato dalle precarie condizioni igieniche e dalla totale assenza di assistenza sanitaria nelle fazendas e dalla distanza dai centri urbani che rendeva eccessivamente costosa anche l’assistenza a domicilio.

Poiché era chiaro che non esistevano adeguate strutture per la ricezione e la distribuzione di tanti immigrati, il decreto Crispi del marzo del 1889, mantenuto fino ad agosto 1891, prendendo a pretesto una epidemia di febbre gialla, impose un divieto all’emigrazione verso il Brasile. 

Fu invece la malaria l’occasione principale per la temporanea sospensione dell’emigrazione a Espirito Santo decisa nel mese di luglio 1895. La decisione seguiva un rapporto consolare da quello stato che non si limitava ai problemi sanitari ma riferiva di difetti del sistema di trasporto, di soggezione a varie umiliazioni, di pagamenti mancati, di abusi della polizia, di lotti assegnati con grave ritardo, di carenze nel servizio scolastico. L’emigrazione nella regione ritornò agli inizi del secolo XX.

Quando il prezzo del caffè era ancora alto, i fazendeiros per lo più pagavano puntualmente e una famiglia nella quale ci fossero due o tre lavoratori adulti, riusciva a risparmiare e con i risparmi prima o poi riusciva ad acquistare il suo piccolo podere e si emancipava dal lavoro quotidiano della fazenda.

Quando iniziò la crisi del mercato del caffè, nel 1896, molti fazendeiros non erano in grado di pagare puntualmente i lavoratori in contanti e allora istituirono varie specie di promesse di pagamento, alla fine spesso non onorate. Si verificavano così casi di diserzione tra i lavoratori. La polizia delle fazendas cercava  di riportare al lavoro i disertori, e ricorreva anche alle frustate. Non c’era  alcuna possibilità che i coloni ottenessero la protezione legale contro questi abusi, ed erano anche economicamente sfruttati mediante l’applicazione di sanzioni pecuniarie per futili motivi, confische dei loro beni e altre pesanti misure. In questi anni inquieti, molte proprietà, con i loro raccolti, sono state ipotecate. E se la fazenda finiva venduta all’asta dietro domanda dei creditori, il fazendeiro non si curava di denunziare i crediti dei coloni e questi finivano quasi sempre per perdere tutto quanto gli era dovuto.

Poi, il prezzo del caffè, a partire dalla fine degli anni novanta, si abbassò ulteriormente, fino a toccare un livello rovinoso. Immagini in nero furono allora elaborate sulle condizioni degli italiani nelle fazendas.

Fece scalpore il resoconto dell’Ispettore viaggiante del Commissariato sull’Emigrazione Nazionale, Adolfo Rossi, pubblicato nel 1902 sul “Bollettino dell’Emigrazione” che chiedeva alle autorità italiane di intervenire. Dopo più di tre mesi trascorsi nello Stato di San Paolo su incarico del ministro degli Esteri Giulio Prinetti per verificare le condizioni dei contadini italiani, il Rossi disegnò un quadro fatto di frodi e maltrattamenti, di privazioni e di impotenza. In piccola parte gli abusi erano perpetrati dagli stessi italiani, sfruttatori dei loro connazionali, ma la maggior parte erano da attribuirsi ai fazendeiros e ai loro sorveglianti.

Anche nelle zone più fortunate e sotto i padroni che pagavano puntualmente e che non permettevano che si violentassero le donne e si frustassero gli uomini, la condizione del colono e della sua famiglia era triste: mancanza assoluta di scuole e di chiese; lontananza grande da qualsiasi centro abitato; prezzi altissimi per visite di medici e acquisto di medicine; disciplina che spesso faceva somigliare una fazenda a una colonia di condannati a domicilio coatto; vitto a base di mais e fagioli, forme di anemia, febbre gialla, oftalmie frequenti nelle donne e nei bambini specialmente.

Anche tenendo conto che si trattava di tempi di grave crisi economica, non era possibile rimanere indifferenti ai racconti di violenze su donne e ragazze, di multe salate e fustigazioni per i più futili motivi, senza convincersi che qualcosa del vecchio sistema schiavista ancora era vivo nelle fazendas. Non tutti i fazendeiros erano di questa fatta ma il destino dei migranti era nelle mani dei sensali che per loro sceglievano il padrone. (Condizioni dei coloni Italiani nello Stato di San Paolo—Brasile-  Relazioni e Diarii del Cav. Adolfo Rossi sulla missione da lui compiuta dal 2 gennaio al 23 aprile 1902 in Bollettino dell’Emigrazione anno 1902 N.7).

Altri osservatori però accusavano il Rossi di esagerazioni e generalizzazioni e dipingevano al contrario quadri idilliaci di usanze e feste tradizionali con canti, musica e danze, la letizia dei giorni della raccolta che evocava quella della vendemmia dell’uva in Italia. 

