L'emigrazione italiana negli USA dall'Unità alla Grande Guerra

Fra il 1880 e il 1915 arrivarono negli Stati Uniti quattro milioni di italiani (in parte rientrati). Fino al 1900 la maggior parte degli emigrati proveniva dal Nord Italia, in seguito la maggior parte arrivò dal Meridione fino a superare l’80 percento del totale. E gli americani che in un modo o nell’altro si occupavano di immigrazione mantenevano questa distinzione tra northern italians e southern italians. E i southern italians dovevano affrontare un supplemento di pregiudizi e discriminazioni rispetto ai northern italians. Inoltre negli arrivi vi era, tra tutti gli italiani, una netta prevalenza degli uomini rispetto alle donne e questo non passava inosservato ai critici dell’immigrazione.

Per tutti l’ingresso (legale) negli Stati Uniti era subordinato ad una serie di controlli medici e amministrativi severissimi, specialmente ad Ellis Island, l'”Isola delle Lacrime” nella baia di New York. I medici del Servizio Immigrazione controllavano rapidamente ciascun immigrante, e contrassegnavano sulla schiena con il gesso quelli che dovevano essere sottoposti ad un ulteriore esame per accertarne le condizioni di salute.

Arrivo di emigranti ad Ellis Island 1902
United States Library of Congress’s Prints and Photographs division
ID cph.3a14957.

Chi superava il primo esame veniva accompagnato nella Sala dei Registri, dove gli ispettori registravano nome, luogo di nascita, stato civile, luogo di destinazione, disponibilità di denaro, riferimenti a conoscenti o parenti già presenti nel paese, professione e precedenti penali. Veniva anche effettuato un controllo per l’eventuale affiliazione politica. Venivano fatte anche domande a trabochetto: i migranti ignari di aspetti particolari della legge sull’immigrazione rispondendo con sincerità rischiavano di vedersi respingere. Se tutto andava bene ricevevano alla fine il permesso di sbarcare e venivano accompagnati al molo del traghetto per Manhattan.

Quelli che erano stati “contrassegnati” venivano inviati in un’altra stanza per essere sottoposti a controlli più approfonditi. Quelli ritenuti non idonei venivano reimbarcati sulla stessa nave che li aveva portati negli Stati Uniti, la quale aveva l’obbligo di riportarli al porto di provenienza. Gli esclusi potevano conferire con i parenti e gli amici nei modi ritenuti convenienti dal Commissario. Ogni immigrante che si ritenesse leso nei suoi diritti dalla decisione di esclusione poteva interporre appello al Dipartimento del Lavoro, a Washington, e non poteva essere obbligato al rimpatrio fino alla sentenza definitiva.

Gli emigrati italiani negli Stati Uniti furono nel 1900 oltre 100.000, nell’anno successivo 137.000; nel 1902 furono 180.000 e nel 1903 arrivarono a 233.000. Nel 1904 diminuirono a 193.000 per salire di nuovo nel 1905 a 221.000. Nel 1906 furono 358.569, nel 1907 scesero a 298.124, nel 1909 aumentarono di nuovo arrivando a 280.351 e nel 1910 se ne contarono 262.554. Nel 1908 furono poco più di 130 mila a causa presumibilmente della crisi economica che colpì gli USA nell’ottobre del 1907, ma il flusso riprese forza nel 1910 con 223.453 immigranti; arrivò, nel 1913, a 284.147 e nel 1914 raggiunse il numero di 296.414. Nel 1915, anno dell’entrata in guerra dell’Italia, vi furono soltanto 57.210 immigranti; furono 38.814 nel 1916 e 38.950 nel 1917. Nel 1918 gli immigranti italiani furono appena 6.308 e nel 1919, l’anno immediatamente seguente la cessazione delle ostilità, essi furono 3.373. L’emigrazione italiana negli Stati Uniti era diventata già nel 1910 la più numerosa tra quelle di tutte le nazionalità.

Emigrazione nella costa orientale e stati limitrofi

La prima zona di irradiazione dell’emigrazione italiana fu la costa orientale della Confederazione. In Pensilvania nel 1912 la popolazione calcolata dalle autorità consolari era di 281.873. Nel Massachussetts vi erano 86.274 italiani, nel New-Jersey 87.422, nell’ Illinois 62.665. Nello Stato dell’Ohio furono censiti 16 437 italiani nati in Italia e 21 279 di origine italiana. Nel 1912 vivevano 29.762 italiani nella Luisiana.