Ma non c’è dubbio che Il lavoro era monotono e faticoso. E si svolgeva dal sorgere del sole fino al tramonto. La fatica più dura arrivava nei mesi più caldi, da settembre a marzo. Il relax era possibile solo la domenica, quando lo spirito di festa si affermava. Le abitazioni avevano una forma stereotipata, costruite con mattoni, bambù e argilla. Per le famiglie che ospitavano erano certamente troppo piccole, e la loro le condizioni igieniche erano trascurate sia dagli occupanti che dal fazendeiros. L’acqua potabile era spesso carente. L’assistenza medica come detto, era assente,  distante o costosa. Spesso mancava anche una Chiesa. Il salario era basso e di tanto in tanto non veniva pagato in contanti. Le multe erano eccessive, il contratto di lavoro non equo e il colono poteva solo contare sullo spirito di fair play del piantatore.

Su iniziativa del ministro degli Esteri Giulio Prinetti il il governo Zanardelli nel 1902 emanò un decreto che impediva la così detta emigrazione sussidiata diretta specialmente in Brasile. Nel 1903, le partenze di italiani dal Brasile superarono gli arrivi, e da allora in poi questa fu la regola. Non tutti rientravano in Italia, un certo numero si trasferiva in Argentina.

 

Sbarco a Santos di emigranti italiani. 1907

Con legge federale del 29 dicembre 1906, n. 1607, si stabiliva che potevano essere pagati i salari dei lavoratori agricoli sul prodotto del raccolto a cui avranno concorso con il loro lavoro, di preferenza a qualsiasi altro credito. Ora, sia per la speciale organizzazione del credito agrario, sia per avere la maggior parte dei fazendeiros già da tempo vincolato rendite e beni con debiti ipotecari, vari anni sarebbero stati necessari perché la legge  potesse portare effetti concreti.

Era opinione di molti Italiani pratici dei luoghi che, sia questo provvedimento legislativo come altri che potessero in seguito essere approvati, sarebbero stati vani senza una speciale e rapida procedura, affidata a Commissioni miste, di carattere arbitrale, nelle quali fossero equamente rappresentati gli immigrati.

A rendere disagiate le condizioni generali dei lavoratori nelle piantagioni, contribuiva il dilagare della congiuntivite granulosa o tracoma, che, assumendo in climi tropicali forme particolarmente gravi, conduceva inesorabilmente alla cecità coloro che non si curavano in tempo. Purtroppo, gli effetti dei provvedimenti governativi in questo campo risultavano inadeguati all’estensione del male, specialmente a causa delle grandi distanze che separavano i coloni dai centri di cura.  (Bolettino 1907 n1 pag. 1076)

A San Paolo operava l’oculista italiano Francesco Pignatari che nel 1904 era stato fondatore e primo direttore dell’ospedale oftalmico “Umberto I”. Francesco Pignatari combatteva una vera crociata contro il diffondersi del tracoma e di altre malattie oftalmiche.

Ancora nel 1908 la relazione dell’ispettore viaggiante del Commissariato dell’Emigrazione ingegnere  Silvio Coletti  denunciava gli artifici ai quali ricorrevano i fazenderos per trattenere nelle fazendas i coloni che volevano licenziarsi: il ritardo nella consegna del concime da spargersi nelle piantagioni, l’ingiustificato ritardo nei pagamenti, le multe molto pesanti. Né mancarono dei veri e propri sequestri di persone, a reprimere i quali fu necessario l’intervento dei nostri funzionar! consolari che non invano invocarono l’azione dell’autorità locali. Lo steso ispettore manifestava preoccupazione per l’incidenza del Tracoma che continuava a infierire tra i nostri coloni nelle fagende della parte occidentale dello Stato-di San Paolo. Nei principali centri urbani dell’interno il Governo paulista istituì da oltre un anno degli ambulatori per la cura gratuita del tracoma e non pochi dei nostri connazionali vi trovano quotidiano sollievo al male fino a completa guarigione. E però da notare che il colono in fazenda trovasi, in causa della distanza che. lo separa dall’ambulatorio, nella presso che assoluta impossibilità di approfittare della benefica istituzione. Vi sono poi casi così gravi di tracoma che per curarli non basta l’ambulatorio ma occorre una clinica chirurgica, e questi casi sono specialmente comuni fra i coloni, sia per la loro stessa situazione, sia per l’incuria della propria salute che non li spinge a combattere il male alla sua comparsa. E poi superfluo osservare che, se colpiti da queste forme più gravi sono i capi di famiglia, questa è votata a sicura miseria, ove non intervenga una particolare assistenza. (BOLLETTINO DELL’ EMIGRAZIONE Anno 1908. N. 16. L’emigrazione italiana nel Brasile. Relazione del R. Ispettore viaggiante per l’emigrazione, ing. Silvio Coletti).

Forme di doloroso sfruttamento si verificavano a danno dei peones, ovvero braccianti senza qualifica tra i quali vi erano anche italiani.  Il salario misero del peone affondava sotto un mare di debiti costringendolo alla servitù specie quando il padrone era anche il fornitore unico degli alimenti e di tutte le merci necessarie alla vita e mancava la vigilanza. Questo accadeva in particolare nelle regioni dell’Amazzonia dove si praticava l’estrazione del caucciù impiegando come manodopera aborigeni e immigrati.

Secondo statistiche brasiliane, 1.227.040 italiani immigrarono nel periodo 1820-1908, che costituiscono quasi la metà di tutti gli arrivi.

Nel 1908, secondo stime consolari, gli italiani negli stati principali erano: Amazonas 2.000, Parana 20.000, Bahia 3000-4000, Rio de Janeiro 50.000, Espirito Santo 50.000, Minas Geraes 90.000, Rio Grande do Sul 250.000, Pard 2.000, Santa Catharina 30.000, San Paulo 800.000. Per tutto il paese è stata fatta una stima di 1.500.000 persone. 

Non mancavano le note positive e gli emigranti italiani che avevano fatto fortuna. Di 57.000 latifondi, che il Ministro dell’Agricoltura di San Paolo contava nel 1907, più del nove per cento apparteneva a italiani  e in alcune regioni del caffè, al Ribeirãozinho, c’erano più proprietari italiani che brasiliani.

Nel 1911, lo stato di San Paolo istituì un Ufficio di protezione agricolo per l’esecuzione delle leggi federali e statali, per quanto coinvolgevano i diritti e gli interessi dei lavoratori agricoli. Nello stesso anno per sottoscrizione della colonia e per iniziativa della Società Dante Alighieri fu fondato un Istituto italiano per l’istruzione media.

A San Paolo era in funzione dal 1895  l’orfanatrofio “Cristoforo Colombo” che era stato fondato dal sacerdote e missionario Scalabriniano di San Carlo Giuseppe Marchetti, nativo di Camaiore. Dopo aver effettuato alcuni viaggi in Brasile al seguito degli emigranti il giovane sacerdote volle dare inizio a un’opera per la tutela dell’infanzia abbandonata. Fu poi raggiunto dalla sorella Assunta Marchetti la quale oltre a collaborare con il fratello fu la fondatrice  della Congregazione delle suore suore scalabriniane per i migranti, ramo femminile dei Missionari di San Carlo. Giuseppe Marchetti morì in odore di santità a São Paulo il 14 dicembre 1896, all’età di 27 anni, stroncato dal tifo.
Assunta Marchetti, morta nel 1948, è stata proclamata beata  nel 2014.

 


Note, approfondamenti e testimonianze

Ostilità verso gli immigrati

Ora bisogna sapere che vi sono moltissimi brasiliani, specialmente fra il popolo, i quali non comprendono affatto, o non dividono le idee del loro governo circa l’immigrazione e tanto meno approvano che esso spenda migliaia di contos de reis, per chiamare tanta gente, ora specialmente che la crisi è dura e i guadagni e il lavoro sono anche qui scarsi e difficili : « Che viene « dunque a fare tanta gente? Se il lavoro manca  per noi, come ci può essere per essi ?» «Donde vengono a contenderci il misero guadagno ? Essi vengono da un paese dove morivano di fame — a nostre spese – e vengono a toglierci una parte di terra, di lavoro, di guadagno che sono nostri ».

Questo è in poche parole il ragionamento grossolano e anche ingiusto di molti brasiliani del popolo, o il principio delle loro dissimulate antipatie.
Infatti, tutta questa massa enorme di contadini, operai, sarti, calzolai, muratori, etc., riversandosi in Brasilo in cerea di lavoro, è naturale che produca un ribasso nei prezzi della mano d’opera e faccia ai nazionali una concorrenza non indifferente, e ciò tanto più pel motivo che l’italiano, per la sua abilità e attività, è sempre ricercato e preferito.

(Filippo Ugolotti, Italia e italiani in Brasile: note e appunti, 1897)

 

 

 

 

Fonti

Bollettino dell’Emigrazione anni 1900-1908

Vincenzo Grossi, Storia della colonizzazione Europea al Brasile e e della emigrazione Italiana nello Stato di San Paulo, Officina Poligrafica Italiana, Roma 1905

Filippo Ugolotti, Italia e italiani in Brasile: note e appunti, Riedel & Lemmi, Sao Paulo 1897

Italo Giglioli, Italiani e Tedeschi nel Brasile, Istituto Agricolo Coloniale Italiano, Firenze 1917

Wikipedia

Sito Web “Memoria e Migrazioni”: http://www.memoriaemigrazioni.it/

 

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