Dopo New York, le città che aintorno al 1910 ospitavano le più numerose collettività italiane erano Chicago (Illinois) e Filadelfia (Pennsylvania), con una popolazione superava i 120.000 abitanti. Venivano dopo Newark, nel New Jersey, con circa 90.000 Italiani, Cleveland, nell’Ohio, con circa 70.000; Pittsburgh, nella Pennsylvania con circa 65.000; Boston (Massachusetts) , con più di 60.000; Baltimore, nel Maryland, e New Orleans, nella Louisiana, con circa 40,000; Detroit nel Michigan e New Haven, nel Connecticut, con circa 50,000.

Gli italiani della costa orientale erano soprattutto occupati in lavori artigianali e industriali:  fabbriche di cioccolato e di dolci, abbigliamento, calzaturifici, fabbriche di lattine. I ragazzi italiani della classe operaia più povera spesso esercitavano mestieri ambulanti: venditori di giornali, lustra-scarpe, arrotini, ombrellai, ecc. Notevole era anche il numero degli impiegati nelle compagnie ferroviarie e quelli adibiti alle amministrazioni pubbliche, alla municipalità, alla polizia, alle poste, agli uffici governativi, alle dogane, ecc.

Industrie nate con capitale italiano e che impiegavano lavoratori principalmente italiani erano presenti in molti settori: lavorazione della seta, produzione di paste alimentari, produzione di sigari, fiori artificiali, abbigliamento, produzione di dolci, mobili di lusso.

La colonia italiana di New York

La colonia italiana di New York nel 1912 contava più di 500 mila persone delle quali 340 mila erano nate in Italia. (John Horace Mariano, The Italian Contribution to American Democracy, Boston 1921).

Gli italiani di New-York erano concentrati in due grandi quartieri. Uno di questi quartieri, il più borghese, era formato da una diecina di blocchi compresi tra Mott Street, Mulberry Street, Elisabeth Street. Il quartiere popolare italiano era costituito dalla cosi detta « Little Italy ». Era un quartiere plasmato sulle abitudini e le caratteristiche dell’Italia meridionale.

Mulberry Bend 1893 British Library HMNTS 10413.g.22.

In New York si contavano circa 80.000 lavoratori impiegati nella industria dell’abbigliamento: sarti propriamente detti, disegnatori, tagliatori, ecc.. I barbieri erano circa 40,000 ed un esercito di cuochi e di camerieri affollava i più noti hotels e restaurants della Metropoli. A migliaia e migliaia si contavano i muratori, gli scalpellini, i calzolai, i pittori, i mosaicisti, i falegnami, i fabbricanti di mobili e di fiori artificiali, i fornai, i cappellai, ecc.

Anche nelle arti, nelle scienze e nelle professioni liberali i nostri connazionali avevano, ovunque, nel 1912, numerose e cospicue rappresentanze.

Una gran parte della popolazione emigrante di New-York era tuttavia composta di unskilled labourers, lavoratori non qualificati.

Ma vi erano anche imprenditori italiani nel commercio, nella finanza, nell’artigianato e nell’industria. La statistica delle società italiane, pubblicata dal Bollettino dell’emigrazione del 1912, riportava a New-York l’esistenza di 258 società, alcune delle quali di primaria importanza.

Alcune imprese fondate da italiani nella costa orientale e zone limitrofe

Tra le tante imprese fondate da italiani ricordiamo quella di Almerindo Portfolio & C, ditta produttrice di cappotti per donna, stabilita nel 1904 da un immigrato abruzzese.

Nel 1895 Amedeo Obici immigrato a Scranton, in Pennsylvania da Oderzo vendeva arachidi da lui sbucciate, tostate e leggermente salate in sacchetti. Nel 1906 fondò una società per azioni la Planters Nut and Chocolate Company in società con Mario Peruzzi, che aveva sviluppato un metodo di sbiancamento di arachidi tostate intere. Nel 1913 si trasferì a Suffolk, in Virginia, dove la coltivazione di arachidi era florida e installò un impianto per la produzione industriale.

Per guadagnarsi la simpatia dei suoi nuovi concittadini nel 1916 lanciò un concorso riservato agli studenti per il logo della ditta. Il concorso fu vinto da un tredicenne figlio anche lui di immigrati italiani. Nasceva così Mr. Peanut, un’arachide con occhi, arti, bombetta e bastone che verrà riprodotto con innumerevoli varianti su cartelloni pubblicitari e gadget,

All’inizio del ventesimo secolo Il progresso italo-americano, con un numero di copie vendute pari a 100.000 era il principale quotidiano in lingua italiana fondato nel 1879 da Carlo Barsotti che ne sarà anche direttore fino al 1928. Il primo redattore era Adolfo Rossi che fu successivamente giornalista di successo in Italia e diplomatico.

Emigrazione italiana nel sud e nella costa occidentale

Nella seconda metà del secolo XIX furono inaugurate le prime tre grandi linee transcontinentali, la New-York-San Francisco, la Chicago-Seattle-Portland, la New-Orleans-Galveston-Sant’Antonio-Los Angeles. Queste grandi arterie fecero affluire migranti dall’Italia grazie anche all’opera di agenti di navigazione e mediatori di manodopera che li adescavano nei luoghi di origine.

A mano a mano che le comunicazioni con la costa del Pacifico andarono facilitandosi e perfezionandosi, l’emigrazione italiana cominciò a dirigersi anche verso il West e verso il Sud.

Dal 1850 al 1870, fu soprattutto il miraggio della corsa all’oro ad alimentare l’emigrazione italiana verso l’Ovest e la California. Naturalmente l’Eldorado lasciò solo delusioni. A parte qualche eccezione quello che trovarono nei distretti minerari di California, Colorado e Montana fu un faticoso e pericoloso lavoro in miniera. I cercatori d’oro italiani preferirono presto sparpagliarsi lungo la California settentrionale e a San Francisco.

Nel 1912 troviamo 5532 italiani nel Texas, 19 024 nel Colorado ed infine 48 812 in California, un terzo dei quali nella città di San Francisco.

Sulla costa occidentale quando arrivarono gli italiani trovarono un’economia che poteva offrire loro un ampio ventaglio occupazionale: agricoltura, pesca, miniere, costruzioni ferroviarie, industrie alimentari, manifatturiere e del legname- Lo Stato della California era appena stato formato, e quindi era in una fase di veloce crescita. C’era la possibilità di acquistare terreni, a volte anche di ottenere concessioni di terra da coltivare senza doverla acquistare. Saranno soprattutto gli italiani che costruiranno l’industria agricola e ittica dello stato.

Inoltre, il clima in California era molto simile a quello italiano, e ciò dava la possibilità agli agricoltori italiani di coltivare le specie che già conoscevano e anche di importare le piante dall’Italia.

Nel 1881 a San Francisco alcuni intraprendenti italiani e svizzeri ticinesi guidati dal ligure Andrea Sbarboro ebbero la geniale idea di iniziare in quelle contrade la viticultura. Raccolsero il capitale necessario e nominarono un comitato per selezionare il luogo più adatto per i vigneti.

Dopo un esame approfondito il comitato scelse un tratto di millecinquecento acri di terra ondulata adatta per la viticoltura e accessibile da ferrovia a una distanza di poco più di un centinaio miglia da San Francisco. Chiamaromo il posto scelto Asti in memoria della città del Piemonte famosa per la produzione di vini.

Il motivo principale di questa impresa era filantropico, poiché i suoi autori non cercavano profitti personali ma erano mossi dal desiderio di fornire un buon sostentamento e prospettive per i poveri italiani di San Francisco che avevano difficoltà a trovare un lavoro stabile. La società era stata inizialmente organizzata per consentire ai lavoratori di acquistare la proprietà, ma questo non si è realizzato, ed è rimasta una normale società per azioni.

I protagonisti nei primi anni, oltre a Sbarboro, furono Charles Kohler, Paolo de Vecchi e Pietro Rossi. Rossi portò la società “Colonia Italo Svizzera” a sviluppare le proprie agenzie per vendere direttamente sui mercati degli stati orientali e dopo in Europa, Sud America e Asia. Nel 1905, i vini italo californiani ottennero riconoscimenti in vari concorsi internazionali. Nel 1910 la società possedeva oltre 5.000 acri (20 kmq) in varie aziende nella Central Valley.

Wine label, Italian Swiss Colony, Tipo California Red, California wine label and ephemera collection

Ma l’attività agricola degli Italiani nella California non si limitava alla coltura del vino. Fu in gran parte per loro iniziativa che fu introdotta in tutta la California del Sud la coltura degli agrumi.

Anche la frutticultura progrediva di pari passo con la produzione degli agrumi specialmente nella valle di Santa Clara. Le ditte italiane, oltre che alla frutticultura, si dedicavano alla « canneria », cioè alla trasformazione dei frutti in conserve. Il ligure Marco J. Fontana fu il fondatore nel 1891 della California Fruit Growers Association che iuniva 18 compagnie di inscatolamento della West Coastnelle quali lavoravano centinaia di italiani, principalmente donne, nella produzione di conserve di asparagi, albicocche e altre verdure e frutta.

A San Francisco molti italiani, soprattutto siciliani e genovesi, avevano riscoperto la loro vocazione marinara, e avevano costituito società di pescatori che in breve numero di anni avevano raggiunto dimensioni notevoli, sia per il numero degli occupati, sia per l’importanza finanziaria. Altra attività pressochè monopolizzata dagli italiani era quella della raccolta dei rifiuti.

A San Francisco la Little Italy era il quartiere di North Beach ma i più “borghesi” tra gli italiani vivevano nel quartiere di Telegraph Hill. La rovina provocata dal terremoto e dal successivo incendio del 1906 colpì duramente la colonia italiana. A North Beach la devastazione fu totale. Gli italiani di Telegraph Hill furono solo un pò più fortunati. Secondo i dati riportati della stampa italiana, circa ventimila italiani persero le loro case nel disastro.

Per accelerare l’opera di ricostruzione di North Beach vennero concesse d’urgenza dal governo le necessarie licenze edilizie. Numerose società immobiliari e banche, dimostrarono la loro fiducia negli italiani investendo molti dollari nella ricostruzione delle loro case. Tra i banchieri il più attivo e più generoso fu Amadeo Giannini, nato a San Jose da genitori arrivati da Chiavari, che aveva fondato nel 1904 la Bank of Italy. La Bank of Italy era cresciuta rapidamente perché accaparrandosi una quota del mercato che era stata fino ad allora largamente ignorata dalle altre banche:piccoli imprenditori, i nuovi proprietari di una casa e le famiglie che guadagnavano redditi modesti. Il terremoto distrusse anche la sede della banca ma Giannini dopo pochi giorni aprì una sede di fortuna nella casa del fratello che fu presa d’assalto da vecchi e nuovi clienti essendo le altre banche non in funzione. E Giannini si recava di persona ad offrire prestiti ai terremotati rimasti senza tetto. La Bank of Italy fu la prima a concedere mutui per la casa da rimborsare in piccole rate mensili. Ciò rese possibile, per la prima volta, il possesso della casa a migliaia di famiglie. Giannini con la sua banca ha anche aperto la strada alla concessione di prestiti su garanzie modeste: richiedendo solo una piccola garanzia, poteva acquisire come clienti piccoli imprenditori che necessitavano di denaro per espandersi e così facendo investiva sul futuro.

La ricostruzione di San Francisco attirava molti investitori piccoli e grandi e la banca di Giannini moltiplicava i suoi clienti.

In quattro anni i terremotati italiani ricostruirono le loro case e i loro negozi espandendosi oltre i limiti precedenti il terremoto. Di tutti i quartieri distrutti di San Francisco, il loro fu il primo ad essere ricostruito e la popolazione riprese a crescere con l’arrivo di nuovi immigrati. Nel 1910, i più facoltosi tra gli immigrati italiani cominciarono a insediarsi nel distretto di Marina. Altri italiani preferivano invece il distretto di Mission. Nel 1909 gli italiani in questa località erano così numerosi che la Bank of Italy vi aprì la prima filiale di zona. Era la prima banca in California ad avere una filiale.

Tra gli imprenditori italiani di successo ricordiamo i fratelli Jacuzzi, originari del Friuli, ingegneri specializzati nella progettazione e costruzione di motori. Dai motori per estrarre l’acqua dai pozzi e per l’irrigazione dei terreni ai motori per il trasporto aereo. Per il trasporto aereo fondarono anche una compagnia che collegava San Francisco con Oakland, Richmond e Sacramento. Nel 1943 Candido Jacuzzi inventerà la famosa vasca per idromassaggi.

Istituti di assistenza agli immigrati

Per l’assistenza agli immigrati italiani nel luglio 1890 fu costituita a New York la Saint Raphael Society for Italian Immigrants su iniziativa dei padri scalabriniani. La St. Raphael Society assistiva gli immigrati italiani appena arrivati in vari modi: trovare lavoro, correggere irregolarità nei documenti sull’immigrazione, trovare e contattare parenti, visitare immigrati italiani malati negli ospedali. Il suo servizio principale consisteva nel fornire cibo e riparo a quegli immigrati italiani, tra cui i minori, che si trovavano indigenti, incapaci di guadagnarsi da vivere o incapaci di recarsi nel loro luogo di destinazione. A tal fine, la Società gestiva la “Casa di San Raffaele”.
Nel 1902 anche a Boston fu costituita una Società per la protezione degli immigrati italiani che fu inizialmente presiduta da Miss Alice Freeman Palmer ex presidentessa dell’università di Wellesley e che era nota come una pioniera nel progresso dell’educazione universitaria per le donne.
A New Orleans nel 1879 fu formata la San Bartolomeo Society da immigrati di Ustica. La colonia italiana di questa città e della Luisiana aveva cominciato a formarsi nel 1850 ed era particolarmente attiva nel commercio di frutta e verdura. La maggior parte degli immigrati italiani a New Orleans arrivavano dalla Sicilia sulla rotta Palermo-New Orleans.
Suor Francesca Saverio Cabrini (oggi santa) nel 1880 aveva fondato a Codogno la congregazione delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù. Nel 1889 raggiunse gli Stati Uniti per prestare assistenza agli immigrati italiani. Costruì asili, scuole, convitti per studentesse, orfanotrofi, case di riposo per laiche e religiose, ospedali a New York e Chicago. Aprì un collegio femminile a Granada (Minnesota).Nel 1909 prese la cittadinanza statunitense.

L’Ordine Figli d’Italia in America o Order Sons of Italy in America fu fondato il 22 giugno 1905 dal Dr. Vincenzo Sellaro per aiutare gli immigrati italiani ad inserirsi nella società americana. Dalla sua fondazione l’Ordine si impegna per sostenere la cooperazione, il commercio, i rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Italia, iniziative sociali, per incoraggiare l’istruzione attraverso borse di studio, organizzare eventi culturali e raccogliere fondi per associazioni locali. Oggi accetta anche soci di sesso femminile ed è denominato Order Sons and Daughters of Italy in America.

Leggi sull’immigrazione

Già prima del 1882, le leggi sull’immigrazione imponevano tasse agli stranieri che entravano nel Paese per compensare il costo delle loro cure se fossero diventati indigenti. L’Immigration Act del 1882 vietava l’ingresso negli Stati Uniti per detenuti, persone indigenti che non potevano provvedere alle proprie cure, prostitute e persone affette da disturbi psichici o da gravi menomazioni fisiche inclusi ciechi e sordomuti.

La legge sul lavoro straniero, Alien LaborContract Law, del 1885, fortemente appoggiata dai sindacati, escludeva gli immigranti ai quali, direttamente o indirettamente, fosse stato pagato il viaggio o che fossero stati indotti oppure spinti ad immigrare da offerte o promesse di lavoro. La legge doveva in teoria proteggere i salari americani dalla concorrenza di manopera a basso costo proveniente dall’estero.

Il 3 marzo 1891 fu approvata una disposizione che proibiva l’accesso agli Stati Uniti alle persone affette da malattie contagiose, agli anarchici ed ai poligami o che credessero nella poligamia. Questa medesima legge proibiva l’incoraggiamento dell’immigrazione mediante promesse d’impiego fatte con avvisi pubblicati nei giornali delle nazioni straniere, e tale proibizione fu estesa anche alla pubblicità delle compagnie di navigazione.

Con la legge del 1891 il controllo della immigrazione fu demandato completamente e definitivamente al Dipartimento del Lavoro del Governo federale il cui organo competente era il Commissariato Generale dell’Immigrazione.

Anche dopo la nuova legge il problema della immigrazione con i suoi effetti sull’opinione pubblica continuò a tener desta l’attenzione del Congresso, poiché in tutto il paese cresceva l’agitazione per avere maggiori restrizioni, specialmente in seguito alla depressione industriale 1890-1896 ed alla conseguente riduzione dell’occupazione. Una disposizione del 1894, raddoppiava la tassa sugli immigranti.


Con la legge sull’immigrazione del 1917 fu introdotta la prova di alfabetismo (Reading Test): dall’età di sedici anni in su per essere ammessi bisognava saper leggere un brano di almeno 40 parole nella lingua natia.

Tutti gli stranieri di età superiore a 16 anni che sono fisicamente in grado di leggere, ad eccezione di quanto specificato nello statuto e descritto nella suddivisione 5 di questa regola, devono dimostrare la loro capacità di leggere materiale stampato in modo chiaramente leggibile e in una lingua o in un dialetto designato dallo straniero al momento dell’esame.

Erano esclusi dalla prova i migranti fisicamente impossibilitati a leggere, gli immigrati per ricongiungimento familiare, persone che chiedevano l’ammissione negli USA per sfuggire a persecuzioni religiose e coloro che rientravano negli USA essendo stati precedentemente ammessi.

Note e approfondimenti

Nell’America della fine del XIX secolo, circolavano molti pregiudizi nei confronti degli italiani, specialmente dei meridionali, sebbene fossero stati con ogni mezzo attirati per soddisfare la domada di manodopera.

La presenza di focolai di malvivenza italiana, soprattutto di quelli creati dalla criminalità organizzata, contribuiva ad accrescere il sospetto e l’ostilità degli americani verso i nuovi arrivati. L’opinione pubblica era spesso portata a generalizzare e a considerare indiscriminatamente tutti gli italiani come gente da cui tenersi alla larga.

Linciaggi di immigrati italiani

In Louisiana gli immigrati italiani servivano a colmare la carenza di manodopera a basso costo creata dalla fine della schiavitù. I coltivatori di zucchero e di cotone assumevano reclutatori di immigrati italiani per portarli nel sud dello Stato. La città di New Orleans era collegata con Palermo dalle navi a vapore, che periodicamente rovesciavano sulle banchine del porto migliaia di migranti. Molti si stabilirono nel quartiere francese, che all’inizio del XX secolo divenne noto come “Piccola Palermo”. Qui lo stesso sindaco Joseph A. Shakspeare si fece portavoce dell’insofferenza verso gli italiani ritenuti responsabili del degrado della città definendoli «individui più abietti, più pigri, più depravati, più violenti e più indegni che esistano tra noi» .

È anche vero purtroppo, come sempre accadeva in quegli anni, che unitamente a migliaia di laboriosi agricoltori siciliani e di altre regioni, erano sbarcati a New Orleans alcuni malviventi, non solo siciliani, che si erano organizzati per il controllo delle attività illegali e il controllo illegale delle attività commerciali. In particolare nella comunità italiana era attiva l’organizzazione criminale detta “La Mano Nera”.
E d’altro canto in quegli anni New Orleans, la città più multietnica della federazione, non era esattamente il posto più tranquillo del mondo anche a prescindere dalla presenza degli Italiani. E la stessa polizia della città era accusata spesso di corruzione e di connivenze.

Vignette anti italiane pubblicate sul giornale “The Mascot” di New Orleans nel 1888
( New Orleans Public Library )

La sera del 15 ottobre 1890, il capo della polizia, David Hennessy, fu colpito da uomini armati mentre tornava a casa dal lavoro. Fu ricoverato in ospedale e pare che prima di morire abbia indicato genericamente gli italiani (dagoes) come autori dell’agguato.

In quel periodo la polizia e doveva tra l’altro occuparsi di una faida in corso tra due famiglie siciliane rivali in affari concernenti le attività del porto ma dava fastidio anche ad altri come i gestori delle case di tolleranza e delle case da gioco. In ogni caso il delitto alimentò le fiamme del sentimento anti-italiano e i giornali locali soffiavano energicamente sul fuoco. Vennero fermati e interrogati centinaia di italiani e alla fine ne furono arrestati 11 quasi tutti siciliani e per lo più cittadini naturalizzati. Al processo otto furono assolti e per gli altri tre il giudizio rimase sospeso. Tuttavia le autorità, sapendo in quale agitazione si trovasse la cittadinanza, ritennero opportuno trattenerli in carcere con una forzatura giuridica. Si diffuse allora la convinzione che a salvarli dalla condanna fossero stati testimoni corrotti e che i giudici avessero subito intimidazioni. Montava la rabbia tra la popolazione e il 14 marzo 1891 migliaia di persone si radunarono in una piazza in risposta ad un appello dello sceriffo rivolto «A tutti i bravi cittadini ». Aizzata da alcuni noti cittadini più bravi degli altri la folla, guidata da un noto e stimato avvocato, marciò verso il carcere. Un gruppo di persone riuscì a raggiungere le celle stanando i prigionieri che tentavano inutilmente di nascondersi. Due furono impiccati, gli altri uccisi a fucilate. I corpi delle vittime furono poi esposti al pubblico. Tra la vittime vi erano dei pregiudicati, e non è detto che fossero i colpevoli dell’assassinio, ma vi erano anche persone incesurate e del tutto estranee alla malavita e che non avevano mai mostrato inclinazioni criminali.

Da quel linciaggio nacque un grave conflitto diplomatico fra l’Italia e gli Stati Uniti e il barone Saverio Fava, Ministro Plenipotenziario a Washington, fu richiamato in patria dal presidente del Consiglio Antonio Starrabba di Rudinì. Le relazioni diplomatiche fra i due paesi rimasero così interrotte. L’allora segretario di Stato, Blaine, alle rimostranze del governo italiano rispose che il Governo federale non poteva essere ritenuto responsabile di un linciaggio commesso in uno Stato. Fu uno scandalo internazionale, ma bisogna dire che anche negli Stati Uniti si levarono voci di forte critica al comportamento della folla e delle autorità come quella del Senatore Lodge del Massacussets e quella del giornale New York Herald e del Repubblic di St. Louis. Una dichiarazione di deplorazione dell’eccidio del Presidente Benjamin Harrison con proposta di indennizzo per le famiglie delle vittime fu invece bocciata dal Congresso. Un indennizzo fu comunque concesso con i fondi a disposizione del Presidente.
Le relazioni diplomatiche fra l’Italia e gli Stati Uniti furono riprese nel 1892 quando il barone Fava tornò a Washington.
Si fecero indagini per cercare i responsabili del linciaggio ma si chiusero senza indicare neppure un colpevole.

Nel 2019 il sindaco di New Orleans,  LaToya Cantrell, ha chiesto ufficialmente scusa  per il drammatico linciaggio nel corso di una cerimonia che si è svolta presso la sede dell’American Italian Cultural Center di New Orleans. Erano presenti l’Ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti, Armando Varricchio, e rappresentanti dell’Order Sons and Daughters of Italy che sempre si era battuto per raggiungere questo risultato.

Una rappresentazione del linciaggio
E. Benjamin. History of the United States, volume V. Charles Scribner’s Sons, New York. 1912.

Un altro orribile linciaggio fu perpetrato contro altri cinque italiani a Tallulah, nello stesso Stato della Louisiana. In seguito ad una lite a colpi di arma da fuoco causata dallo sconfinamento di una capra di proprietà di una famiglia italiana nel terreno di un americano, cinque italiani furono arrestati e rinchiusi nel carcere locale. Nella notte che seguì, un’orda feroce li trasse fuori e li impiccò ad alcuni alberi.

Un altro linciaggio di Italiani avvenne a Ervin, nello Stato del Mississippi, la notte dal 10 all’ 11 luglio 1901. Anche all’origine di questo caso c’è lo sconfinamento di una bestia, un cavallo, al pascolo. L’italiano proprietario del cavallo dopo la lite con il proprietario del terreno si vide intimare lo sfratto dalla popolazione locale. Essendosi rifiutato di andare via fu colto di sorpresa, nel sonno, con il padre e con un amico. Padre e figlio furono uccisi, l’amico fu ferito.

La Mano nera e Joe Petrosino

La Mano Nera (in lingua inglese Black Hand) era un insieme di bande che praticava estorsioni all’interno delle comunità italiane nelle città statunitensi. Questo tipo di crimine era diffuso a New York a Chicago, San Francisco e New Orleans. Insieme a tantissimi italiani onesti arrivavano negli Stati Uniti migliaia di malviventi. Anche malviventi che erano noti pregiudicati in Italia riuscivano a raggiungere il Paese nonostante tutti i controlli previsti dalle leggi sull’immigrazione. Costoro una volta arrivati, trovavano le condizioni ideali per imporre tributi alla gente debole tra i loro connazionali. Gli immigrati italiani tendevano a formare colonie etniche con scarse aperture verso il mondo esterno e risiedevano generalmente in un quartiere povero della città, che non era sorvegliato come quelli in cui vivevano i nativi americani. I nuovi arrivati inoltre ignoravano le leggi americane e pochi di loro parlavano inglese. Quando gli italiani rispettabili facevano appello alla polizia e scoprivano che la legge non li proteggeva, si rassegnavano ad accettare la schiavitù imposta dai malviventi e, in alcuni casi, a diventare loro stessi criminali. . A New York le condizioni erano peggiori che altrove; quì, con mezzo milione di italiani nella popolazione, nel 1905 solo quaranta erano gli italiani nel dipartimento di polizia. I poliziotti erano in maggioranza irlandesi.

I delitti commessi dalla “Mano nera” e da altri malviventi, di cui i giornali si occupavano, andavano dall’omicidio, agli attentati ai negozi, al rapimento di bambini a scopo di estorsione.

Joe Petrosino dal 1883 faceva parte del Dipartimento di Polizia di New York. Nato a Padula, in provincia di Salerno, il 30 agosto 1860, emigrò con la famiglia a New York nel 1873 e crebbe nel sobborgo di Little Italy. Da piccolo Giuseppe, o Joe, per aiutare la famiglia vendeva giornali e faceva il lustrascarpe ma trovava il tempo per studiare la lingua inglese. Nel 1877, Joe prese la cittadinanza statunitense, facendosi assumere l’anno dopo come netturbino dall’amministrazione newyorkese. Gli spazzini di New York all’epoca dipendevano dalla polizia e presto a Joe fu affidato l’incarico di informatore e nel 1883 fu ammesso nella polizia come agente. Grazie al suo impegno, si guadagnò la stima di Theodore Roosevelt, assessore alla polizia che poi diventerà presidente degli Stati Uniti. Grazie al suo appoggio nel 1895 Petrosino fu promosso sergente e destinato al servizio investigativo.

I criminali di Little Italy si trovarono improvvisamente di fronte ad un nemico che parlava la loro stessa lingua, che conosceva i loro metodi, che poteva entrare nei loro ambiente. E che usava metodi alquanto spicci.

Risolti brillantemente numerosi casi Joe Petrosino fu via via assegnato ad incarichi di sempre maggiore responsabilità. Nel 1905, promosso tenente, gli fu affidata l’organizzazione d’una squadra di poliziotti italiani, l’Italian Branch e ciò rese più efficace la sua lotta senza quartiere contro la Mano Nera.

Proprio seguendo una pista che avrebbe dovuto portarlo ad infliggere un duro colpo alla Mano Nera, Petrosino venne in Sicilia.

La missione era top secret, ma a causa di una fuga di notizie tutti i dettagli furono pubblicati sul New York Herald. Petrosino partì comunque nell’erronea convinzione che in Sicilia la mafia, come a New York, non si azzardasse a uccidere un poliziotto.

Alle 20.45 di venerdì 12 marzo 1909, in Piazza Marina a Palermo, fu raggiunto da quattro pallottole di cui una mortale alla testa.
Circa 250.000 persone parteciparono al suo funerale a New York, un numero fino ad allora mai raggiunto da alcun funerale in America.


Continua….

Fonti

Bollettino dell’Emigrazione annate 1900-1908

Ministero degli Affari Esteri Commissariato dell’Emigrazione, Emigrazione e Colonie – Raccolta di Rapporti dei RR. Agenti Diplomatici e Consolari, Roma 1909

John Horace Mariano, The Italian Contribution to American Democracy, The Cristopher Publishing House, Boston 1921

Gumina, Deanna Paoli, The Italians of San Francisco, 1850-1930, Center for Migration Studies, New York 1985

U.S. Department of Labour, Immigration Laws (Act of February 5, 1917), Government Printing Office, Washington 1920

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Wikipedia

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